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Cinema

Caccia alla faina

di Filippo Cusumano

Per il ruolo del Colonnello nel film “Per qualche dollaro in più” Sergio Leone vuole un attore con la faccia da faina.
Lo ha visto anni prima tra i caratteristi di un film di John Ford, “Mezzogiorno di fuoco”. Il nome di quell’attore gli sfugge, ma lui non si scoraggia…

6 Giugno 2026

Rivedo per l’ennesima volta in tv uno dei miei film preferiti, “C’era una volta in America” di Sergio Leone.
Subito dopo riprendo in mano un libro che ha lo stesso titolo del film.
Scritto da Diego Gabutti, il libro contiene ampi stralci delle conversazioni tra l’autore e il regista.
Conversazioni dalle quali emerge tutta la passione di quest’ultimo per il suo lavoro:
“L’unico che si diverte in un set è chi comanda la macchina da presa.
Se si diverte il regista si diverte anche il pubblico.
Se si divertono troppo gli attori, invece, generalmente non si divertono più gli spettatori paganti.
John Ford disse una volta che, quando partiva con la troupe per girare un western in Arizona, tra le mesas polverose e i suoi amici delle riserve indiane, dimenticava tutto quanto e non gli importava più di niente. Gli studios dietro le spalle, il deserto davanti a sé.
Anch’io la vedo così. Girare un film è come passare una giornata al luna park”

E girare un film è sempre, almeno per Sergio Leone, un’impresa piena di avventure.
Come quella dell’ingaggio di Lee Van Cleef per la parte del Colonnello nel film “Per qualche dollaro in più”.
Per quella parte è stato scelto Lee Marvin.
Ma all’ultimo momento, l’attore ha ceduto alle lusinghe di chi lo voleva come protagonista in un film musicale con Jane Fonda, Cat Ballou.
E’ venerdì e le riprese iniziano in Spagna il lunedì successivo. Leone si è messo in testa che la faccia giusta per il colonnello, una faccia da faina, lunga e cattiva, in cima ad un corpo sottile, muscoloso e dinoccolato, ce l’ha un attore di secondo piano, intravisto tra i “cattivi” che vogliono fare la pelle a Gary Cooper in in “Mezzogiorno di fuoco”. Ma il nome di quell’attore gli sfugge. Ha in mente una faccia ben precisa, ma non sa collegarla ad un nome. Però non si scoraggia, afferra il primo volo per Los Angeles e, mentre l’aereo attraversa l’Atlantico, sfoglia un annuario degli attori.
E’ pieno di facce levigate, morbide, imbellettate, di occhi luminosi, dentature perfette.
Poi, all’improvviso, in mezzo a quella nebbia di belle facce, spunta quella della “faina”.
Il suo nome è Lee Van Cleef. Appena atterrato Leone si dà da fare per scoprire che fine abbia fatto quella faccia.
Dopo poche ore si trova di fronte all’agente dell’attore. Non ci sono buone notizie.
Lee tre o quattro anni prima ha avuto un pauroso incidente d’auto. Uscito di scena e dimenticato, per un lungo periodo è stato vittima della depressione e dell’alcolismo e adesso vive in un ranch dipingendo quadri.
“Non era chiaro – ricorda Leone – se Lee non volesse saperne più del cinema o se fosse il cinema a non volerne sapere più di lui. Probabilmente entrambe le cose”.
L’agente non sa nemmeno dove trovare Lee. Cerca ovviamente di proporre a Leone altri attori della sua scuderia, ma Leone è inflessibile: il Colonnello deve avere il viso da faina di Lee Van Cleef. O lui o niente.

Il giorno dopo – domenica – c’è un caldo torrido. Leone sa che le riprese inizieranno il giorno dopo e che ancora non c’è uno degli attori principali del film. Sta già fantasticando di assoldare un Philip Marlowe locale per rintracciare la “faina”, quando lo avvertono che nella hall c’è qualcuno che chiede di lui.
Leone scende.
“Al fondo dello scalone, scioltissimo e cattivo, con un impermeabile nero lungo fino alle caviglie, quasi spettrale e indifferente al caldo, c’era il più perfetto gentiluomo sudista dai tempi di John Carradine in “Ombre Rosse”. Mai nessun colonnello aveva conosciuto, come lui, tanta gloria e tanta disgrazia. Ogni ruga una battaglia, ogni smorfia un morto ammazzato. Portava addirittura gli stivali con gli speroni d’argento!”
Prima ancora di entrare in contatto con lui, Leone manda avanti il suo produttore esecutivo che lo ha accompagnato a Los Angeles.
“Vai e ritorna con il contratto firmato, gli dissi. Non volevo rischiare di sciupare tutto, parlandogli. Ma valeva la pena anche di parlarci, è un uomo colto e pieno di spirito.”
Firmato il contratto, Leone chiede all’attore se sia stato il suo agente ad avvertirlo.
Lee risponde che la sera prima, in un bar di Malibu, dove si è fermato per bere un daiquiri, un amico gli ha detto di aver sentito in giro che c’è un regista italiano pronto a scritturare proprio lui.
Fu così che Lee Van Cleef rientrò, questa volta dalla porta principale, nel mondo del cinema.
“Era uno – disse Leone -che con la vendita dei suoi quadri, non arrivava al dieci del mese. L’anno dopo l’uscita del film, guadagnava 200.000 dollari l’anno.”

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