C’è un momento, nell’adolescenza, in cui tutto sembra accadere troppo in fretta: le emozioni bruciano, le parole feriscono più dei gesti e il silenzio può diventare una prigione. È proprio in questo spazio fragile e potentissimo che si inserisce “Come pesci sugli scogli”, adattamento teatrale liberamente tratto dal romanzo di Simona Moraci , capace di trasformare il palcoscenico in uno specchio dell’anima giovanile.
Ambientato nella Messina del 1998, lo spettacolo segue le vicende di Save, un ragazzo segnato da una realtà familiare dura, e Chiara, giovane sognatrice con la passione per la scrittura. Attorno a loro ruotano figure complesse, tra cui Luca, bullo solo in apparenza dominante, e Claudio, amico silenzioso ma fondamentale. In questo intreccio di vite, il bullismo non è solo un atto, ma una catena invisibile che lega vittime e carnefici in un circolo di dolore difficile da spezzare. La narrazione si sviluppa come una rete di “nodi del tempo”, una struttura evocativa che richiama — non a caso — la riflessione scientifica e filosofica di Erwin Schrödinger. Proprio come nella sua teoria, le possibilità si moltiplicano, le scelte pesano e ogni evento può cambiare radicalmente il destino. Qui, però, non si parla di particelle, ma di vite: quelle di adolescenti che cercano disperatamente di capire chi sono.
Uno degli elementi più potenti dello spettacolo è la sua capacità di non semplificare. Il bullo non è solo “cattivo”, ma a sua volta ferito; la vittima non è solo fragile, ma pronta a ribellarsi. È una rappresentazione autentica e scomoda, che costringe lo spettatore — soprattutto giovane — a interrogarsi. Dove finisce la responsabilità individuale e dove inizia quella collettiva? Quanto pesa il silenzio di chi osserva?
La scomparsa di Tilde segna un punto di non ritorno, un evento che rompe gli equilibri e trascina tutti verso un epilogo carico di tensione. Eppure, anche nel momento più buio, emerge una domanda: è possibile cambiare? La risposta non è mai semplice, ma passa attraverso il coraggio di guardarsi dentro e di tendere la mano all’altro. Pensato per le scuole secondarie, lo spettacolo non si limita a raccontare: educa. Attraverso attività collaterali come dibattiti, laboratori di scrittura e role playing, diventa uno strumento concreto per affrontare temi spesso sommersi, come il disagio interiore e la difficoltà di chiedere aiuto. Il teatro, in questo caso, non è intrattenimento, ma esperienza trasformativa. La Compagnia Teatrale Vaudeville, guidata dal regista Alessandro Alù, porta in scena un linguaggio diretto, capace di parlare ai ragazzi senza filtri né retorica. E proprio qui sta la sua forza: nel rendere visibile ciò che spesso resta nascosto tra i banchi di scuola o nei corridoi della vita quotidiana.
“Come pesci sugli scogli” non offre risposte facili. Ma lascia qualcosa di più prezioso: una ferita aperta che invita a riflettere, e forse, a cambiare. Perché crescere significa anche questo — attraversare il dolore, riconoscerlo e scegliere, ogni volta, da che parte stare. A dare corpo e voce a questa storia intensa è un ensemble corale che restituisce autenticità e profondità ai personaggi: Ruben Maddocco (Save), Martina Chiappetta (Chiara), Joele Loria (Luca), Letterio Silipigni (Claudio), Carmen Licata (Nicole), Giosi Caristi (Tilde), Eugenio Meo (Giulio), Gabriele Caprì (Matteo), Sergio Nicolaci (Depa), Siria Vito (Marialuisa), Cristina Munafò (madre di Save), Domenico Barba (padre di Save), Marielide Colicchia (Rosa), Angelo Centorrino (padre di Luca), Pina Battiato (nonna di Chiara). Un gruppo eterogeneo che rende ogni personaggio vivo, credibile, dolorosamente reale. Lo spettacolo è prodotto dalla Compagnia Teatrale Vaudeville, con sede a Messina ed andrà in scena il 29 e 30 aprile prossimi presso il Palacultura di Messina.
Devi fare login per commentare
Accedi