Musei
Alla scoperta del vetro di Beykoz, la Murano ottomana
Un museo al Bosforo mostra la produzione vetraria turca dell’Ottocento tra modelli europei e stilemi originali. La qualita’ era alta, ma la gestione industriale fallimentare; dopo appena un secolo chiuse tutto. Gli oggetti esposti testimoniano la cultura materiale di un’era.
Ti piacerebbe visitare Istanbul, con i suoi mercati e i suoi musei? Bene, allora la prima tappa che ti suggeriamo e’ a Beykoz, sul lato asiatico del Bosforo. Da alcuni anni, infatti, e’ aperto da quelle parti un museo dell’arte vetraria che offre ai visitatori l’opportunita’ di scoprire la produzione locale del periodo tardo-ottomano. La storia delle vetrerie di Konstantiniyye, come veniva chiamata la citta’ in periodo imperiale, e’ poco nota ma affascinante perche’ in essa ritroviamo echi di Venezia e della confraternita religiosa dei Mevlevi (detti anche ‘dervisci rotanti’), i primi timidi tentativi d’industrializzazione a oriente e l’affacciarsi dell’arte ottomana nelle grandi esposizioni internazionali delle capitali europee.
Spostiamoci dunque alla fine del Settecento, quando la vicenda ebbe inizio. Se in Europa la rivoluzione industriale stava cambiando la societa’, i consumi e lo stile di vita, nell’impero tutto cio’ non accadeva: anzi, l’Anatolia viveva di agricoltura, mentre nei centri piu’ grandi la produzione di tappeti e tessuti, la lavorazione dei metalli e del legno avvenivano su scala locale in botteghe a conduzione familiare. Lo stimolo piu’ urgente a muoversi proveniva dal settore militare: fu Selim III (1789-1807) il sultano che comincio’ a importare macchine per la guerra e tecnici dall’Europa. Nel contesto di uno scambio con la repubblica di Venezia, Selim chiese e ottenne di poter inviare li’ un derviscio sufi, Mehmet Dede, ad imparare le tecniche della produzione vetraria, in particolare della filigrana e del vetro opalino gia’ celebre per la sua caratteristica traslucidita’. Terminata la formazione, Mehmet torno’ a Beykoz e apri’ un atelier sotto l’egida imperiale.
Sul perche’ il sultano mando’ proprio un derviscio a imparar l’arte del vetro sono state effettuate varie ipotesi. Va considerato che Selim era membro della stessa confraternita e che essa non viveva esclusivamente di elemosine: i propri membri erano attivi nel mondo del lavoro, in particolare nell’artigianato. E’ possibile che affidando l’incarico ad un confratello, Selim abbia voluto assicurare ai suoi una fonte garantita di entrate; e in effetti la cosa funziono’, sviluppandosi gradualmente in un piccolo distretto tra Beykoz e i quartieri vicini di Paşabahçe e İncirköy. Il design veniva unificato dalla corporazione di riferimento, sebbene ogni atelier avesse un proprio repertorio di temi: quelli Mevlevi utilizzavano dei cerchi a simboleggiare il sole, l’infinito e la bellezza perfetta del divino mentre gli artigiani appartenenti alla minoranza alevita apponevano spesso un cuore dorato, delle serie di dodici fiori – generalmente rose – o fiori con dodici petali; il numero stava a ricordare le guide spirituali a loro care, primo tra tutti l’imam Ali. In altri esemplari sono ancora visibili croci e simboli cristiani. Insomma, la simbologia delle decorazioni era molto precisa e rappresentativa dell’identita’ dei creatori-esecutori.
Alla prima fabbrica vera e propria di proprieta’ di un Pasha cretese, Ahmed Fethi, se ne aggiunse una seconda nel 1845 per iniziativa di un altro personaggio interno alla corte, Mustafa Nuri Pasha. Sfortunatamente l’attivita’ ando’ subito in perdita e quindi venne ceduta lucrosamente all’IRI ottomana del tempo; gli atelier, invece, rimasero aperti fino agli inizi del Novecento. Fu nelle fiere internazionali di Londra (1851) e Parigi (1856) che i visitatori poterono apprezzare gli oggetti, in particolare quelli tradizionali come i diffusori d’acqua di rose (bouquetieres), le lampade a olio e i vasi da fiori. Quelli piu’ preziosi venivano realizzati in filigrana d’oro, con le tecniche d’intaglio, bordatura e smalto sul modello spagnolo di San Ildefonso e con la tecnica opalina anche alla francese; su di essi comparivano delle iscrizioni ottomane riportanti l’anno islamico e magari il nome di chi aveva commissionato l’oggetto. Di chiaro gusto europeo, invece, erano le pipe e le caraffe, realizzate con una tecnica decorativa a spirale di origine veneziana chiamata in farsi çeşm-i bülbül, ossia a occhio d’usignolo.
La volonta’ di aumentare la produzione c’era, ma per sostenerla erano necessari dei requisiti troppo complicati da soddisfare. Prima di tutto, come ha spiegato Vedit Inal, per far funzionare le vetrerie c’e’ bisogno di un rifornimento di materie prime – a cominciare dal carbone per tenere accesi i forni – continuo e regolare, cosa che ne’ le vie di comunicazione precarie ne’ i trasporti potevano garantire. Secondariamente, non vi era capitale privato autentico: qualsiasi iniziativa proto-industriale si muoveva attraverso lo stato e i suoi maggiorenti in un sistema ultra-centralizzato e piramidale del quale le inefficienze, l’incompetenza e la corruzione erano le colonne portanti. Parimenti non vi era un sistema d’istruzione statale che permettesse di formare il personale, per cui bisognava continuamente assoldare maestranze europee, in maggioranza italiani, francesi e tedeschi. C’era poi un ostacolo culturale: da quelle parti l’idea che l’operaio dovesse recarsi in fabbrica ogni giorno, tutto l’anno, rispettando determinati orari e routine risultava a molti inaccettabile. Infine, ma non meno importante, non vi era un mercato interno su cui far leva. E’ solo in pieno Novecento, infatti, che l’uso di oggetti di vetro quali bicchieri, piatti o coppette si diffuse tra la popolazione; prima di allora solo le fasce piu’ abbienti della popolazione – spesso appartenenti alle minoranze etnico-religiose – li avevano nelle proprie case. Ergo, quasi tutta la produzione veniva destinata all’export in Europa, Persia e India ma i costi altissimi di produzione non la rendeva competitiva.
La malagestione porto’ una tra le prime iniziative industriali ottomane alla rovina, e per anni la produzione si fermo’ completamente. L’industria del vetro riprese vita molto tempo piu’ tardi, ancora su iniziativa statale, e comunque altrove: la grande azienda Paşabahçe ha da tempo spostato il proprio insediamento produttivo a Denizli, nel sud-ovest del Paese. L’altro gigante turco del vetro, Şişecam, ha dismesso tutti gli asset nella zona: e’ attivo nell’area di Tuzla, a sud-est del Mar di Marmara, ed e’ orientato a settori piu’ redditizi quali la fibra di vetro e i pannelli per le costruzioni. La visita al museo di Beykoz e’ dunque l’occasione per riscoprire un passato culturalmente significativo, sottraendolo all’oblio.
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