Letteratura
Antigone
Mani innocenti e mani assassine
Vedi che ho – per pietà – le mani sporche
‒ di pietà – insabbiate, le unghie nere, Creonte sire
severo, duro vate, suocero altero. Vedo
le tue bianche pasciute che sanno
proibire, sanno ammazzare (regali mani):
ma io non tremo. E voi vedete
(voi che tradite) (voi che sapete più di tutto tradire)
che io non tremo e che non temo.
Vili di tanto incapaci, di poco. Di un gesto
timorosi – di un cenno.
Giustizia
invocata da troppi, da lontano implorata da troppi;
e nessuno si muove. Ah, giustizia.
Io qui sola.
Sanno tutti cos’era da fare,
fanno finta di niente.
Da “Classiche”, in Rosa Rosse Rosa – Bertani, Verona 1986
La capacità di suscitare reazioni le più diverse e le più imprevedibili che possiede il personaggio sofocleo di Antigone è inesauribile. L’amore fraterno è qualcosa di più di un vincolo parentale: è la pretesa di un’impostazione radicalmente diversa di tutti i rapporti umani, non già per eliminare i conflitti, ma per dare senso anzi al conflitto, opponendovi un atto di amore. E per Antigone ciò non è preteso solo dal fratello Polinice, ma da tutta intera l’umanità. Antigone lo esprime in maniera sublime nel contrasto con Creonte. Al “tiranno” che le ricorda il dovere di amare gli amici e di odiare i nemici, Antigone contrappone un altro principio, non scritto, ma insito nella “natura” di ciascuno di noi: nacqui per condividere non gli odi ma gli amori. Il verso è intraducibile. Il verbo nascere ha la radice della parola che significa natura, fysis, efyn, nacqui. Cioè: quando nacqui mi fu impressa questa natura. E non dice condividere odio e amore. Ma con-amare, con-odiare. Nacqui con la natura di con-amare e non di con-odiare. Con- amare: synphilein. Tutta la tragedia è la rappresentazione di quanto la storia umana sia la negazione di questa natura. Il tiranno lo sconta duramente: il figlio, innamorato di Antigone, si uccide; e la moglie si uccide perché perde il figlio. L’odio condanna alla solitudine. Questa si badi, è solo una delle possibili letture. C’è poi anche quella politica. Creonte non ha tutti i torti a pretendere il rispetto delle leggi della città. Ma è ybris volere imporre questo rispetto con la violenza. Così come è anche ybris la testardaggine di Antigone che non scende a un patto, a spiegare la sua morale, prima di attuarla, non dopo, quando l’atto è irreparabile. Il teatro di Sofocle non dà mai spiegazioni, mostra la realtà in tutta la sua complessa rete di contraddizioni. L’infelicità umana è irredimibile, dirà nel primo coro dell’Edipo a Colono. Il meglio, per l’uomo, è non nascere, o una volta nati, morire giovani. E lo scrive un poeta di novanta anni. Aristotele, comunque, che nella Poetica definisce l’Edipo Re la tragedia più perfetta mai scritta, deve essersi ricordato di questo verso di Antigone per concludere il suo trattato di Etica, l’Etica a Nicomaco (suo figlio), quando pone come raggiungimento, anzi come compimento finale di una vita veramente morale la philía, l’amicizia. La parola che ha la stessa radice del verbo usato da Antigone, philein. E nei versi di questa poesia il respiro di quel verbo si sente alitare: perché come può esservi giustizia senza amore?