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Agroalimentare

Il gasolio costa troppo. Ma bloccare il cibo chi aiuta?

Le difficoltà degli autotrasportatori meritano risposte concrete. Quando però le consegne si fermano, il conto raggiunge agricoltori, commercianti e famiglie. Salvare i prodotti deperibili deve diventare una responsabilità condivisa.

19 Ottobre 2026

Quanto deve costare una protesta a chi non ha il potere di risolverne le cause? La domanda parte dai caselli autostradali e arriva davanti al banco della frutta, dove una consegna mancata rende visibile ciò che normalmente diamo per scontato: qualcuno raccoglie, un altro trasporta, qualcuno vende. Basta che uno di questi passaggi si interrompa perché il lavoro degli altri diventi più fragile.

Oggi, gli scaffali sono vuoti o semivuoti in tutta la Campania e la Puglia. Fanno paura e mettono angoscia le immagini che stanno circolando in queste ore sui social. Allarmismo? Va sempre evitato per non incorrere in situazioni peggiori, quali carenze di viveri e aumento sproposito dei prezzi. Nonostante tutto, la rabbia degli autotrasportatori merita ascolto; certamente, ascoltare non significa sospendere ogni giudizio sulle conseguenze di una mobilitazione. Si può riconoscere l’insostenibilità dei costi del gasolio e, nello stesso tempo, chiedere che gli alimenti raggiungano la loro destinazione. Tenere insieme queste esigenze dovrebbe essere il primo compito della politica e una preoccupazione di chi protesta.

Caro gasolio, la protesta arriva sui banchi dei supermercati

La mattina di oggi, 19 ottobre, le cronache dei quotidiani descrivono rallentamenti e blocchi sulla rete autostradale campana, difficoltà nelle consegne e i primi banchi di ortofrutta vuoti. Sono segnali circoscritti, che non autorizzano a raccontare un Paese rimasto senza cibo. Bastano però a mostrare che gli effetti del fermo hanno raggiunto persone estranee alla vertenza.

Un commerciante che aspetta la merce non può sostituirla con la comprensione delle ragioni dei trasportatori. Un agricoltore non può chiedere al raccolto di conservarsi fino alla conclusione di un incontro ministeriale. Una famiglia può condividere la protesta e avere comunque bisogno di fare la spesa. La solidarietà non cancella queste necessità.

Le ragioni degli autotrasportatori e il costo dei blocchi

Prima di condannare chi ferma un camion, bisognerebbe domandarsi quanto gli costi continuare a guidarlo. Un’impresa che non riesce a coprire le spese non può vivere di appelli alla responsabilità. Dietro un mezzo fermo possono esserci debiti, scadenze e il timore di non riuscire a pagare chi lavora. Descrivere tutto questo come un “capriccio” significa rifiutarsi di capire come nasca un conflitto.

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Supermercato a Montecorvino Rovella (Salerno)- Foto pubblicata da Francesco Emilio Borrelli, deputato per Alleanza Verdi e Sinistra. 

Altrettanto comodo, però, sarebbe considerare la difficoltà economica una giustificazione sufficiente per qualsiasi scelta. Una protesta comporta disagi, perché serve anche a rendere evidente un problema che altrimenti resterebbe ignorato.

Salvare il cibo senza rinunciare alle rivendicazioni

Occorre comunque interrogarsi su chi ne sopporti il peso e sulla possibilità di limitarne i danni irreversibili, che andrebbero a ricadere anche sulle famiglie di coloro che protestano. Non dimentichiamocene! Una consegna rinviata può essere recuperata; un prodotto deteriorato no. Quando frutta, verdura o latte diventano inutilizzabili, vanno perduti anche il lavoro, l’acqua e l’energia necessari per produrli. E il danno può ricadere su un’altra impresa che lotta, a sua volta, per restare aperta.

Non abbiamo bisogno di inventare quantità di alimenti già distrutti per comprendere il problema. Il rischio di deterioramento impone una scelta prima che lo spreco si compia. Aspettare le fotografie della merce gettata che ne gioverebbe e a chi? Che senso avrebbe occuparsi delle conseguenze quando una parte del danno non è più rimediabile?

Gli aiuti attesi e le responsabilità del Governo

Dalla Sicilia arriva un’indicazione che merita attenzione. Il 18 ottobre, come riferisce l’ANSA⁠, il Comitato trasportatori siciliani ha annunciato la collaborazione con la Regione per consentire la ripartenza dei carichi ortofrutticoli da lunedì 19, attraverso lo Stretto di Messina. L’obiettivo dichiarato è liberare le celle frigorifere ed evitare che i prodotti finiscano al macero.

L’annuncio non equivale alla verifica che tutte le consegne siano riprese. Indica però una possibilità politica: proteggere gli alimenti mentre la vertenza continua. Significa riconoscere un limite al danno che si è disposti a produrre e cercare una forma di mobilitazione capace di conservarsi il sostegno degli altri lavoratori.

La forza di una protesta dipende anche dalla capacità di spiegare a chi resta coinvolto perché dovrebbe sostenerla. Se il disagio diventa perdita di reddito per un agricoltore o per un negoziante, quella vicinanza rischia di spezzarsi. E il confronto finisce per opporre persone che avrebbero ragioni comuni da far valere.

Il Governo, tuttavia, non può limitarsi a chiedere moderazione. Chi ha il potere di intervenire deve rispondere delle decisioni prese e dei tempi necessari per attuarle. La responsabilità pubblica comincia prima che un presidio occupi una strada.

Difendere il proprio lavoro senza impoverire quello degli altri

Nel comunicato pubblicato da Confartigianato il 16 ottobre⁠, UNATRAS denuncia la mancata erogazione dei ristori collegati al credito d’imposta sul gasolio, per il quale indica uno stanziamento di 434 milioni di euro, e la mancata operatività del fondo da 590 milioni per la transizione ecologica. Sono contestazioni delle rappresentanze del settore, alle quali le amministrazioni devono dare risposte puntuali e verificabili.

Una somma stanziata non paga una fattura finché l’impresa non può utilizzarla. La distanza tra l’annuncio e l’accesso effettivo agli aiuti può consumare la fiducia, oltre alla liquidità. Per questo servono al più presto scadenze attendibili, procedure comprensibili e spiegazioni sui ritardi. Convocare un incontro è necessario; renderne misurabili gli esiti lo è ancora di più. La protesta dilaga in tutta Italia e ben presto ne risentiranno anche ristoratori, turismo e questo Sciangai potrebbe produrre effetti irreversibili.

La via d’uscita richiede impegni su entrambi i fronti: interventi pubblici attuabili e consegne deperibili protette, con modalità concordate tra istituzioni, rappresentanze dei trasportatori e operatori della filiera. Nessuno può pretendere che un’intera categoria lavori stabilmente in perdita né dovrebbe accettare con leggerezza che il conto venga trasferito a chi ha raccolto quei prodotti o aspetta di comprarli.

Difendere il lavoro significa anche riconoscere quello degli altri perché dietro ogni carico deperibile fermo viaggiano le ore di qualcuno, il reddito di una famiglia, una parte delle risorse che abbiamo già consumato. Una protesta nata per rendere sostenibile il lavoro dovrebbe trovare il modo di tutelare anche questo valore.

Il gasolio costa troppo: è una richiesta alla quale dare risposta e trovare una soluzione immediata per arginare il fenomeno di scaffali vuoti e corsa alla spesa come accadde già ai tempi del Covid-19.

Lasciare marcire il cibo, invece, non rende più giusto il prezzo di nulla. Domani potrebbe essere già tardi, la crisi alimentare è vicina.

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