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Anthropic Milano

Innovazione

Anthropic apre a Milano: perché è una buona notizia

di Fabio Massimo Rampoldi

Tra tutte le Big Tech dell’AI, a Milano e in Italia arriva per prima quella che almeno si interroga di più su etica, equità e ridistribuzione. Non è un dettaglio secondario.

25 Maggio 2026

Anthropic aprirà la sua prima sede italiana a Milano entro la fine di maggio. L’annuncio ufficiale è previsto per il 28, ma la notizia circola già da giorni. I fondatori Dario e Daniela Amodei sono di origine italiana, e l’Italia si è rivelata un mercato sorprendentemente vivace per la loro AI, Claude: gli italiani usano questo strumento il doppio di quanto il loro peso demografico mondiale suggerirebbe. Qualcosa vorrà pur dire.

Ma al di là della cronaca, vale la pena chiedersi perché questa notizia meriti più di un trafiletto di cronaca aziendale

Tre posizioni a confronto

Tra i grandi protagonisti dell’AI, il tema della disoccupazione tecnologica divide in modo abbastanza netto. Sam Altman di OpenAI e Elon Musk convergono sull’idea del reddito universale di base: dare una cifra a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro situazione economica, come risposta alla perdita di posti di lavoro causata dall’automazione. È una posizione che ha il merito di riconoscere il problema, ma che dal punto di vista economico presenta un limite importante: dare la stessa cifra a chi non ha reddito e a chi già ne accumula diversi non ha lo stesso effetto sull’economia reale. La propensione al consumo è massima in chi inizia ad avere un reddito, non in chi lo aggiunge ad altri redditi. Un reddito piatto distribuito a tutti non è equo, ma soprattutto è meno efficiente nel sostenere l’economia.

Senza contare il concetto di povertà relativa per cui un trasferimento uniforme e universale non riduce le distanze. E sono quelle distanze a determinare l’accesso ai beni che contano davvero (casa, istruzione, reti sociali) il cui prezzo è relativo alla distribuzione del reddito, non assoluto. Chi era povero resta povero in termini relativi.*

Dario Amodei ha proposto qualcosa di più mirato al problema della disoccupazione tecnologica: garantire un reddito ai propri dipendenti anche quando verranno sostituiti dall’AI. Non a tutti indistintamente, ma a chi sarà sostituito dal lavoro artificiale. È una distinzione sostanziale: un reddito come sostituto dei redditi da lavoro che tengono in piedi i sistemi economici, non come sussidio universale.

La logica che manca

La proposta degli Amodei si muove all’interno del capitalismo americano, dove far intervenire lo Stato nella redistribuzione fa scattare immediatamente l'”allarme socialismo”. Quindi ipotizzano aziende consapevoli che volontariamente si facciano carico di chi non lavora più per loro. Nessuna intermediazione pubblica e libera iniziativa salva.

Il concetto però è lo stesso che dovrebbe adottare lo Stato su larga scala: raccogliere i contributi del lavoro artificiale e redistribuirli come reddito per categorie di persone ad alta propensione al consumo, ossia con redditi bassi o nulli. Non uno stipendio a tutti, ma uno stipendio figurativo a chi ne è privo, finanziato dalla produzione-reddito ottenuta con sempre meno lavoratori. È la stessa logica con cui oggi funziona la previdenza sociale: i contributi di chi lavora finanziano le pensioni di chi non lavora più. Il passaggio successivo è estendere questo meccanismo al lavoro artificiale, che produce ma non versa contributi e non genera consumi.

In altre parole: trasformare quello che oggi è un costo del lavoro in un investimento per i consumi e i profitti futuri. Le macchine producono, le persone consumano, l’economia funziona. Non è utopia, è la condizione affinché il sistema non si avviti su se stesso.

Il modello opposto

All’opposto di questo approccio di Anthropic c’è Palantir, la società fondata da Peter Thiel. Ad aprile 2026 i vertici dell’azienda hanno pubblicato un vero e proprio manifesto ideologico, “The Technological Republic”, in cui l’élite tecnologica viene investita di una missione quasi sacrale: guidare l’Occidente attraverso la forza del software militare e dell’intelligenza artificiale al servizio dello Stato. La Silicon Valley avrebbe un “debito morale” verso la nazione che l’ha resa possibile. Habermas è passato di moda, torna Schmitt: chi ha il software più potente non ha bisogno di convincere nessuno.

Thiel ha dichiarato apertamente le proprie convinzioni transumaniste, mettendo in dubbio pubblicamente se l’umanità nella sua forma attuale debba continuare a esistere.È una visione in cui il progresso tecnologico sembra destinato a una classe eletta che si evolverà separandosi dal resto dell’umanità, chi non è adatto semplicemente resterà indietro.

Palantir intanto fornisce software di sorveglianza a governi, eserciti e agenzie di intelligence in tutto il mondo. Il suo sistema Gotham ha alimentato algoritmi di targeting in zone di conflitto e strumenti di polizia predittiva nelle città americane. L’obiettivo dichiarato, scritto persino nel profilo X della società, è produrre “software that dominates”. Almeno sono onesti.

Chi costruisce il futuro, e per chi

La domanda quindi riguarda il modello che nei prossimi decenni plasmerà il lavoro, la produzione e la distribuzione del reddito.

Col modello Palantir, l’AI diventa uno strumento di concentrazione: di potere militare, di sorveglianza, di ricchezza nelle mani di chi già la detiene. Col modello Altman e Musk, c’è almeno il riconoscimento del problema, anche se la soluzione proposta rischia di essere più simbolica che efficace. Col modello Anthropic, o almeno con la direzione che rappresenta, c’è qualcosa di più: l’idea che il reddito vada a chi lo ha perso o ne ha meno, non distribuito a pioggia su chi già ne ha abbastanza.

È incoraggiante, e non banale, che a sbarcare per prima a Milano sia la società che più si pone queste domande anche a livello etico e non solo economico . La speranza è che l’apertura di una sede italiana non sia solo una mossa commerciale, ma il segnale che il dibattito su cosa fare dei benefici delle nuove tecnologie riguardi anche il nostro paese, non solo come mercato da presidiare, ma come luogo dove si discute che tipo di futuro vogliamo costruire.

 

*E’ il problema della posizionalità dei beni — teorizzato da Fred Hirsch negli anni ’70 nel libro “Social Limits to Growth”. Molti beni (casa in una zona decente, istruzione di qualità, accesso alle reti sociali giuste) non hanno un prezzo fisso ma un prezzo relativo alla distribuzione del reddito. Se tutti hanno più soldi, il prezzo di questi beni sale di conseguenza.


Fabio Massimo Rampoldi è autore di Scritti di ALTER EGOnomia. AI e nuove tecnologie: un Alter Ego che lavora al posto nostro. Immodeste proposte per conservare il progresso e ridistribuire il benessere.

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