Africa

“Quando lottano due elefanti”

La strategia cinese in Africa viene dipinta come un braccio di ferro con l’Occidente per le risorse strategiche, ma davvero è così? Da una parte l’ormai decennale proliferare delle aziende made in China preoccupa Nato e lavoratori africani; dall’altra la storia di questi rapporti

23 Aprile 2026

Questo articolo è stato pubblicato sulla newsletter Puntocritico.info in data 20 Marzo 2026

Dice un proverbio africano: “Quando lottano due elefanti, è l’erba che soffre”. Nella narrazione mainstream, la Cina è il competitor silenzioso e discreto dell’Occidente. Vero è che il colonialismo cinese è più sottile e diplomatico di quello degli Stati Occidentali: costruisce infrastrutture, porti, ferrovie e altre opere più o meno effettivamente utili; soprattutto non impone ai governi contraenti stringenti requisiti ideologici. Apparentemente, la strategia economica cinese in Africa sembra una mano tesa verso il progresso del continente, un’alternativa più soft alla rapacità occidentale. Ma se si indagano le radici di questa partnership, si nota facilmente come questa mano tesa sia tutt’altro che priva di conseguenze.

Il bancomat dei dittatori

I rapporti tra Cina e Africa non sono, in realtà, una storia recente. I primi contatti con il continente risalgono alla dinastia Ming, ma i rapporti si intensificarono verso la fine della Guerra Fredda, quando gli Stati africani che ancora stavano combattendo le guerre di decolonizzazione e civili iniziarono a guardare ancora più ad Est per cercare alternative alla partnership americana o russa. La testa di ponte della Cina nel continente fu l’Angola, il cui presidente José Eduardo dos Santos iniziò già nel 1998 i primi colloqui con Pechino alla ricerca di risorse con cui salvare dalla bancarotta un paese ancora dilaniato dalla guerra civile. Il MLPA, il partito di liberazione di cui Dos Santos faceva parte, non poteva certo guardare a Washington per chiedere aiuto, vista la sua ispirazione socialista. Né sarebbe arrivato aiuto dalla Russia, alle prese con il mastodontico disgelo dell’Urss. Inoltre, il clan del nuovo governo angolano godeva già di una certa nomea in termini di corruzione e riciclaggio, il che teneva alla larga gli investitori internazionali come il Fondo Monetario e le altre istituzioni di credito ufficiali. Ma solo quelle ufficiali, appunto. Nulla che un sistema di prestanome e società ombra, come quello dell’ 88 Queensway Group con sede ad Hong Kong, non potesse aggirare. Furono i cinesi a finanziare Dos Santos, non senza ovviamente chiedere qualcosa in cambio. In questo modo tutti erano soddisfatti: la Cina si ritagliava un ruolo economico, con lo sfruttamento delle miniere e dei pozzi petroliferi; le giunte militari che si succedevano un golpe dopo l’altro avevano accesso alla liquidità di cui avevano bisogno per schiacciare gli oppositori; gli ex colonizzatori e i loro nuovi partner, tra cui Israele, potevano di fatto continuare a sfruttare le risorse accettando di includere nella distribuzione delle quote una fetta della torta per Pechino. Tutto questo ricostruito un pezzo alla volta in un libro-reportage magistrale di Tom Burgis “La Macchina del Saccheggio”, avveniva tra la fine degli anni 90 e i primi anni Duemila. E oggi, cosa è cambiato (se qualcosa è cambiato)?

Shock pandemico

«La nuova strategia africana è usare le risorse per attirare investitori dall’estero, cercando però di mantenere la lavorazione delle materie prime estratte nel continente», mi spiega Luciano Pollichieni, analista con esperienza decennale riguardo il continente africano e autore della newsletter Africanismi, da dove ogni settimana spiega le complesse dinamiche dell’Africa. «D’altra parte – continua – i tentativi di nazionalizzare le risorse sono stati sostanzialmente un fallimento. Da Gheddafi a Lumumba, o chi li ha promossi non ha fatto una bella fine, o non sono comunque riusciti». In un mondo dove l’America si chiude in politiche sempre più protezionistiche, guardare ad Est alla fine rientra in un disegno preciso dei governi africani: «essere attenti a restare un mercato aperto nel mondo». Senza tuttavia chiudere del tutto la porta all’America e ai suoi alleati. «La differenza tra le strategie cinese e americana è che i cinesi sono più favorevoli alla globalizzazione e gli USA, soprattutto ora con Trump, sono più protezionisti. Ma per l’Africa un partner vale l’altro. La stessa galassia MAGA statunitense ha diversi interessi economici in Stati come il Congo, dove si trovano holding e fondi di investimento più o meno apertamente connessi con personalità del calibro di Bill Gates, Jeff Bezos, Erik Prince». La Cina, dal canto suo, si è rivelata un partner interessante a partire, come ricostruisce anche Pollichieni, dal crollo del muro di Berlino: «Quando la Guerra Fredda è finita, sono finiti anche i prestiti dei due blocchi per ingraziarsi strategicamente gli Stati del continente. In quel contesto prima in Angola, ma anche in Congo, Tanzania, Eritrea, Madagascar e tanti altri Stati i cinesi hanno garantito continuità di finanziamento». L’azione di holding e privati cinesi più o meno trasparenti era tollerata, quando non gradita, a una Cina che aveva bisogno di uscire dal precedente stallo dell’economia pianificata comunista per aprirsi al mondo come una potenza economica. Soprattutto, la Cina aveva bisogno di risorse per supportare la sua crescita esponenziale, in termini industriali ma anche di popolazione. «Questo è andato avanti senza problemi fino alla pandemia – continua Pollichieni-. Dalla prima metà del 2010 fino al Covid-19, Pechino ha attuato una politica conveniente per molte giunte africane: infrastrutture e servizi in cambio di partnership strategiche». Il problema è che la pandemia ha rallentato la crescita, isolando temporaneamente la Cina e mettendo fine a questa strategia di investimenti e prestiti molto generosi. «Ha iniziato a chiedere indietro le risorse che prima aveva investito. E gli Stati africani hanno iniziato a rendersi conto che i prestiti cinesi non sono gratuiti».

Ricchezza per chi?

Il costo dei prestiti cinesi non si misura in dollari, ma in litri o tonnellate. In cambio della sua partnership accomodante, la Cina dagli anni Novanta si è fatta pagare in natura: l’uranio, il ferro, il coltan, la bauxite e altri metalli rari, utili a sostenere il piano industriale di Pechino, compresa la recente industria legata alla transizione energetica. Poco importa se questi investimenti miliardari avvengano in aree del mondo contese come il Sahara Occidentale: nonostante la posa neutrale negli organi internazionali, Pechino ha posizioni ideologiche piuttosto elastiche quando si tratta di fare investimenti miliardari. Il problema emerso con la pandemia per alcune economie africane è stato che se la tua economia si basa sull’esportazione di materiale grezzo, e il tuo principale partner smette di comprare le tue esportazioni e frena l’economia globale, devi trovare un altro modo di sostenere la tua, di economia. Soprattutto se rischi che ti esploda una bomba sociale in mano. «L’altro problema africano è la presenza di giovani molto istruiti che però non trovano lavoro. Per questo è cambiato anche l’atteggiamento nei confronti della Cina, che tendenzialmente ha sì costruito infrastrutture, ma impiegando lavoratori cinesi e arricchendo industrie cinesi. Oggi diversi Stati africani vogliono avviare un processo industriale il cui fine è sì estrarre le materie prime, ma a differenza dei decenni precedenti lavorare questi materiali in loco, in modo da garantire lavoro per i locali, non per gli impiegati cinesi». La resistenza crescente della società civile africana ai cinesi non è da prendere sotto gamba. In Zimbabwe una serie di incidenti che hanno coinvolto sfruttatori cinesi e manodopera locale nelle miniere hanno causato un aumento delle ostilità contro tutti i cinesi, causando non poco imbarazzo alla Cina (costretta a redarguire i propri connazionali) e una crescente ostilità contro tutti i cinesi residenti, anche quelli dei negozi al dettaglio. Quasi tre decenni di rapporti commerciali tra le corrotte élites africane e la Cina hanno reso la percezione di Pechino da parte della popolazione locale non differente da quella riguardante le ex potenze coloniali. Questo potrebbe frenare eventuali partnership tra Africa e Cina? Non sembra.

Quando lottano due elefanti

In risposta a questo crescente malcontento anche la strategia cinese è cambiata. «Dalla partnership meramente finanziaria si è passati a quella commerciale e culturale. In risposta ai dazi di Trump, la Cina ha varato al contrario una politica di apertura nei confronti dei suoi partner africani. Vuol dire dazi zero per 54 Stati del continente» spiega Pollichieni. E se è vero che l’influenza cinese non piace a tutti, non è che le intromissioni statunitensi siano più gradite, come dimostra il braccio di ferro tra Washington e la Nigeria. Inoltre, se è vero che alcuni governi africani come quello della Repubblica Democratica del Congo hanno messo in discussione i vecchi accordi con Pechino, è anche vero che il premier della Repubblica Democratica del Congo, Félix-Antoine Tshisekedi Tshilombo, lo stesso che aveva firmato nuovi accordi con gli USA, ha anche rilasciato un comunicato congiunto con il suo omologo Xi Jing Ping in cui riconosce la supremazia cinese su Taiwan. «È cambiata la mentalità – spiega Pollichieni – il messaggio che i leader africani vogliono lanciare ora è che sono aperti alle partnership che possono garantire il controllo sulle risorse». Anche la supposta opposizione ideologica, più forte nel periodo dei due blocchi, nel nuovo mondo globalizzato è sfumata. Se si guarda alla presenza cinese in grandi progetti come il Corridoio di Lobito (la joint venture tra Unione Europea e Stati Uniti che si sarebbe dovuta contrapporre alla Via della Seta di Pechino) o allo sfruttamento del fosfato sahrawi a Bu Craa, la presenza cinese non sembra intaccata dagli interessi occidentali, anzi ci convive serenamente. Tanto chi paga, sono gli abitanti del continente più ricco di risorse e più povero di opportunità. Alla fine, come scrive Burgis: “Se sei l’erba sul percorso di queste due possenti creature, fa davvero poca differenza quali sono le zampe che ti calpestano”.

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