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Senato USA. New Jersey. Sen. Cory Booker, il senatore di Newark che continua a parlare all’America

Dalla città simbolo delle contraddizioni urbane americane al record di venticinque ore nell’aula del Senato: la storia di uno dei protagonisti più originali e difficili da classificare del Partito Democratico

9 Giugno 2026

Con la vittoria nelle primarie democratiche del 2 giugno, Sen. Cory Booker (2013) si prepara a conquistare un nuovo mandato (il terzo completo) al Senato degli Stati Uniti. Apparentemente si tratta di una delle corse meno interessanti dell’intero ciclo elettorale del 2026. Il New Jersey è infatti uno Stato che nelle elezioni federali vota democratico con regolarità ormai da oltre trent’anni e la rielezione di Booker in novembre appare poco più di una formalità.

Eppure la sua storia merita attenzione. Perché racconta molto dell’evoluzione del Partito Democratico, delle trasformazioni dell’America urbana e persino del futuro della leadership democratica nazionale.

Quando si osserva oggi Sen. Cory Booker dall’Europa è facile inserirlo nella categoria dei senatori liberal della costa orientale. Nulla sarebbe più fuorviante.

Booker non nasce politicamente nei corridoi di Washington o nei think tank progressisti. Non nasce neppure nelle università d’élite che pure hanno segnato il suo percorso formativo. Nasce a Newark (NJ). E ancora oggi, dopo oltre un decennio trascorso a Washington, continua a essere soprattutto un politico di Newark (NJ).

La città che lo ha costruito

Per comprendere Booker occorre partire dalla città che lo ha reso famoso.

Newark è la più grande città del New Jersey e per decenni è stata una sorta di laboratorio delle contraddizioni americane. Centro industriale prospero fino agli anni Sessanta, fu colpita dalla deindustrializzazione, dalla fuga della classe media verso i sobborghi, dall’aumento della criminalità e dalle tensioni razziali culminate nelle rivolte del 1967.

Quando Booker vi si trasferisce negli anni Novanta, dopo Stanford, una borsa di studio a Oxford e la laurea in legge a Yale, avrebbe tutte le credenziali per una brillante carriera accademica o professionale. Sceglie invece di andare a vivere nel Central Ward, uno dei quartieri più difficili della città.

È una decisione che segnerà tutta la sua vita politica.

Nel 2002 sfida il potentissimo sindaco Sharpe James, che domina Newark da quasi vent’anni. Perde, ma la sconfitta lo trasforma in una figura emergente della politica americana. Quattro anni più tardi torna a candidarsi e conquista il municipio.

Gli anni da sindaco restano ancora oggi il capitolo più importante della sua storia.

Booker comprende prima di molti altri che amministrare non basta. Bisogna cambiare la percezione della città. Utilizza i social network quando quasi nessun politico li considera ancora uno strumento politico serio. Risponde personalmente ai cittadini. Compare personalmente nei quartieri più difficili e partecipa alle emergenze. Costruisce un rapporto diretto con la popolazione.

I sostenitori lo descrivono come l’uomo che ha restituito speranza a Newark. I critici gli rimproverano una certa inclinazione alla spettacolarizzazione della politica e rapporti talvolta troppo stretti con grandi fondazioni e ambienti finanziari. Ma una cosa appare indiscutibile: quando lascia il municipio nel 2013 Newark è tornata al centro del dibattito nazionale.

Il New Jersey: uno Stato democratico ma non progressista

La parabola di Booker si intreccia con quella di uno degli Stati politicamente più interessanti dell’Unione.

Il New Jersey viene spesso considerato una semplice appendice di New York. In realtà possiede una cultura politica propria. Con quasi dieci milioni di abitanti, è uno degli Stati più ricchi e istruiti d’America. Ospita una vasta classe media suburbana, una forte presenza sindacale, importanti comunità afroamericane, latinoamericane e asiatiche e uno dei più elevati livelli di istruzione del Paese.

È democratico nelle elezioni federali, ma raramente è ideologicamente progressista.

Gli elettori del New Jersey premiano candidati pragmatici, amministratori competenti e figure capaci di tenere insieme sensibilità moderate e istanze progressiste. Da questo punto di vista Booker rappresenta quasi il candidato perfetto.

L’approdo al Senato

L’occasione arriva nel 2013 con la morte dello storico senatore Frank Lautenberg.

Booker vince la special election e diventa il primo afroamericano eletto al Senato dal New Jersey. Da allora non ha più lasciato il seggio. È stato rieletto nel 2014 e nel 2020 e ora si prepara a ottenere un quarto mandato.

Al Senato ha costruito il proprio profilo attorno a pochi grandi temi.

Il più importante riguarda la riforma della giustizia penale. È stato uno dei protagonisti del negoziato bipartisan che ha portato nel 2018 all’approvazione del First Step Act, la più significativa riforma federale del sistema penitenziario americano degli ultimi decenni. La legge ha ampliato i programmi di reinserimento, corretto alcune disparità nelle condanne e rappresenta ancora oggi uno dei rarissimi esempi recenti di collaborazione legislativa tra democratici e repubblicani.

Accanto a questo dossier Booker ha concentrato il proprio lavoro sulla riforma delle politiche antidroga, sulla riduzione dell’incarcerazione di massa, sulle disuguaglianze economiche e sul sostegno alle comunità più svantaggiate.

Particolarmente nota è la proposta dei cosiddetti “Baby Bonds”, conti di risparmio alimentati dallo Stato per garantire a ogni bambino americano un capitale iniziale al raggiungimento dell’età adulta.

Molte di queste proposte non sono diventate legge. Tutte però hanno contribuito a definire la sua identità politica.

Un progressista atipico

Collocare Booker all’interno del caucus democratico non è semplice.

È certamente progressista sui diritti civili, sulla giustizia razziale, sull’immigrazione e sulle politiche sociali. Ma non appartiene all’ala rappresentata da Sen. Bernie Sanders o Sen. Elizabeth Warren. Allo stesso tempo non è neppure un moderato tradizionale.

La sua caratteristica distintiva è un’altra: l’ottimismo.

In un Partito Democratico spesso attraversato da divisioni ideologiche, Booker continua a parlare di riconciliazione, comunità e speranza. Il suo linguaggio richiama frequentemente la tradizione delle chiese afroamericane, Martin Luther King e la stagione dei diritti civili.

Per alcuni questa impostazione rappresenta una risorsa preziosa. Per altri appare ingenua in un’epoca di polarizzazione estrema.

La candidatura presidenziale mancata

Nel 2019 Booker tenta il salto verso la Casa Bianca.

La candidatura sembra quasi inevitabile. Afroamericano, Rhodes Scholar, sindaco riformatore, senatore popolare e straordinario comunicatore: il curriculum appare perfetto. Ma il momento politico non lo favorisce.

In un campo dominato da Sen. Joe Biden, Sen. Bernie Sanders e Sen. Elizabeth Warren, il suo messaggio conciliatore fatica a trovare spazio. La campagna non decolla e si conclude all’inizio del 2020.

Paradossalmente quella sconfitta lo rafforza. Liberato dall’obbligo di apparire candidato presidenziale permanente, Booker torna a concentrarsi sul lavoro parlamentare e sulla costruzione di un profilo nazionale più maturo.

Venticinque ore per farsi ascoltare

Il momento simbolico di questa seconda fase arriva nella primavera del 2025.

Per oltre venticinque ore consecutive prende la parola nell’aula del Senato per denunciare le politiche della seconda amministrazione Trump e lanciare un appello morale al Paese.

Venticinque ore e cinque minuti. Il nuovo record assoluto della storia del Senato moderno.

Più ancora del dato fisico, impressiona il significato politico dell’episodio. Per molti democratici quel discorso rappresenta il ritorno di una forma di leadership morale che il partito sembrava aver smarrito. Da quel momento Booker torna stabilmente nel gruppo dei dirigenti democratici più osservati a livello nazionale.

Vita privata e futuro politico

Booker non si è mai sposato e non ha figli. È vegano da molti anni, pratica regolarmente attività fisica e continua a mantenere un forte legame con Newark. La relazione con l’attrice Rosario Dawson, conclusasi nel 2022, è stata per anni uno degli aspetti più noti della sua vita privata.

Oggi, a cinquantasette anni, occupa una posizione particolare nella gerarchia democratica.

Troppo giovane per essere considerato un veterano a fine carriera. Troppo esperto per essere inserito tra i volti emergenti.

Ha già tentato una corsa presidenziale e potrebbe essere tentato di riprovarci. Soprattutto appartiene a quella generazione di dirigenti che dovrà guidare il partito nell’era successiva a Sen. Chuck Schumer e alla vecchia guardia democratica.

Non è affatto certo che Cory Booker diventi un giorno presidente degli Stati Uniti.

È però sempre più difficile immaginare il futuro del Partito Democratico senza un ruolo significativo per il senatore che, dopo tanti anni trascorsi a Washington, continua ostinatamente a raccontare all’America la stessa storia iniziata nelle strade di Newark.

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