America

Senato USA. Alabama e South Carolina. Due Stati sicuri per i repubblicani. Due storie diverse

Le primarie di giugno non cambieranno il colore politico di Alabama e South Carolina, destinati a restare saldamente repubblicani. Ma raccontano qualcosa di più interessante: l’evoluzione del GOP al Senato.

18 Giugno 2026

Quando si parla di elezioni americane, Alabama e South Carolina finiscono raramente sotto i riflettori nazionali. Non sono stati contendibili, non attirano investimenti milionari dell’ultima ora e non producono suspense elettorale.

Nel 2026 entrambe le sfide sono, salvo eventi imprevedibili, già decise: i repubblicani manterranno i due seggi.

Eppure le primarie svoltesi nei due stati meritano attenzione perché aiutano a comprendere la direzione verso cui si sta muovendo il Partito Repubblicano al Senato.

I due stati condividono una collocazione geografica e culturale nel Sud conservatore, ma presentano caratteristiche differenti.

L’Alabama resta probabilmente il più repubblicano tra i grandi stati del Sud. Con poco più di cinque milioni di abitanti, una forte presenza evangelica, una popolazione rurale ancora significativa e un’economia che combina manifattura avanzata, aerospazio, difesa e agricoltura, è diventato negli ultimi vent’anni una vera fortezza del GOP.

L’unica  eccezione è stata l’elezione speciale del 2017 che portò al Senato il democratico Sen. Doug Jones (2018-2020). La vittoria fu resa possibile dalle gravi controversie che travolsero il candidato repubblicano Roy Moore (accusato di comportamenti sessuali inappropriati nei confronti di minori) dopo il ritiro di Sen. Jeff Sessions per entrare nell’amministrazione Trump. La successiva netta sconfitta di Jones contro Sen. Tommy Tuberville nel 2020 confermò tuttavia il carattere eccezionale di quel risultato e la persistente solidità repubblicana dello Stato. n condizioni normali, per un democratico vincere un’elezione senatoriale in Alabama è quasi impossibile.

La South Carolina presenta invece un’economia più dinamica e diversificata. La crescita dell’industria manifatturiera, gli investimenti esteri, il turismo costiero e lo sviluppo delle aree metropolitane hanno modificato il profilo economico dello stato senza però alterarne gli equilibri politici. I repubblicani controllano quasi ogni livello istituzionale e non perdono un’elezione senatoriale dal 1998. 

In questo contesto Sen. Lindsey Graham (2002)  ha ottenuto senza difficoltà la rinomina repubblicana e si avvia verso un quinto mandato.

La sua storia politica è probabilmente una delle più singolari dell’America contemporanea. Eletto per la prima volta nel 2002, erede politico di Sen. John McCain e figura simbolo del conservatorismo internazionalista repubblicano, Graham sembrava appartenere a un mondo destinato a essere spazzato via dall’arrivo di Donald Trump. Nel 2015 fu tra i critici più severi dell’allora candidato repubblicano e uno dei principali esponenti dell’ala repubblicana ostile alla candidatura del magnate newyorkese.

Lo definì pubblicamente un “un idiota”, arrivò a descriverlo come un politico che alimentava le divisioni razziali “xenofobo, intollerante e bigotto”  e sostenne che non rappresentasse i valori storici del Partito Repubblicano. Nel 2016 si rifiutò di sostenerne la candidatura presidenziale, affermò che una nomination di Trump avrebbe portato il GOP alla sconfitta e, alle elezioni di novembre, scelse addirittura di non votare né per Trump né per Hillary Clinton, scrivendo sulla scheda il nome del conservatore indipendente Evan McMullin.

In quel momento Graham appariva come uno dei simboli della resistenza dell’establishment repubblicano all’ascesa del trumpismo. Pochi anni dopo sarebbe diventato uno dei suoi interlocutori più ascoltati al Senato.

Molti politici hanno provato ad adattarsi al trumpismo. Pochi lo hanno fatto con il successo di Graham. La sua forza non è mai stata l’adesione ideologica a una corrente particolare, ma la capacità di comprendere dove si stesse spostando il suo elettorato senza perdere il proprio peso istituzionale. Oggi rappresenta quasi una figura unica nel caucus repubblicano: sufficientemente trumpiano per vincere in South Carolina e sufficientemente autorevole da restare uno degli uomini più influenti del Senato sui temi della giustizia, della sicurezza nazionale e della politica estera. In un’assemblea che negli ultimi anni ha visto entrare numerosi outsider, Sen. Lindsay Graham continua a incarnare il professionista della politica che conosce profondamente il funzionamento dell’istituzione. 

Se la South Carolina racconta la continuità, l’Alabama racconta il cambiamento.

La decisione di Sen. Tommy Tuberville di non cercare un secondo mandato senatoriale e di candidarsi invece alla carica di governatore ha infatti aperto uno dei seggi vacanti del ciclo elettorale 2026. La scelta non è stata sorprendente. Tuberville non ha mai mostrato particolare interesse per una lunga carriera senatoriale. Ex allenatore di football universitario, entrato in politica sull’onda del trumpismo, ha sempre mantenuto un forte radicamento nella politica dell’Alabama e ha visto nella corsa per il governatorato una posizione più naturale e probabilmente più influente nel contesto statale.

Tuberville lascia il Senato dopo un solo mandato. La sua esperienza a Washington è stata caratterizzata da una forte esposizione mediatica e da un approccio spesso conflittuale. È stato uno dei senatori più identificati con l’ala populista del partito e uno dei protagonisti delle battaglie simboliche dell’era Trump.

Il suo probabile successore Barry Moore presenta un profilo diverso. Anche Moore è un conservatore convintamente trumpiano e la sua vittoria nelle primarie è stata favorita dall’endorsement presidenziale. Tuttavia, a differenza di Tuberville, proviene da una lunga esperienza politica e legislativa maturata prima nel parlamento statale e poi alla Camera federale. Non è un outsider prestato alla politica; è un politico professionale cresciuto dentro il nuovo Partito Repubblicano.

La differenza può sembrare sottile, ma racconta una trasformazione profonda.

Nel 2016 il trumpismo conquistò il Partito Repubblicano portando nelle istituzioni figure provenienti dall’esterno del sistema politico. Dieci anni dopo il trumpismo è diventato esso stesso il sistema politico repubblicano. I nuovi dirigenti del GOP non arrivano più a Washington per sfidare l’establishment: sono l’establishment.

Per questo motivo il passaggio da Sen. Tommy Tuberville a Moore assume un significato che va oltre i confini dell’Alabama. Il caucus repubblicano non diventa meno conservatore né meno trumpiano. Diventa però leggermente più istituzionale, più integrato e probabilmente più orientato al lavoro legislativo e di commissione rispetto alla politica dello scontro permanente.

Vista da questa prospettiva, la storia delle primarie di Alabama e South Carolina racconta due facce della stessa trasformazione.

Sen. Lindsey Graham – al Senato dal 2002, e dunque prodotto da una cultura politica profondamente diversa da quella oggi maggioritaria i- ncarna la straordinaria capacità di adattamento dell’antico establishment repubblicano.

Barry Moore rappresenta invece una nuova generazione di dirigenti che non distingue più tra trumpismo ed establishment perché è cresciuta politicamente dentro quella sintesi.

Entrambi saranno  certamente senatori nel 2027.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.