America

Il Senato USA dopo le elezioni di midterm. I cambiamenti già sicuri per il GOP

Una veloce rassegna dei Senatori che non saranno ricandidati a novembre e le conseguenze nei partiti e sugli equilibri del Senato.
Qui le conseguenze dei ritiri annunciati dei Senatori GOP

26 Aprile 2026

Undici Senatori sicuramente non saranno presenti nel Senato che uscirà dalle elezioni del prossimo novembre.

Anche se tutti gli uscenti candidati venissero rieletti non si tratterebbe di un cambiamento da poco in un’assemblea di soli 100 membri che due anni fa aveva già visto 14 nuovi ingressi.

Nell’articolo precedente ho analizzato gli effetti sui DEM del ritiro di 4 Senatori in carica.

.Per il GOP il cambiamento è ancora più profondo e riguarda (ad oggi) ben 7 Senatori e mette in gioco simultaneamente tre livelli distinti: la leadership del partito e il suo posizionamento ideologico, il rapporto con Trump e il trumpismo, la tenuta elettorale del partito in alcuni stati oggi contendibili.

Vediamo chi sono:

– Sen. Addison Mitchell “Mitch” McConnell Jr (KE, 1984)

– Sen. Joni Ernst (IO, 2014)

– Sen. Thom Tillis (NC, 2014)

– Sen. Steve Daines (MT, 2014)

– Sen. Tommy Tuberville (AL, 2020)

– Sen. Cynthia Lummis (WY, 2020)

– Sen. Alan Armstrong (OK, 2026).

La semplice lettura dell’elenco dice che siamo in presenza di ritiri molto differenti tra loro.

Nessun ritiro peserà sul GOP e sull’intero Senato (e sulla politica USA) quanto il ritiro di Sen. Mitch McConnell, dopo 42 anni di mandato e 17 anni di leadership GOP.

All’estremo opposto nessuna eredità lascerà Sen. Alan Armstrong, nominato nel 2026, dopo l’uscita di scena di Sen. Markwayne Mullin (OK, 2022) nominato da Donald Trump Segretario per la sicurezza interna. Nessuno si ricorderà di lui in Senato.

Oltre a loro due usciranno di scena 3 senatori con due mandati alle spalle e 2 che si ritirano dopo un solo mandato.

Uno solo di questi seggi è realmente a rischio per il GOP: il North Carolina.

E, tuttavia, anche se non cambierà il colore del seggio, il caucus GOP e il suo posizionamento politico cambieranno profondamente.

Ne uscirà sicuramente un partito meno simile al GOP di Sen. Mitch McConnell e molto meno orientato alla tecnica e alle regole (scritte e non scritte) del Senato.

Gli esiti delle primarie nei 6 Stati in questione sono tutt’altro che decisi, le competizioni sono ancora tutte aperte e al momento non è certo quale componente del GOP prevarrà nelle primarie dei diversi stati.

Alcune tendenze si stanno però delineando piuttosto chiaramente. Analizziamole, in generale e con riferimento ai singoli Stati in questione.

  1. Fine del “proceduralismo” tipico del Senato.

Sen. Mitch McConnell (KE, 1984) era l’ultimo gigante tra i GOP di un’interpretazione del ruolo del Senato orientato alla negoziazione istituzionale, alla ricerca di soluzioni bipartisan, al lavoro di Commissione. Un Senato “lontano dai riflettori” dei media, capace al tempo stesso di grandi scontri politici e di forte coesione istituzionale e sulle “regole”.

Va in questa direzione anche il ritiro di Sen. Thom Tillis (NC, 2014) e, anche se in misura minore quello di Sen. Steve Daines (MT, 2014).

In entrambi i casi siamo in presenza del conservatorismo classico, molto business-oriented, pro Nato e con profili autorevoli e indipendenti. Sen. Steve Daines (MT, 2014) rappresenta, inoltre, una perdita pesante nella macchina elettorale GOP (selezione candidati e reperimento fondi).

Il risultato finale sarà un Senato con una maggiore conflittualità procedurale e Senatori GOP più dipendenti dalla dinamica elettorale e mediatica e meno propensi a spendersi nella ricerca di soluzioni di merito e di compromesso nei lavori di Commissione.

  1. Un caucus GOP (e, dunque, un Senato) più vicino a Donald Trump

Tra i Senatori uscenti solo Sen. Tommy Tuberville (AL, 2020) si caratterizzava per un profilo politico dichiaratamente “MAGA”, per un impegno sui temi identitaria cari al Presidente (su tutti il contrasto all’immigrazione) e, soprattutto, per un forte attivismo sulle sfide “culturali” proposte da Donald Trump.

L’Alabama molto probabilmente vedrà una candidatura GOP ancora più vicina a Trump o, al più, equivalente, che non avrà alcun problema a conservare il seggio.

Più in generale la selezione dei candidati va nella direzione di rafforzare uleriormente la componente trumpiana del caucus GOP.

Non solo per la lealtà personale conseguente all’endorsement (e ai fondi) ricevuto dai singoli candidati dal Presidente, ma per un crescente allineamento politico e di stile: maggiore enfasi su temi identitari (immigrazione, sicurezza, cultura), minore autonomia dei singoli Senatori rispetto alla linea della leadership “trumpiana”, posizioni più “radicali”.

Il seggio dello Iowa, ad esempio, resterà sicuramente GOP ma ad una conservatice vecchio stampo, con posizioni moderate e sobrie anche se tipiche del “midwest rurale” come Sen. Joni Ernst (IO, 2014) – un’altra figura molto orientata ai lavori di commissione – succederà una figura più spostata su una visione più identitaria, aggressiva sui temi culturali, che propone una visione della sua base rurale in chiave “anti elite”, protezionista

Lo stesso vale per il Wyoming. Sen. Cynthia Lummis (WY, 2020) è stata una conservatrice molto liberal, focalizzata su questioni come la deregolazione dei mercati e le criptovalute e con ogni probabilità sarà sostituita da un candidato GOP fortemente connotato da una politica centrata sull riduzione di peso e potere dello Stato federale, la lotta all’estabilishment, un populismo identitario e piuttosto aggressivo.

  1. Il Senato come “piattaforma mediatica”.

È una conseguenza delle prime due tendenze appena illustrate.

Senatori che trasformano la loro attività e il Senato in una piattaforma mediatica continua

Molti dei candidati che si contenderanno il seggio “open” alle primarie hanno una forte integrazione con l’ecosistema mediatico conservatore a guida “MAGA”.

Quasi sicuramente ne uscirà un Senato con un maggior numero di Senatori che agiscono soprattutto in funzione della ricaduta mediatica di interventi, audizioni, proposte. Non potrà che risentirne il lavoro legislativo e di Commissione.

L’esempio più evidente di questa linea di tendenza è la strategia del “Big, beutiful Bill” imposta al Senato dal Presidente Trump: non una legge specifica su temi specifici ma una strategia legislativa improntata alla definizione di un unico maxi-provvedimento che accorpa molte politiche  (fisco, sicurezza, energia, welfare…) dal titolo evocativo, semplice, comunicabile.

L’obiettivo è quello di mostrare la capacità di “fare grandi cose” in un solo voto e rappresenta l’opposto del modo tradizionale di funzionare del Senato (leggi molto mirate, approfondito lavoro in Commissione, negoziazione bipartisan).

  1. Senatori “issue branded”

Mi riferisco al fatto che stanno emergendo candidati GOP che si caratterizzano per una proposta politica fortemente associata ad un tema specifico (o pochi temi) che viene usato come leva principale di comunicazione e di identità pubblica.

Questo non potrà che avere impatti sul Senato, trasformando il lavoro legislativo in una battaglia continua su singoli temi ad alta polarizzazione, abbandonando la ricerca di compromessi strutturali con tutte le conseguenze del caso:  uso aggressivo di emendamenti, ostruzionismo e voti simbolici, “scontri” su temi specifici (confine, energia, giustizia, diritti civili…). Insomma, più proposte per marcare un posizionamento politico che leggi bipartisan.

Sono dinamiche sempre più presenti in Senato negli ultimi anni che potrebbero diventare ancora più marcate dopo le prossime elezioni.

In sostanza, anche se in 6 casi su 7 il GOP non avrà problemi a conquistare il seggio lasciato “open” dal Senatore uscente, cambierà in profondità la qualità politica e il posizionamento ideologico del gruppo repubblicano al Senato.

E, infine, il North Carolina: l’unico seggio veramente a rischio per il GOP

La situazione è simmetrica a quella del Michigan per i DEM. In Michigan il ritiro di Sen. Gary Peters Sr. (MI, 2014) rischia di far perdere il seggio ai DEM così come in North Carolina il ritiro di Sen. Thom Tillis (NC, 2014) rischia di produrre lo stesso risultato per il GOP.

E’ questo, infatti, il ritiro strategicamente più pericoloso (in realtà l’unico pericoloso) perché con lui il GOP perde il miglior profilo possibile per vincere nello Stato, soprattutto se le primarie dovessero vedere la vittoria di un candidato troppo orientato verso posizioni “MAGA”

Sen. Thom Tillis (NC, 2014) è un conservatore molto pragmatico, “business-oriented”, pro NATO e oppositore dei dazi. Un profilo solido e istituzionale, pragmatico, pro-NATO, pro-trade e capace di darsi un posizionamento piuttosto indipendente, anche se i suoi voti di fatto hanno quasi sempre appoggiato la leadership, tranne nell’ultimo biennio

Sen. Thom Tillis (NC, 2014) si è imposto due volte in uno Stato “purple” dagli esiti elettorali incerti e che si modificano nel tempo.

La sua storia senatoriale può essere scandita in tre fasi.

Nei primi anni dopo la nomina incarna il GOP classico della “Sun Belt”, caratterizzandosi per i suoi orientamenti politici molto “pro-business” (deregolamentazione e tasse basse, le priorità) con un profilo per nulla ideologico e molto manageriale. In Senato si dimostra sempre di più come “senatore da Commissione”, negoziatore sempre attento alle questioni tecniche che partecipa a molti tavoli bipartisan su diversi temi (infrastrutture, incentivi alle imprese, veterani) rendendosi molto sospetto agli occhi di Donald Trump e della base “MAGA”, ma molto apprezzato dalle lobby economiche, dai donatori di fondi e dall’elettorato più istruito.

Nel 2025 “rompe” con Donald Trump votando contro l’avvio del dibattito sulla “Big, beautiful Bill” voluta dal Presidente, motivando il suo dissenso con la contrarietà ai tagli  a Medicaid e ai fondi per gli ospedali rurali del North Carolina (con lui, tra i GOP si è schierato solo Sen. Rand Paul (KE, 2010) e la “motion to proceed” è stata approvata 51-49)

Da qui la sua decisione di ritirarsi anche per evitare lo scontro di elezioni primarie contro un candidato voluto e sostenuto dal Presidente.

Uno dei punti di maggiore criticità per le elezioni di novembre è che molto difficilmente potrà emergere un candidato GOP capace di riprodurre la coalizione elettorale che Sen. Thom Tillis (NC, 2014) è sempre riuscito ad aggregare.

Una coalizione capace di far coesistere il consenso dei ceti urbani emergenti (manager professionisti) e dinamici, i conservatori tradizionalmente contro l’alta pressione fiscale, gli evangelici moderati, tenendo molto bene anche nel mondo rurale senza aver mai la necessità di assumere posizioni populiste. Il suo forte radicamento nella comunità finanziaria, tra gli operatori del settore immobiliare, dell’energia e della sanità lo ha sempre reso, inoltre, una vera “macchina da raccolta fondi”.

Il suo punto di forza è sempre stata la capacità di massimizzare il voto urbano GOP senza mai perdere il consenso delle aree rurali più legate al messaggio trumpiano. E questa combinazione è molto difficile da replicare.

Il North Carolina è uno Stato “purple” (rosso o blu a seconda dei casi) anche se con una leggera tendenza GOP a livello federale.

Con Sen. Thom Tillis (NC, 2014) il GOP partiva con un doppio vantaggio: la candidatura dell’”incumbent” e il suo profilo politico. Senza di lui il rischio di perdere il seggio per il GOP è molto alto perché non si vede all’orizzonte nessun candidato capace di riprodurre una coalizione elettorale altrettanto ampia e trasversale.

È il classico caso in cui il ritiro di un solo Senatore GOP determina nello stesso tempo uno spostamento ideologico forte nel partito, una crescita del potere di Donald Trump nella selezione dei candidati (il suo ritiro è stato letto come esempio che chi “rompe” con il Presidente non ha spazio nelle primarie) e il rischio della perdita di un seggio in favore dei DEM

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