America

Senato USA. L’ultimo ponte con la storia del Senato GOP. La morte di Sen. Lindsey Graham (SC) chiude un’epoca

L’improvvisa morte di Sen. Lindsey Graham va letta come qualcosa di più della scomparsa di un protagonista della politica americana.

12 Luglio 2026

Il Senato degli Stati Uniti, la più grande assemblea deliberativa al mondo, ha una caratteristica fondamentale che lo contraddistingue da ogni altra assemblea elettiva: la continuità. Mentre presidenti e maggioranze cambiavano, il Senato conservava memoria, relazioni personali, competenze e leadership costruite nell’arco di decenni.

È questa continuità che oggi sembra interrompersi.

Eravamo tutti certi che a novembre gli elettori del South Carolina avrebbero conferito a Sen Lindsey Graham il quinto mandato senatoriale (ne avevo parlato qui).

Non sarà così. Sen. Lindsey Graham è morto ieri sera all’età di 71 anni, nella sua residenza di Washington, dopo una “breve e improvvisa malattia” come recita il comunicato ufficiale del suo ufficio senza fornire ulteriori dettagli.

La morte di Sen. Lindsey Graham non è soltanto la scomparsa di uno dei senatori più influenti degli ultimi trent’anni. È un evento che assume un significato molto più ampio se osservato insieme a quanto sta accadendo nel Partito Repubblicano e, più in generale, al Senato americano.

Nel giro di pochi mesi il GOP sta perdendo quasi contemporaneamente un’intera generazione di dirigenti che ha segnato la storia della Camera alta e accompagnato il passaggio dal conservatorismo di Ronald Reagan al repubblicanesimo dell’era Trump.

Sen. Mitch McConnell (KE) ha lasciato la leadership repubblicana e ha scelto di non ricandidarsi. Il progressivo aggravarsi delle sue condizioni di salute lo ha inoltre allontanato dalla vita pubblica, privando il Senato del suo più grande stratega parlamentare. È stato l’uomo che, più di ogni altro, ha trasformato il Senato nel principale terreno dello scontro istituzionale americano e ha costruito, con pazienza e metodo, la maggioranza conservatrice oggi presente alla Corte Suprema.

Ora arriva la morte improvvisa di Sen. Lindsey Graham.

Se McConnell era l’architetto del potere, Graham ne era il diplomatico. Uomo delle relazioni personali, della politica estera, delle missioni internazionali e del dialogo con presidenti di ogni colore politico, ha incarnato come pochi altri la transizione del Partito Repubblicano dall’era Reagan-Bush all’era Trump.

La sua parabola politica resta emblematica. Nel 2016 fu uno dei più severi critici di Donald Trump, giudicandolo inadatto alla Presidenza e distante dalla tradizione conservatrice americana. Pochi anni dopo sarebbe diventato uno dei suoi consiglieri più ascoltati, soprattutto sui temi della politica estera e delle nomine giudiziarie.

Molti interpretarono quella scelta come semplice opportunismo. Più probabilmente Graham aveva intuito prima di altri che il trumpismo non sarebbe stato una parentesi destinata a esaurirsi, ma il nuovo asse del Partito Repubblicano.

Scelse così non la strada della testimonianza, bensì quella dell’influenza: cercare di orientare il nuovo corso dall’interno anziché combatterlo dall’esterno.

Su un punto, tuttavia, non cambiò mai idea. Rimase fino all’ultimo un convinto sostenitore della leadership internazionale degli Stati Uniti, della NATO, del sostegno all’Ucraina e della sicurezza di Israele. Anche quando una parte crescente del movimento MAGA metteva in discussione l’interventismo americano, Graham continuava a rappresentare la tradizione repubblicana della proiezione globale degli Stati Uniti.

La sua morte arriva dentro un cambiamento molto più profondo. Le elezioni del 2026 stanno segnando il più vasto ricambio della classe dirigente repubblicana al Senato degli ultimi decenni.

Sen. Mitch McConnell (KE) ha scelto di non ricandidarsi. Sen. Thom Tillis (NC) ha annunciato il proprio ritiro dopo il duro scontro con Donald Trump. Sen. Joni Ernst (IO) ha deciso di concludere la propria esperienza senatoriale in Iowa.

A questo ricambio volontario si sommano le sconfitte politiche.

Sen. John Cornyn (TX), per anni uno dei principali leader parlamentari repubblicani, è stato sconfitto nelle primarie del Texas da Ken Paxton. Una sconfitta che vale molto più della sostituzione di un candidato: rappresenta il definitivo successo del trumpismo sull’antico establishment conservatore.

Anche Sen. Bill Cassidy (LO), in Louisiana, ha pagato il prezzo del voto favorevole alla condanna di Trump nel secondo impeachment. La sua sconfitta nelle primarie è diventata il simbolo di un cambiamento profondo: nel Partito Repubblicano di oggi l’appartenenza alla tradizione conservatrice non basta più; il rapporto con Donald Trump è divenuto uno dei principali criteri di legittimazione politica.

Non si tratta, dunque, di un semplice ricambio anagrafico.

Per decenni il Senato è stato il luogo della continuità istituzionale americana. Figure come McConnell, Graham, Cornyn e tanti altri prima di loro hanno costruito il proprio prestigio attraverso la conoscenza delle procedure parlamentari, il lavoro scrupoloso nelle commissioni, la capacità di negoziare, il rispetto reciproco tra colleghi e una visione di lungo periodo delle istituzioni.

Quella cultura politica aveva un tratto distintivo: il Senato non era soltanto il luogo dove si votavano le leggi, ma il luogo dove si formavano le classi dirigenti del Paese. Le grandi commissioni, le missioni internazionali, i rapporti bipartisan e la conoscenza delle regole parlamentari costituivano un patrimonio che si accumulava nel tempo e che rendeva il Senato diverso dalla Camera dei Rappresentanti, più esposta alle oscillazioni dell’opinione pubblica.

Il nuovo Partito Repubblicano (e come vedremo altrove anche il Partito Democratico) risponde invece a logiche differenti. La legittimazione deriva molto più dal rapporto diretto con la base elettorale, dalla capacità di interpretare il messaggio di Donald Trump e dalla visibilità mediatica che non dalla lunga esperienza parlamentare. È un partito più competitivo, più polarizzato, più personalizzato e meno legato alla tradizionale cultura senatoriale.

In questo quadro assume un valore quasi simbolico la figura di Sen. Chuck Grassley (IO).

Entrato al Senato nel 1980, è oggi il Dean of the Senate, il senatore con il più lungo servizio continuativo (eletto la prima volta nel 1980) dell’intera Assemblea. Grassley rappresenta ormai l’ultimo grande testimone della generazione che ha attraversato la presidenza Reagan, la fine della Guerra Fredda, gli anni di Bush padre e figlio, la rivoluzione repubblicana di Newt Gingrich, il Tea Party e infine l’ascesa di Donald Trump.

La sua permanenza al Senato appare quasi come un ponte vivente tra due epoche profondamente diverse della politica americana. Quando anche Sen. Chuck Grassley lascerà la scena (il suo attuale mandato scade nel 2028), si chiuderà definitivamente il capitolo storico del Partito Repubblicano che aveva fatto del Senato il proprio centro di gravità istituzionale.

Non è detto che il Partito Repubblicano esca indebolito da questa trasformazione. Al contrario, il trumpismo ha dimostrato una straordinaria capacità di rigenerare la propria classe dirigente e di costruire un rapporto diretto con il proprio elettorato. Sarà però una classe dirigente diversa: formatasi nelle primarie dell’era dei social media, cresciuta nella comunicazione permanente, lontana dai rituali del Senato,molto più legittimata dal consenso della base che dall’autorevolezza conquistata nei lunghi anni trascorsi nelle commissioni parlamentari.

Per questo la morte di Sen. Lindsey Graham va letta come qualcosa di più della scomparsa di un protagonista della politica americana.

Segna, anzitutto, la fine della generazione che aveva conosciuto, governato e cercato di tenere insieme due mondi: quello del conservatorismo reaganiano e quello del trumpismo nascente. Da oggi quel ponte non esiste più.

Ma non scompare soltanto una generazione di dirigenti repubblicani.

Per gran parte del Novecento il Senato è stato il luogo nel quale si sono formati gli statisti americani. Presidenti, candidati alla Casa Bianca, leader di politica estera, grandi mediatori parlamentari passavano quasi inevitabilmente da quell’aula. La lunga permanenza in Senato consentiva di accumulare esperienza, costruire relazioni personali, conoscere le procedure e sviluppare una visione delle istituzioni che trascendeva la contingenza politica.

Quel modello si sta progressivamente esaurendo.

La politica americana del XXI secolo premia percorsi diversi.

Le leadership nascono nelle campagne presidenziali, nelle primarie combattute, nei governatorati degli Stati, nella capacità di dominare il ciclo mediatico e di costruire un rapporto diretto con milioni di elettori.

Il Senato resta una delle istituzioni più potenti previste dalla Costituzione: conferma i giudici federali, ratifica i trattati internazionali, approva le nomine dell’esecutivo e rappresenta gli Stati nell’equilibrio federale. Ma non è più, come era stato per decenni, il principale laboratorio della classe dirigente nazionale.

Si affievolisce, insomma, un’idea del Senato: quella di un’istituzione capace di formare leader attraverso il tempo, la competenza, il confronto e la costruzione paziente del consenso.

Forse è questa la vera notizia che si nasconde dietro la morte di Sen. Lindsey Graham: non la fine di una carriera, ma la fine di un modo di fare politica che, per oltre un secolo, ha contribuito a definire gli Stati Uniti.

 

NOTA: Cosa succede ora in South Carolina?

Ecco cosa dice la legge: “Qualora un candidato designato da un partito deceda e sia stato selezionato attraverso elezioni primarie di partito, il posto vacante deve essere coperto mediante un’elezione primaria speciale.

Il periodo per la presentazione delle candidature alla primaria speciale si apre il secondo martedì successivo al decesso (21 luglio)  e rimane aperto per una settimana.

La primaria speciale si svolge quindi il secondo martedì immediatamente successivo alla chiusura del periodo di presentazione delle candidature. (11 agosto) Qualora sia necessario un ballottaggio, questo deve tenersi due settimane dopo la prima primaria.”

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