America

Senato USA. Il paradosso di Trump: conquistare il partito e rischiare di perdere seggi in Senato. North Carolina.

Il prezzo dell’uscita di scena di Sen. Thom Tillis. Il partito è diventato più trumpiano. Ma un seggio che consideravo “battleground” oggi è chiaramente avviato verso i DEM.
Come cambia la mappa per il controllo del Senato.

8 Agosto 2026

Novembre si avvicina. Solo in 8 Stati si devono ancora svolgere le primarie (più la “primaria speciale” del South Carolina per scegliere il candidato GOP che sostituirà lo scomparso Sen. Lindsey Graham (SC-2002)).

E le previsioni sull’esito finale si aggiornano e cambiano. Avevo fornito un quadro dei possibili esiti a maggio. E’ il momento di aggiornarlo

Il punto di partenza era GOP 49 – DEM 45 con 6 competizioni elettorali dall’esito completamente aperto: Alaska, Maine, North Carolina, Ohio (attualmente GOP) e Georgia e Michigan (attualmente DEM).

Due sono le previsioni che mi sento di modificare oggi: entrambe a vantaggio dei DEM.

Credo, infatti che il North Carolina sarà vinto dai DEM (primo seggio Flip del 2026) e il Texas ad oggi vada catalogato come stato dall’esito incerto (e non GOP come ritenevo).

La nuova previsione è quindi GOP 48 – DEM 46 con Alaska, Maine, Ohio, Texas (attualmente GOP) e Georgia e Michigan (attualmente DEM) stati battleground dall’esito incerto.

Vediamone le ragioni cominciando dal North Carolina

North Carolina, il seggio che Trump ha messo in gioco

L’uscita di scena di Sen. Thom Tillis (2014) ha trasformato la North Carolina nel principale possibile terreno di conquista DEM: Roy Cooper parte oggi nettamente favorito su Michael Whatley.

E’ questo il paradosso nella corsa per il Senato della North Carolina. Il seggio che oggi appare come la migliore opportunità per i democratici di sottrarre un senatore ai repubblicani non si è aperto perché il GOP fosse particolarmente debole nello Stato.

Si è aperto perché Donald Trump è diventato abbastanza forte dentro il suo partito da rendere sempre più difficile la sopravvivenza di un repubblicano come Sen. Thom Tillis.

L’ultimo atto di Tillis

Sen. Thom Tillis non è mai stato un anti-Trump.

Conservatore, già speaker della Camera statale, eletto al Senato nel 2014 e rieletto di strettissima misura nel 2020, ha votato molto più spesso con Trump che contro di lui.

Ma appartiene a una specie repubblicana diventata progressivamente più rara: quella dei senatori che considerano ancora possibile distinguere la fedeltà al partito dalla subordinazione personale al presidente.

La rottura è arrivata nel giugno 2025. Tillis si oppose alla grande legge fiscale e di spesa voluta dalla Casa Bianca, soprattutto per l’impatto dei tagli a Medicaid sulla North Carolina. Trump reagì minacciando apertamente di sostenere un suo avversario nelle primarie repubblicane. Il giorno successivo Tillis annunciò che non si sarebbe ricandidato.

Non fu semplicemente il ritiro di un senatore sessantacinquenne stanco di Washington. Tillis spiegò la sua decisione denunciando un sistema nel quale diventava sempre più difficile esercitare indipendenza di giudizio e cercare compromessi bipartisan.

Prima di lui era già accaduto a Sen. Jeff Flake (AR-2012-2018) in Arizona e Sen. Bob Corker (TE-2006-2018) in Tennessee. Entrambi, nel 2017, rinunciarono a cercare la rielezione mentre lo scontro con Trump rendeva sempre più difficile la loro sopravvivenza nelle primarie repubblicane. Qualche anno dopo Sen. Mitt Romney (UT-2028-2024), candidato del GOP alla Casa Bianca nel 2012 e poi isolato nel partito per i suoi voti contro Trump nei due impeachment, scelse di non ricandidarsi nel 2024. Storie diverse, ma una stessa traiettoria: il progressivo restringimento dello spazio politico per un conservatorismo repubblicano autonomo dalla leadership personale di Trump.

Le vicende di questi giorni confermano che non si tratta di conflitti occasionali.

Nell’estate 2026 Tillis ha utilizzato il proprio voto nella Judiciary Committee per mettere in difficoltà la nomina di Todd Blanche, già avvocato personale di Trump, ad Attorney General. Il nodo era soprattutto un fondo da quasi 1,8 miliardi di dollari destinato a risarcire le vittime del presunto “uso politico” della giustizia federale, nel quale Sen. Tillis vedeva il rischio di una gigantesca cassa discrezionale a beneficio degli alleati del presidente. Blanche ha dovuto rinunciare al progetto per ottenere il voto di Sen. Tillis e di altri repubblicani; ottenuta la concessione, Tillis ne ha sostenuto la nomina, risultando addirittura – con Sen. Bill Cassidy – determinante nel voto finale di ieri (50-49, l’esito con il voto contrario di Sen. Lisa Murkowsky (AK-2002) e Sen. Susan Collins (ME-1996))

È quasi una rappresentazione perfetta del suo ultimo anno al Senato: non un repubblicano passato all’opposizione, ma un senatore che, non dovendo più affrontare una primaria dominata da Trump, ha recuperato la libertà di contrattare il proprio voto con la Casa Bianca.

Trump ha vinto la battaglia interna forzando al ritiro anche Sen. Thom Tillis (dopo aver liquidato nelle primarie Sen. Bill Cassidy (LO-2014) e Sen. John Cornyn (TX-2002)). Ma ha sicuramente complicato la sfida elettorale di novembre

Dal senatore dello Stato al presidente del partito

Al posto di Tillis, i repubblicani hanno scelto Michael Whatley.

La differenza fra i due profili è quasi didascalica. Tillis arrivava a Washington dopo essere stato speaker della Camera della North Carolina. Whatley arriva alla candidatura dopo essere stato presidente del Partito repubblicano statale e poi presidente del Republican National Committee.

È un uomo di partito, non un uomo delle istituzioni. E soprattutto la sua ascesa nazionale è strettamente legata a Trump, che nel 2024 lo volle alla guida dell’RNC insieme a Lara Trump.

Non significa che Whatley sia un candidato estremista. Sarebbe una lettura troppo semplice. Il problema è diverso: la sua biografia politica rende molto più difficile separare la sua candidatura dal trumpismo nazionale.

E in North Carolina questa distinzione conta.

Trump ha vinto lo Stato nel 2016, nel 2020 e ancora nel 2024. Ma nello stesso Stato gli elettori hanno ripetutamente dimostrato di saper votare in maniera diversa quando scelgono le istituzioni statali.

Nel 2016 elessero contemporaneamente Trump presidente e Roy Cooper governatore. Nel 2020 fecero esattamente la stessa cosa.

È questa apparente contraddizione che oggi minaccia il GOP.

Cooper, il democratico che sa vincere dove vincono i repubblicani

Roy Cooper rappresenta quasi il contrario politico di Whatley.

Ha attraversato per decenni la politica della North Carolina, è stato procuratore generale e poi governatore per due mandati.

Soprattutto, non ha mai perso un’elezione. È la sostanza della sua candidatura.

Cooper conosce la formula necessaria a un democratico per vincere uno Stato che nelle presidenziali tende ormai verso i repubblicani: massimizzare il consenso nei principali centri urbani; mobilitare l’elettorato afroamericano; crescere tra gli elettori più istruiti; limitare le perdite nelle contee rurali; e, infine, convincere quella piccola ma decisiva fascia di elettori disposta a votare Trump alla Casa Bianca e un democratico moderato nelle istituzioni statali.

Non sta cercando di trasformare ideologicamente la North Carolina.

Sta cercando di ricostruire per il Senato la coalizione con cui è stato eletto per ben due volte Governatore

La legge fiscale trumpiana che aveva provocato la rottura fra Sen Thom Tillis e il presidente è diventata così il ponte fra l’uscita del senatore repubblicano e la candidatura del suo possibile successore democratico.

Cooper aveva già impostato su questo terreno il lancio della propria campagna, tenendosi però ben lontano dal linguaggio ideologico della nuova sinistra democratica.

Il bersaglio è sempre il costo della vita, le grandi corporation, gli interessi organizzati di Washington, ma a indicare questi temi non è Sen. Bernie Sanders e neppure Abdul El-Sayed: è un ex governatore moderato che gli elettori conoscono da trent’anni.

Questo rende molto più difficile per i repubblicani utilizzare l’arma che negli ultimi anni ha funzionato meglio: trasformare ogni democratico locale nella rappresentazione della sinistra nazionale.

Il vero problema di Whatley

Whatley deve invece risolvere un’equazione assai più complicata.

Ha bisogno di Trump. Non soltanto perché il presidente rimane dominante fra gli elettori repubblicani, ma perché la stessa legittimazione politica di Whatley deriva in larga misura dal rapporto con lui.

Contemporaneamente, però, per vincere deve conquistare una parte di quegli elettori indipendenti e suburbani che possono votare repubblicano a livello federale ma che hanno già dimostrato di preferire Cooper quando il confronto riguarda direttamente la politica dello Stato.

In altre parole, Whatley deve nazionalizzare l’elezione per mobilitare la base e localizzarla per conquistare il centro.

Cooper può fare quasi l’opposto: prendere le distanze dalle componenti meno popolari del Partito democratico nazionale e presentare la gara come una scelta fra due uomini della North Carolina, anche se uno dei due ha trascorso gli ultimi anni soprattutto alla guida dell’apparato nazionale repubblicano.

La differenza fra i due curriculum diventa così un messaggio politico senza neppure bisogno di essere esplicitata.

I numeri raccontano qualcosa, ma non tutto

I sondaggi hanno cominciato a registrare questa asimmetria.

Le rilevazioni oscillano, come inevitabilmente accade in uno Stato abituato alle elezioni sul filo dei punti percentuali.  Ma il dato importante è che Cooper continua a essere avanti.

In uno Stato strutturalmente repubblicano, con un presidente repubblicano alla Casa Bianca, è già questa la notizia.

Anche la raccolta fondi racconta la differenza fra le due candidature.

Whatley ha raccolto fino al 30 giugno circa 11,3 milioni di dollari e ne ha già spesi 7,8. Cooper ha annunciato quasi 15 milioni raccolti nel solo secondo trimestre, dopo i 13,8 milioni del primo. Il 95% delle donazioni del secondo trimestre è stato pari o inferiore a 100 dollari.

I grandi comitati repubblicani e i Super PAC possono compensare buona parte della differenza. Ma anche qui compare un’asimmetria.

Cooper può finanziare direttamente la propria campagna. Whatley dipende molto di più dall’intervento dell’ecosistema repubblicano nazionale.

E gli investimenti GOP in North Carolina saranno minori risorse disponibili  in Ohio, Maine, Texas o negli altri fronti decisivi della battaglia per il Senato.

Lo spettro di Mark Robinson

C’è infine un precedente che aleggia inevitabilmente sulla campagna repubblicana: la disfatta di Mark Robinson nella corsa a governatore del 2024. Whatley non è Robinson. Non ha il suo profilo estremista, né il suo bagaglio di scandali, e sarebbe profondamente scorretto sovrapporre i due candidati.

La lezione del 2024 però dimostra che la forza di Trump non è automaticamente trasferibile ai candidati che Trump sostiene.

Trump può conquistare elettori che non sono necessariamente diventati repubblicani in senso tradizionale: il suo consenso  è personale prima ancora che partitico. Quando Trump scompare dalla scheda, non è affatto certo che quei voti passino integralmente al candidato GOP

Dalla previsione di maggio a quella di agosto

Nel mio quadro generale del 2 maggio avevo collocato la North Carolina insieme ad Alaska, Maine e Ohio fra i quattro seggi repubblicani realmente contendibili dai democratici. Era un battleground.

Oggi correggo quella previsione. North Carolina: DEM.

Non perché la North Carolina abbia cambiato improvvisamente colore. Trump può continuare tranquillamente a essere più popolare nello Stato del Partito democratico.

Roy Cooper appare nettamente più forte del proprio partito. Michael Whatley, al contrario, deve ancora dimostrare di poter essere forte quanto Trump.

Il GOP aveva un senatore conservatore che aveva già dimostrato due volte di saper vincere la North Carolina. Trump ne ha reso politicamente sempre più difficile l’autonomia. Tillis ha scelto di andarsene. Al suo posto arriva un candidato assai più coerente con il partito che Trump ha costruito.

Il GOP è diventato più trumpiano. Il seggio passerà ai DEM.

È il primo volto del paradosso di Trump: conquistare completamente il partito può significare restringere la coalizione necessaria per vincere le elezioni

Sen. Thom Tillis poteva essere irritante per Trump perché qualche volta votava contro di lui.

Whatley è assai meno probabile che lo faccia, soprattutto perché secondo me non riuscirà a farsi eleggere.

 

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