Geopolitica
Ad Ashdod, Ben Gvir ha fatto il bullo. Con il permesso di Netanyahu
Il ministro israeliano ha filmato e pubblicato la sua passeggiata tra attivisti inginocchiati e ammanettati. La stessa logica visiva con cui l’esercito francese documentava la repressione algerina nel 1957.
In una situazione come questa, i paragoni storici nascono spontanei a decine. Vorrei sottoporne uno poco manicheo.
Nel 1957, durante la Bataille d’Alger, l’esercito francese aveva già capito che la detenzione da sola non bastava. Serviva la messa in scena della detenzione. Serviva che qualcuno la vedesse. I rastrellamenti venivano documentati, distribuiti ai giornali favorevoli, usati come conferma visiva dell’ordine ristabilito
Itamar Ben Gvir, ministro israeliano della Sicurezza Nazionale, ha fatto lo stesso ieri ad Ashdod. Si è presentato in camicia nera, ha girato tra centinaia di attivisti della Global Sumud Flotilla con le mani legate da fascette e fatti inginocchiare a terra nell’hangar portuale, ha sventolato una bandiera israeliana gridando “Benvenuti, noi siamo i padroni di casa”. Poi ha pubblicato il video lui stesso, sui suoi profili social. L’inno israeliano in sottofondo, un attivista trascinato a terra dopo aver urlato “free Palestine”, una donna che urla mentre Ben Gvir dice alle guardie di non farsi disturbare dalle grida.
La differenza con il 1957 è una sola: il generale Massu non aveva X.
Quello che Ben Gvir ha prodotto non è uno sfogo o un eccesso individuale. È un documento di propaganda coloniale con una destinazione precisa: il pubblico interno israeliano, quella parte della società che vuole vedere conferma visiva della propria superiorità su chi osa contestare il blocco di Gaza. I prigionieri sono il pretesto; l’umiliazione è il messaggio; la pubblicazione è la politica.
Poche settimane fa scrivevo su queste pagine del Trattato di Roma e dell’Algeria: nel 1957, i partner fondatori della CEE firmarono un trattato che inseriva quella stessa Algeria nel corpo del testo come parte integrante dell’Europa, mentre l’esercito francese conduceva una campagna di tortura sistematica. I fondi europei finanziarono infrastrutture algerine nel tentativo di soffocare per via economica ciò che non riusciva a soffocare militarmente. Il meccanismo era già allora quello: legittimare attraverso la forma giuridica e il silenzio diplomatico ciò che non si poteva nominare. L’Europa nacque con una guerra dentro il suo testo fondativo.
La Global Sumud Flotilla — che avevo già seguito quando salpò nell’ottobre del 2025 con quella sua logica gandhiana del gesto non violento come atto politico in sé — è stata intercettata in acque internazionali. Quattrocento attivisti provenienti da decine di paesi, tra cui ventisette italiani, portavano cibo e medicine a Gaza. Il diritto internazionale sulla libertà di navigazione nelle acque internazionali è consolidato; l’intercettazione in alto mare è un atto che Israele ha già compiuto in passato e che ha già prodotto morti, nel 2010, sulla Mavi Marmara. Su questo Ben Gvir non ha detto nulla. Ha scelto di parlare con un video orribile e vigliacco.
Netanyahu lo ha criticato dicendo che il comportamento “non è in linea con i valori e le norme di Israele”. Il ministro degli Esteri Sa’ar è andato oltre: “Con questa vergognosa dimostrazione hai consapevolmente arrecato danno al nostro Stato”. Entrambi parlano di danno reputazionale. Il problema che hanno identificato, però, è solo la cattiva immagine. Nessuno dei due ha contestato l’intercettazione, il fermo, le condizioni di detenzione. Hanno contestato il ritorno reputazionale causato dal video.
Meloni ha detto “inaccettabile”. Tajani ha convocato l’ambasciatore. Parole giuste, pronunciate con settimane e mesi di ritardo rispetto a tutto il resto. Il governo italiano che aveva guardato con prudente distanza il blocco di Gaza, le immagini di Rafah, i numeri dei morti civili, scopre l’indignazione quando ci sono ventisette connazionali in ginocchio in un hangar filmati da un ministro straniero in camicia nera.
La vigliaccheria di Ben Gvir non sta solo nell’aver filmato ma nell’aver scelto come soggetto persone legate, inginocchiate, in stato di fermo, incapaci di reagire. Il “coraggio” esibito è la performance dell’autorità davanti a chi non può rispondere.
La storia di questa Flotilla, di questi attivisti e di questa guerra ha già mostrato cosa produce il simbolo non violento quando incontra chi non sa rispondergli se non con la forza. Lo aveva già scritto, settant’anni prima di Ashdod, la stampa coloniale britannica che fabbricava didascalie false sotto le fotografie di Gandhi per neutralizzarne il messaggio. Funzionò per un po’. Poi perse efficacia.
Ben Gvir è il volto più grottesco di una politica che Israele pratica da anni con metodo: umiliare chi non può reagire, filmarlo, distribuire il filmato come prova di forza. La differenza tra lui e il governo che lo ha nominato è solo estetica.
Devi fare login per commentare
Accedi