Geopolitica
Sigonella – Perché il “No” dell’Italia agli USA è un punto di svolta
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha negato agli Stati Uniti l’atterraggio nella base siciliana di Sigonella a una squadra di bombardieri diretti in Medio Oriente.
Il 31 marzo 2026 una squadriglia di velivoli militari statunitensi solca i cieli del Mediterraneo con la prua rivolta verso le coste della Sicilia. Per i piloti americani, lo scalo alla base di Sigonella è considerato un automatismo, una tappa tecnica consolidata da decenni di egemonia logistica. Questa volta, però, la consuetudine della “notifica in volo” — cioè l’abitudine di comunicare i piani di atterraggio solo a operazione già in corso, dando per scontato il via libera — si scontra con un rifiuto netto.
A quarant’anni dalla storica crisi del 1985, Sigonella torna a essere l’epicentro di uno scontro di sovranità tra Roma e Washington. Non è un semplice disguido burocratico, ma il segnale di un mutamento che in queste ore è ancora oggetto di frizioni tra Roma, Washington e Bruxelles: il ritorno di una “schiena dritta” istituzionale che sceglie di interrompere la consuetudine per riaffermare il primato delle regole scritte sui rapporti di forza.
Il «No» di Crosetto ridefinisce il rapporto tra sovranità e alleanza
Il 31 marzo 2026, il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha formalizzato una decisione dirompente: il diniego dello scalo ai velivoli statunitensi diretti verso il teatro operativo iraniano. Non si trattava di semplici voli di rifornimento, ma di assetti strategici per la guerra elettronica: gli E/A-18G Growler, velivoli specializzati nel neutralizzare le difese radar nemiche, verosimilmente diretti alla base di Ovda, in Israele.
La reazione italiana non è stata un impulso politico, ma il risultato di una precisa catena di comando istituzionale. La segnalazione dell’anomalia è partita dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica, è transitata attraverso il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Generale Luciano Portolano, ed è approdata sulla scrivania di Crosetto.
Le verifiche tecniche hanno confermato che piani di volo sono stati trasmessi senza alcuna consultazione preventiva tra le autorità militari italiane e statunitensi, violando la prassi che prevede la condivisione dei dettagli operativi prima dell’implementazione delle missioni. Le missioni non sono state inquadrate nella categoria dei voli “logistici ordinari” o di “sorveglianza standard”, come invece previsto dagli accordi bilaterali storici.
I velivoli, dotati di un caveat operativo, non rientravano nel perimetro delle attività autorizzate automaticamente, configurando una deviazione dagli impegni contrattuali tra Italia e USA.
L’Italia ha così scelto di tracciare una linea netta tra gli obblighi di trattato e il supporto a una “guerra non voluta”. Senza un passaggio parlamentare o un coordinamento preventivo, l’automatismo della base come “territorio extraterritoriale” è stato sospeso.
Il fantasma di Craxi torna a Sigonella
Per un analista geopolitico, la crisi del 2026 non è un fulmine a ciel sereno, ma il completamento di un ciclo aperto nel 1985. Allora, lo scontro tra i Carabinieri e la Delta Force sulla pista siciliana per il caso Achille Lauro vide Bettino Craxi opporsi fermamente a Ronald Reagan.
La tensione di quei giorni fu scolpita dal realismo amaro di Henry Kissinger:
We had to get mad, you had to set him free. (Noi dovevamo arrabbiarci, voi dovevate liberarlo).
Tuttavia, il diniego odierno poggia su un altro pilastro meno celebrato ma altrettanto fondamentale: il “precedente Ciampi” del 1993. In quell’occasione, l’allora Presidente del Consiglio negò l’uso della base di Aviano agli aerei radar AWACS americani impegnati nei Balcani, poiché la missione era unilaterale statunitense e non sotto egida NATO.
Oggi come allora, Roma ribadisce che la fedeltà atlantica non è un assegno in bianco e che Sigonella non è un distributore di benzina a gestione americana, ma una base sotto comando italiano dove si esercita la piena prerogativa sovrana.
Sigonella, la base che spia per conto di chi?
Dalla Guerra Fredda a oggi, Sigonella si è affermata come la capitale globale della sorveglianza terrestre. Questa metamorfosi tecnologica, tuttavia, porta con sé un’ambiguità politica denunciata con forza dalle opposizioni (M5S e AVS).
Sigonella ospita droni NATO (Global Hawk) e statunitensi (Triton). I Global Hawk sono gestiti anche dall’Italia tramite Leonardo, ma i Triton sono solo americani. Questo mix crea ambiguità: chi controlla i dati? Quali operazioni si fanno? L’Italia è partner o solo ospite?
Il vero rischio politico emerge con chiarezza: grazie a sensori in grado di monitorare deserti o coste mediorientali per oltre 24 ore consecutive, l’Italia fornisce “gli occhi” per operazioni di targeting mai sanzionate dal Parlamento.
La segnalata presenza di cacciabombardieri F-15 in assetto tattico trasforma così una missione di sorveglianza in una potenziale complicità operativa in conflitti attivi, rendendo Sigonella un hub la cui missione sfugge a qualsiasi controllo democratico.
L’Europa sfida Trump: una ribellione senza precedenti
Il caso italiano si inserisce in una più ampia “schiena dritta” europea, alimentata dalle frizioni con l’amministrazione Trump. Quello che Washington pratica è un unilateralismo transazionale che sta rendendo la logistica statunitense nel Mediterraneo estremamente faticosa e costosa.
La Spagna di Pedro Sánchez ha chiuso non solo le basi di Rota e Morón de la Frontera agli aerei statunitensi diretti in Iran, ma ha esteso il divieto all’intero spazio aereo nazionale, motivando la decisione con l’assenza di un mandato ONU e il rispetto del diritto internazionale. Anche il Regno Unito, sotto la guida di Keir Starmer, ha preso le distanze dalla linea americana, affermando pubblicamente: «Questa non è la nostra guerra».
La reazione di Trump non si è fatta attendere. Attraverso Truth Social, il Presidente ha lanciato bordate velenose: «Andate ad Hormuz e prendetevi il petrolio da soli», intimando agli alleati di imparare a difendersi. L’attacco alla Francia per il diniego del sorvolo — «Ce ne ricorderemo!» — evidenzia una superpotenza che fatica a digerire la fine della “consuetudine servile”.
Senza Sigonella o le basi spagnole, gli USA sono costretti a rotte più lunghe, rifornimenti in volo complessi e a una gestione dello Stretto di Hormuz che il Wall Street Journal descrive come un “peso insostenibile” che Trump vorrebbe scaricare sugli alleati.
Quanto accaduto a Sigonella il 31 marzo 2026 non segna una rottura dell’Alleanza Atlantica, ma la sua necessaria evoluzione verso un rapporto tra partner sovrani. L’Italia ha dimostrato che la lealtà non coincide con l’obbedienza acritica, specialmente quando sono in gioco scenari di guerra non concordati che destabilizzano l’economia nazionale e la sicurezza regionale.
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