Geopolitica
Le elezioni in Svezia, l’apocalittismo inutile e la riscossa della sinistra
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Negli articoli e nei servizi che la gran parte dei media italiani dedica alla Svezia, oggi al voto, non possono mancare i riferimenti a Olof Palme, statsminister socialdemocratico assassinato nel 1986. È così da anni, chi scrive lo aveva già notato nel 2018. Un altro cavallo di battaglia dei media nostrani è descrivere ogni elezione svedese con toni apocalittici, come una sorta di Ragnarök. Quasi che la Svezia fosse, nella psiche di molti nostri connazionali, più un laico “paradiso perduto” (o un paradiso assediato da legioni fascio-demoniache) che un paese reale, fatto da donne e uomini con virtù e vizi, idiosincrasie e sogni, paure e desideri, preoccupazioni e limiti. Curiosamente, questo rimpianto di una Svezia sostanzialmente immaginaria (perché neanche la Svezia socialdemocratica degli anni ’80 era un’oasi edenica nel mare della Guerra Fredda) fa da contrappunto alle fantasie retropiche dell’estrema destra europea, svedese e tedesca in primis.
Nel 2018 le elezioni in Svezia erano un voto sull’Unione Europea, e su Facebook e Twitter (allora X si chiamava così) i soliti tuttologi già annunciavano la Swexit. La Swexit per fortuna non è avvenuta, e il neoimperialismo del regime putiniano ha portato la Svezia, al pari della Finlandia, a entrare nella NATO, contribuendo a rafforzare in modo significativo la sicurezza del Baltico, mare europeo per eccellenza.
Ora il protagonista della narrazione italiana delle elezioni svedesi è Jimmie Åkesson, il leader dei Democratici svedesi (Sverigedemokraterna). Dopo il trionfo dell’AfD in Sassonia-Anhalt l’attenzione si è spostata sulla Svezia, minacciata dalla marea nera che ormai sembra sul punto di travolgere tutta Europa. Chi scrive è stato pochissimi giorni fa sia in Svezia che in Sassonia-Anhalt, e non ha visto alcuna marea nera. In Svezia ho visto una campagna elettorale molto accesa, con manifesti elettorali e banchetti in ogni angolo del paese, persino nei prati dell’isola di Öland. Ha visto cittadine investite dalla deindustrializzazione e sin troppo sonnacchiose, e percepito una certa diffidenza. Ma anche giovani attiviste e attivisti pieni di entusiasmo, startup dinamiche, metropoli vibranti come Göteborg e Malmö.
Ovviamente sia gli Sverigedemokraterna che AfD sono due partiti ripugnanti; ma non c’è bisogno di etichettarli come “neonazisti” per denunciare la forte carica reazionaria, xenofoba, retropica, ultranazionalista e mileiano-autoritaria di cui si fanno veicolo. Anzi, l’apocalittismo di sinistra è doppiamente sbagliato. Non soltanto perché contribuisce a degradare il discorso pubblico, contribuendo a renderlo ancora più polarizzato e irrazionale (a beneficio, ovvio, dell’estrema destra), ma perché avvilisce una parte dell’elettorato. La sinistra deve essere la forza politica della speranza, soprattutto per gli ultimi, i penultimi e i terzultimi. Il dilagare dell’estrema destra in Europa non è inevitabile: può essere arginato con successo, se si avvia un dialogo concreto e di mutuo rispetto con gli elettori, rispondendo alle loro paure senza per questo sposare la retorica semplificatoria e xenofoba dell’estrema destra.
Nei sondaggi che ho visto in Svezia l’opposizione di centrosinistra era data in vantaggio di cinque punti rispetto alla coalizione di Tidö. Da socialdemocratico, non posso che sperare in una vittoria dei primi. Ma se anche gli Sverigedemokraterna dovessero andare al potere, la democrazia in Svezia terrà. E la riscossa della sinistra arriverà.
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