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Senato USA. I 9 Stati decisivi/2 Michigan, Minnesota New Hampshire: tre eredità democratiche, sei modi per vincere
Michigan, Minnesota, New Hampshire: tre seggi che i DEM vogliono confermare; tre senatori che si sono ritirati; tre coalizioni elettorali da ricostruire; tre modi diversi per provare a farlo. E tre sfidanti GOP anch’essi molto diversi tra loro per provare ad impedirlo.
In un articolo precedente abbiamo provato ad aggiornare la mappa del futuro Senato USA.
Sono nove le competizioni elettorali che, sommate decideranno quale partito controllerà il Senato.
Sono Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Minnesota, New Hampshire, Ohio e Texas.
Non sono però nove sfide uguali.
In un primo articolo abbiamo analizzato Iowa, Kansas e Texas: tre Stati orientati al GOP nei quali i DEM provano ad allargare la mappa costringendo il GOP a impiegare risorse e energie per difendere i seggi detenuti.
Michigan, Minnesota e New Hampshire costituiscono il secondo gruppo dei nove Stati battleground in cui si deciderà il controllo del Senato a novembre
Qui accade il contrario. I Democratici devono difendere 3 seggi.
Potrebbe sembrare un compito semplice. Ma nei tre Stati manca proprio ciò che normalmente costituisce il principale vantaggio di chi difende un seggio: il senatore.
Sen. Gary Peters in Michigan, Sen. Tina Smith in Minnesota e Sen. Jeanne Shaheen in New Hampshire hanno deciso di non ricandidarsi. Tre open seats.
Con loro i Democratici non perdono soltanto il vantaggio dell’incumbency. Perdono tre modi, diversi ma ormai collaudati, di tenere insieme coalizioni elettorali complesse.
Sen. Gary Peters con un profilo poco ideologico rappresentava una risorsa per i DEM in uno degli Stati, il Michigan, più contesi d’America. Sen. Tina Smith aveva progressivamente istituzionalizzato il liberalismo del Minnesota, mantenendo insieme le diverse anime del DFL. Sen Jeanne Shaheen lascia qualcosa di ancora più difficile da sostituire: tre mandati da governatrice, tre al Senato e trent’anni durante i quali moderazione, pragmatismo e indipendenza sono diventati quasi una formula democratica del New Hampshire.
Le primarie hanno prodotto tre risposte molto diverse a queste tre eredità.
In Michigan i Democratici hanno scelto Abdul El-Sayed e un profilo nettamente più progressista di quello di Peters. In Minnesota, scegliendo Peggy Flanagan contro Angie Craig, hanno preferito la mobilitazione della coalizione progressista alla ricerca preventiva del centro. In New Hampshire hanno fatto quasi l’opposto: Chris Pappas costruisce la propria candidatura sul centro e sugli indipendenti.
Tre candidati dello stesso partito. Tre idee diverse di come si costruisce una maggioranza democratica.
Ma questa è soltanto metà della storia.
Anche i Repubblicani arrivano alle tre sfide con candidati profondamente diversi. Mike Rogers appartiene all’establishment repubblicano precedente a Trump e deve adattarlo al GOP di MAGA. Michele Tafoya è un’outsider che prova a trasformare notorietà televisiva e battaglie culturali in una coalizione elettorale. John E. Sununu appartiene invece a una tradizione repubblicana del New England precedente al trumpismo e deve dimostrare che quella tradizione può ancora sopravvivere dentro il partito di Trump.
Non sono quindi soltanto tre difese democratiche.
Sono tre confronti differenti fra le trasformazioni contemporanee dei due grandi partiti americani.
Michigan. Due candidati che devono uscire dal proprio recinto
Sen. Gary Peters (2014-2026) lascia ai DEM dopo due mandati un seggio che aveva conquistato e poi difeso senza costringere l’elettore moderato a pronunciarsi sull’identità ideologica del partito.
Abdul El-Sayed propone una formula molto diversa.
Medico, musulmano, progressista, sostenuto da Sen. Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, favorevole a Medicare for All e fortemente critico verso Israele, El-Sayed ha conquistato la nomination sconfiggendo il mainstream democratico.
Non cerca di occupare il centro. La sua scommessa è costruire una maggioranza partendo dalla mobilitazione progressista e collegandola a un messaggio populista su sanità, salari, costo della vita e concentrazione della ricchezza.
Era esattamente il dilemma che avevamo individuato prima delle primarie (Qui l’analisi prima delle primarie del Michigan): scegliere fra un candidato costruito per gli elettori moderati e indipendenti e uno capace di mobilitare giovani, progressisti ed elettori delusi dal partito. Gli elettori DEM hanno scelto la seconda strada.
Adesso El-Sayed deve dimostrare che quella scelta funziona anche in una general election.
Ed è qui che emerge il primo problema.
Molte rilevazioni mostrano che il consenso per il partito sembra maggiore di quello per il candidato.
El-Sayed deve riempire questa distanza tenendo insieme giovani progressisti e Black voters, sindacati e sobborghi, la grande comunità arabo-americana e gli elettori ebrei che guardano con preoccupazione alle sue posizioni su Israele.
Le ultime settimane sono state dedicate soprattutto a questo lavoro di ricomposizione.
Di fronte, però, non trova il candidato MAGA ideale contro il quale un progressista vorrebbe correre.
Mike Rogers ha 63 anni, è stato agente dell’FBI, deputato per sette mandati e presidente della House Intelligence Committee. Soprattutto, ha già corso statewide: nel 2024 perse contro Sen. Elissa Slotkin per meno di ventimila voti.
Rogers appartiene culturalmente al vecchio GOP della sicurezza nazionale, dell’intelligence e dell’establishment di Washington. Proprio ciò che potrebbe renderlo sospetto a una parte del mondo MAGA gli consente però di presentarsi agli indipendenti come qualcosa di diverso dal candidato trumpiano convenzionale.
La strategia repubblicana è ormai abbastanza chiara.
I gruppi esterni e la macchina del partito hanno il compito di trasformare El-Sayed nel volto della sinistra nazionale; Rogers può concentrarsi su prezzi, manifattura, abitazione, scuola e sicurezza, cercando voti anche dentro la coalizione avversaria.
Non deve conquistare Detroit. Gli basta ridurre il margine democratico.
Non deve trasformare gli indipendenti in repubblicani: gli basta convincerne una quota che El-Sayed sia troppo lontano da loro.
Ma per farlo deve risolvere la propria contraddizione.
Ha bisogno che l’elettorato MAGA torni alle urne senza Trump sulla scheda e, contemporaneamente, deve conquistare quegli elettori moderati che il trumpismo rende più difficili da raggiungere. FBI, intelligence e politica estera muscolare appartengono inoltre a quel vecchio GOP contro il quale una parte del movimento MAGA si è costruita.
Michigan diventa così qualcosa di più interessante di un progressista contro un conservatore.
El-Sayed deve conservare l’energia della sinistra e uscire dal suo recinto. Rogers deve conservare MAGA e fare altrettanto dal lato opposto.
Entrambi possono mobilitare una parte della propria coalizione. Nessuno dei due può vincere limitandosi ad essa.
I sondaggi delle ultime settimane indicano intanto un piccolo ma abbastanza costante vantaggio democratico. Non è un margine sufficiente per considerare chiusa una corsa in uno Stato che nel 2024 vide Rogers perdere contro Sen. Slotkin di appena tre decimi di punto.
La mia previsione ad oggi: Michigan battleground con un leggero vantaggio per El-Sayed.
Minnesota. Mobilitare la coalizione o romperla
Il Minnesota propone un esperimento diverso.
Sen. Tina Smith, in Senato dal 2018, era liberal e progressista. La sua identità politica era stata assorbita dentro quella lunga tradizione del DFL che ha reso il Minnesota uno degli Stati più resistenti alla trasformazione repubblicana del Midwest.
Con Smith i Democratici non perdono dunque una centrista. Perdono una progressista ormai istituzionalizzata.
Peggy Flanagan deve conquistarsi quella stessa posizione.
Vicegovernatrice, fortemente radicata nelle organizzazioni progressiste, nei sindacati e nelle comunità native, ha sconfitto Angie Craig, che offriva al DFL un profilo più moderato e suburbano.
Quando avevamo raccontato la primaria dell’11 agosto (Qui l’analisi della primaria del Minnesota), la domanda era se il DFL dovesse affidarsi alla propria cultura politica organizzata oppure scegliere un candidato capace di aggirarla per rivolgersi direttamente a un elettorato più largo.
La risposta degli elettori è stata Peggy Flanagan.
Non cercare innanzitutto il centro. Mobilitare la propria coalizione: Twin Cities, giovani, laureati, sindacati, progressisti, comunità native e minoranze.
Se eletta, Flanagan diventerebbe la prima donna nativa americana al Senato.
Ma la sua posizione istituzionale le impedisce di presentarsi come outsider.
È vicegovernatrice. Porta con sé i risultati dell’amministrazione statale e, inevitabilmente, ciò che gli elettori possono rimproverarle.
Michele Tafoya ha individuato proprio qui il terreno sul quale provare a spezzare la coalizione DFL.
Tafoya rappresenta una scommessa repubblicana completamente diversa da quella di Rogers. Per quasi trent’anni è stata uno dei volti più riconoscibili dello sport televisivo americano, telecronista bordocampista nelle partite della NFL.
Non possiede esperienza legislativa né una macchina politica paragonabile a quella di Flanagan. Possiede però una notorietà che arriva anche a elettori normalmente lontani dalla politica.
Adesso deve trasformare la celebrità in identità politica.
Il terreno più favorevole è quello delle frodi e della cattiva gestione dei programmi pubblici del Minnesota.Consente a Tafoya di evitare che l’elezione diventi soltanto un referendum nazionale su Trump e di trasformarla invece in un giudizio sul governo statale del quale Flanagan fa parte.
La domanda è semplice: eri al governo mentre tutto questo accadeva; perché non lo avete impedito?
Flanagan vuole parlare soprattutto di ciò che intende fare a Washington. Tafoya vuole riportarla a ciò che il governo del Minnesota avrebbe dovuto fare a casa.
Ma sarebbe sbagliato scambiare l’outsider per una moderata.
Immigrazione, sicurezza, tasse, energia e battaglie culturali collocano Tafoya chiaramente nel campo conservatore.
Ed ecco la contraddizione repubblicana.
Tafoya deve mobilitare il Minnesota rurale e l’elettorato trumpiano, ma per completare la propria coalizione deve recuperare nei sobborghi delle Twin Cities proprio gli elettori che negli ultimi anni hanno reso difficile al GOP vincere statewide.
La campagna generale è rimasta finora sorprendentemente silenziosa, nonostante l’equilibrio della corsa. Poche iniziative, zero confronti e pochi sondaggi disponibili.
I dati richiedono prudenza anche perché nessuna delle due arriva ancora, nella maggior parte delle rilevazioni, vicino alla maggioranza assoluta.
La domanda posta dalle primarie rimane quindi aperta.
Flanagan deve verificare se la moderna coalizione progressista del DFL sia ancora sufficientemente larga per essere maggioritaria in tutto lo Stato.
Tafoya se notorietà personale e malcontento verso il governo possano costruire una coalizione repubblicana che il GOP del Minnesota non riesce a mettere insieme da anni.
Una vuole mobilitare la coalizione esistente. L’altra vuole romperla.
La mia previsione ad oggi: Minnesota DEM. Flanagan, anche se di misura.
È una previsione più prudente di quella che avrei formulato all’inizio della campagna.
La struttura politica dello Stato continua a offrire ai Democratici una base importante, ma i sondaggi disponibili descrivono ormai una competizione reale.
New Hampshire. Due partiti e due candidati alla ricerca dello stesso elettore
Il New Hampshire è ancora diverso.
Qui ciò che i Democratici perdono con Sen. Jeanne Shaheen è particolarmente rilevante.
Tre mandati da governatrice, tre al Senato, una carriera costruita sulla capacità di essere sufficientemente liberal per mobilitare i Democratici e sufficientemente pragmatica per conquistare gli indipendenti.
Shaheen non ha soltanto vinto elezioni. Ha contribuito a definire il modo con cui un Democratico può vincere nel New Hampshire.
Chris Pappas costruisce la propria candidatura lungo quella tradizione.
Quattro mandati alla Camera in un distretto competitivo, profilo moderato, attenzione al costo della vita e alla distanza da Washington.
Le primarie hanno reso esplicita la scelta: contro Karishma Manzur, proveniente dalla sinistra del partito, gli elettori hanno scelto nettamente Pappas. Nessuno spostamento del baricentro DEM verso sinistra.
La scelta è provare ad allargare il centro della coalizione che ha funzionato da vent’anni.
Il problema è che John E. Sununu cerca di fare quasi esattamente la stessa cosa dall’altra parte.
A questa sfida avevamo già dedicato un approfondimento perché contiene una storia politica che attraversa quasi un quarto di secolo (qui: New Hampshire: la sfida in cui conta soprattutto essere riconosciuti come indipendenti).
Il cognome Sununu racconta quasi mezzo secolo di politica dello Stato. Il padre John H. è stato governatore e capo di gabinetto di George H.W. Bush. Il fratello Chris ha governato il New Hampshire per quattro mandati. John E. è già stato deputato e senatore.
Ma più che una dinastia nazionale, i Sununu sono diventati un marchio territoriale.
Fiscal conservatism, tasse basse, attenzione al debito e alla spesa pubblica, diffidenza verso Washington e minore centralità delle culture wars: John Sununu appartiene a un repubblicanesimo del New England precedente alla trasformazione trumpiana del GOP.
È insieme il problema e l’opportunità della sua candidatura.
Sununu possiede un’identità politica precedente a Trump. Può parlare alla base repubblicana senza essere nato politicamente dentro MAGA. Ma più si avvicina al presidente, più Pappas può mettere in discussione la sua indipendenza; più se ne allontana, più deve spiegare agli elettori repubblicani quale rapporto avrebbe con la Casa Bianca una volta tornato al Senato.
E poi c’è la storia.
Nel 2002 Sununu batté Sen. Jeanne Shaheen. Nel 2008 Shaheen tornò e gli tolse il seggio. Diciotto anni dopo il ritiro della senatrice permette a Sununu di tentare di riprenderselo.
Davanti trova Pappas, candidato a raccoglierne politicamente la coalizione. Più che una rivincita, una staffetta lunga quasi venticinque anni.
Ma la parte più interessante della corsa non sono i cognomi.
Sono gli elettori.
Pappas deve essere abbastanza democratico da mobilitare il proprio partito, ma non così identificato con il partito nazionale da perdere gli indipendenti.
Sununu deve essere abbastanza repubblicano da mobilitare gli elettori di Trump, ma abbastanza Sununu da conquistare quelli che Trump non voterebbero.
Come avevamo scritto nell’articolo dedicato alla sfida, entrambi cercano in fondo lo stesso elettore: quello che può votare un repubblicano per governatore e un democratico per il Senato; che vuole tasse basse ma può temere gli effetti dei dazi; che può essere socialmente liberal e fiscalmente conservatore; che non considera contraddittorio votare due partiti diversi sulla stessa scheda.
In molti Stati americani quell’elettore sta diventando sempre più raro.
In New Hampshire rimane il terreno centrale della contesa.
Ed è proprio qui che i dati delle ultime settimane diventano interessanti.
Il quadro è, infatti, sensibilmente diverso da quello dell’estate. Il cognome Sununu continua a rappresentare una risorsa e l’ampia presenza di indipendenti rende poco utile considerare il risultato già acquisito. Ma, dopo le primarie, Pappas sembra aver occupato con maggiore efficacia proprio quello spazio centrale sul quale entrambi hanno costruito la strategia.
La mia previsione ad oggi: New Hampshire DEM. Pappas in vantaggio leggero ma chiaro.
Dei tre seggi qui analizzati è quello nel quale la mia previsione è oggi più definita.
Non toglierei ancora il New Hampshire dalla mappa dei battleground: Sununu rimane un candidato capace di rivolgersi a un elettorato più largo della sola base repubblicana.
Ma i sondaggi di settembre hanno ampliato il margine democratico.
Tre eredità, sei candidati
Michigan, Minnesota e New Hampshire raccontano dunque qualcosa di più delle sorti di tre seggi.
Negli anni della polarizzazione, gli incumbent hanno spesso nascosto la complessità delle coalizioni che li eleggevano.
Sen. Gary Peters, Sen Tina Smith e Sen Jeanna Shaheen avevano costruito nel tempo un rapporto personale con elettori che non coincideva perfettamente con quello dei rispettivi partiti.
Quando se ne vanno, quell’equilibrio deve essere ricostruito.
Ed è interessante che le primarie abbiano prodotto tre risposte democratiche quasi opposte.
El-Sayed parte dalla sinistra e deve allargarsi. Flanagan punta sulla mobilitazione della moderna coalizione progressista del Minnesota. Pappas parte dal centro e dagli indipendenti.
Ma anche il GOP affronta lo stesso problema da un’altra direzione.
Trump ha conquistato il Partito repubblicano. Questo non significa però che esista un’unica formula repubblicana per vincere una general election.
Rogers prova ad adattare il vecchio establishment al nuovo partito: mobilitare MAGA senza rinunciare agli elettori moderati necessari per vincere il Michigan.
Tafoya percorre una strada diversa: notorietà, outsider status, battaglie culturali e critica dell’amministrazione statale per costruire una coalizione che il GOP del Minnesota non riesce a mettere insieme da anni.
Sununu tenta qualcosa di ancora diverso: preservare un’identità repubblicana nata prima di Trump senza rompere con il partito che Trump ha trasformato.
Se nel primo gruppo dei nove battleground — Iowa, Kansas e Texas — abbiamo visto tre Democratici cercare nuovi elettori fuori dal recinto tradizionale del partito, questi tre Stati pongono una domanda diversa: quanto può diventare eterogenea una coalizione senza smettere di essere una coalizione?
I DEM potrebbero riuscire a conservare tutti e tre i seggi, utilizzando tre formule quasi opposte: un progressista che prova ad allargarsi in Michigan, una progressista che punta sulla mobilitazione della coalizione DFL in Minnesota, un moderato che cerca il centro e gli indipendenti in New Hampshire.
E i Repubblicani stanno sperimentando tre diversi modi di convivere con il partito trasformato da Trump: Rogers adattando il vecchio establishment a MAGA, Tafoya tentando la strada dell’outsider, Sununu cercando di preservare una tradizione repubblicana autonoma senza rompere con il presidente.
È per questo che queste tre elezioni dicono qualcosa di più dei tre seggi che assegnano.
Nell’America polarizzata del 2026 non esiste una sola formula per costruire una maggioranza. Ma nessuna formula può più permettersi di parlare soltanto alla propria parte.
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