Medio Oriente

Per fermare la guerra bisogna essere più forti di chi vuole la guerra

Alcune riflessioni a caldo dopo l’escalation in Medio Oriente.

4 Marzo 2026

I fatti di questi giorni confermano che gli analisti politici e militari devono rassegnarsi ad abbandonare il rassicurante modello clausewitziano della meccanica newtoniana applicata alla guerra e affrontare gli abissi della teoria del caos. Non significa che la guerra non segua più una logica, anzi, ma la crescita della complessità, la frammentazione del tessuto sociale e degli apparati di potere e la progressiva perdita di controllo che ne deriva rendono sempre più arduo condensarla in un pugno di equazioni con poche incognite (o anche solo ipotizzare che sia possibile).

Restano, tuttavia, alcune costanti. Una riguarda la ragione di fondo delle guerre. Il mondo non ha ripreso a marciare verso una guerra mondiale a causa di Trump e di Netanyahu, dei farseschi leader europei o degli “Stati-canaglia”, ma perché ancora una volta, dopo gli anni e le illusioni della crescita economica senza sosta trainata dal digitale, il meccanismo della valorizzazione e dell’accumulazione capitalistica si è inceppato. La caotica crescita delle forze produttive, oltre a mettere in pericolo i delicati equilibri del pianeta, ha esacerbato la competizione globale per accaparrarsi materie prime, forza-lavoro a basso costo e mercati e ridefinito gli equilibri tra i vari settori dell’economia capitalistica e la divisione internazionale del lavoro. I cannoni non possono fare a meno dei satelliti e il monopolio della produzione militare in larga parte non è più concentrato nelle mani degli Stati, perché 40 anni di politiche neoliberali hanno privatizzato parte del know how necessario alla guerra. Ma passare dalla NASA a Elon Musk vuol dire tornare al mondo in cui i Krupp con l’acciaio facevano la politica estera della Prussia e dell’intera Europa quanto (e forse più) delle teste coronate che ufficialmente la governavano. Lo scontro tra il governo federale americano e Anthropic, che nega al Pentagono l’uso dei propri tool di IA per la sorveglianza di massa e le armi letali autonome, con Trump che reagisce estromettendola dagli appalti della difesa e il Pentagono che la sostituisce con Open AI, non riflette la supremazia della politica, ma conferma la sua dipendenza dalla Silicon Valley.

La guerra si allarga

Veniamo alla cronaca. Stati Uniti e Israele alla fine hanno attaccato l’Iran. Non lo hanno fatto per difendersi da una possibile aggressione, che lo stesso Pentagono ha smentito, né per aiutare gli iraniani. Il regime teocratico, infatti, se sopravviverà ne uscirà rafforzato per il solo fatto di essere sopravvissuto (e al momento mi pare l’ipotesi più probabile), se invece soccomberà, lascerà un paese devastato e conteso tra potentati locali legati alle diverse potenze globali e regionali. Dunque sono le forze dell’opposizione politica e sociale che da anni lottano contro il regime la principale vittima dei missili che colpiscono in modo indiscriminato l’Iran (altro che “interventi chirurgici).

Dal punto di vista militare l’esito del conflitto potrebbe essere deciso da un fattore materiale: le scorte di missili, droni e ordigni vari. Come in Ucraina, infatti, il fattore munizioni si conferma decisivo. “Stati Uniti e Israele”, scriveva il Financial Times domenica, “nella guerra dei 12 giorni lo scorso anno, quando l’Iran ha lanciato centinaia di missili contro Israele, hanno esaurito le scorte di intercettori a un ritmo senza precedenti. Ora l’esercito degli Stati Uniti sta prendendo in considerazione l’ipotesi che la ritorsione iraniana metta a dura prova la dotazione di quelle munizioni cruciali e già fatica a reintegrarle, il che influenza non solo la guerra in Ucraina, ma anche i piani di battaglia di Washington per eventuali conflitti con Cina e Russia”. L’anno scorso gli americani hanno sparato 150 dei 650 intercettori THAAD (Terminal High-Altitude Area Defense) ordinati dal Pentagono a Lockheed Martin dall’attivazione del sistema antimissile nel 2010. L’Iran, che negli anni passati ha concentrato i suoi investimenti militari proprio sui missili, oggi ne approfitta saturando le sofisticate difese aeree nemiche con ondate di missili a basso costo. Gli americani corrono tardivamente ai ripari: “Siamo passati da lanciare missili da 2 milioni di dollari contro droni da 100.000 a usare contro questi droni, proprio di recente, dei razzi modificati da 25.000 dollari risalenti al Vietnam”, ha detto il vice-ammiraglio Charles Cooper in un’audizione al Senato. Basterà? E chi esaurirà per primo le scorte? Per quanto riguarda gli USA, spiega il FT, “senza contratti pluriennali in mano, le aziende della difesa non erano incentivate ad aumentare la produzione”. Un problema che non sembra pesare allo stesso modo sul regime iraniano.

Gli effetti politici dell’escalation

Dal punto di vista politico il massiccio ingresso in campo degli Stati Uniti e la reazione iraniana sui paesi del Golfo hanno trasformato il conflitto in una guerra non più limitata ma regionale e da decenni mai così vicina a qualcosa di ben più vasto. L’attacco di droni alla base britannica a Cipro, membro dell’UE, e la decisione della Grecia di inviare due navi militari nell’isola, sono segnali allarmanti. Ed è proprio qui che si misura l’aspetto più sconcertante della situazione: l’inerzia della sinistra sociale e politica, l’inconsistenza delle sue analisi e delle sue parole d’ordine di fronte a fatti tanto gravi. Lunedì mattina, mentre un diluvio di bombe si abbatteva sul Medio Oriente, il sito della CGIL pubblicava un’intervista a Landini sul referendum e i militanti delle maggiori organizzazioni della sinistra battevano mercati e piazze spiegando alla gente l’incombente minaccia che i membri togati del CSM siano estratti a sorte. La sinistra più o meno radicale nell’attacco all’Iran ha trovato nuove ragioni per ripetere vecchi argomenti: per l’opposizione parlamentare e i suoi accoliti la guerra è solo un’occasione per criticare la Meloni, che non prende le distanze da Trump e non riferisce in Parlamento; la soluzione è la vecchia cara legalità internazionale, arricchita dai ‘valori europei’ (ma c’è anche chi esulta perché ‘ci hanno liberato da Khamenei’ e pubblica immagini più o meno taroccate degli ‘iraniani che festeggiano’). Per la ‘sinistra radicale’ è l’occasione per una nuova raffica di slogan sterili contro l’imperialismo americano, il sionismo e per la “difesa dell’Iran” in nome dell’ ‘autodeterminazione dei popoli’, evergreen che a sinistra emoziona sempre (e se difendere l’autodeterminazione del popolo iraniano di fatto equivale a sostenere una cricca di reazionari, pazienza).

Dall’estero arriva un comunicato della Confederazione Mondiale dei Sindacati che condanna l’uso della forza, esprime solidarietà ai lavoratori mediorientali, fa il solito appello alla diplomazia e alla legalità internazionale, ma non accenna a un solo atto che trasformi la solidarietà a parole in qualcosa di più concreto. Negli Stati Uniti, anche se per i sondaggi il 74% degli americani è contrario all’attacco all’Iran e persino nell’entourage di Trump si registrano distinguo e defezioni (Vance), i Democratici non vanno oltre la critica di metodo: Trump non ha avvisato il Congresso, Trump non ha pensato al dopo ecc. Il sindacato tace ed è fermo alla sempre più surreale proposta del leader dell’UAW Shawn Fain: uno sciopero generale alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2028, cioè tra qualche altra decina o centinaia di migliaia di morti, inclusi, da ieri, anche quattro americani.

Che fare?

Il dato da cui partire è che al momento l’opinione pubblica sembra non aver ancora chiara la portata degli eventi. L’informazione non aiuta e la coscienza politica, come ci ha mostrato anche la tardiva reazione su Gaza, è in perenne ritardo sugli eventi. Ma se la situazione non precipita prima, può darsi che prima o poi una reazione ci sia e in tal caso merita di incontrare analisi e proposte più sensate di quelle che si trovano oggi sul mercato della politica.

Ciò che sta accadendo non è, come dicono in troppi, opera di un gruppo di matti saliti inopinatamente al potere. È il frutto naturale di un ordine globale capitalistico che crea ciclicamente guerre, crisi economiche, epidemie, catastrofi di varia natura e ciò è inscritto nella logica ferrea che lo regola: nessuno fabbrica merci per migliaia di miliardi di dollari se sa che non verranno mai usate. Vale per le auto come per le bombe. Chi governa davvero quell’ordine globale e oggi ci spinge cinicamente verso una nuova guerra mondiale è un pugno di miliardari schermati da un sistema politico che agisce in nome e per conto loro, chi agitando la democrazia e il patriottismo educato, chi invece il nazionalismo becero del “veniamo prima noi”, ma spinge compatto nella stessa direzione e va respinto in blocco, senza distinzioni tra buoni e cattivi, perché di buoni, purtroppo, lì dentro non ce ne sono.

Sotto c’è chi è destinato a diventare carne da cannone e ha un solo modo di difendersi: mettere in campo i propri numeri e la propria forza, nel caso dei lavoratori anche l’organizzazione e la capacità decisiva di bloccare la produzione, i traffici, i servizi essenziali; concentrare quei numeri e quella forza a difesa dei propri interessi invece di disperderli nel sostegno a questa o quella fazione di banditi che si contendono il mondo; metterli in campo contro il militarismo e l’imperialismo di casa propria per aiutare i lavoratori di altri paesi a fare altrettanto; insomma trasformare la corsa verso la guerra in una rivolta contro la guerra. Abbiamo almeno un asso nella manica: viviamo in società che da tempo hanno rimosso la guerra dal proprio orizzonte e in cui, per giovani e anziani, riammettervela sarebbe un vero e proprio shock. Proviamo almeno a giocarcelo bene, sapendo che è difficile, ma che non c’è alternativa. Perché in un mondo in cui conta solo la forza non si può chiedere ai forti di autoregolarsi agitando la ‘legalità internazionale’, si può solo cercare di essere più forti di loro.

Articolo tratto dalla newsletter di PuntoCritico.info del 3 marzo 2026.

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