Governo
Cosa direbbe, oggi, il segretario del PCI? Intervista immaginaria a Enrico Berlinguer
«Noi siamo stati, siamo e saremo sempre dalla parte di chi lavora e vede il proprio salario, o il frutto dei propri sacrifici, divorato dalla speculazione e dall’inflazione.»
23 Ottobre 2026
In un frangente complesso come quello che stiamo vivendo, dove ad analizzare la realtà sono menti davvero poco attrezzate per farlo, ci vorrebbe la schiettezza assoluta e la capacità di chiamare le cose con il loro nome. Occorrerebbe una narrazione che non concedesse nulla al populismo, alla retorica vuota, all’inutile e semplice pour paler. Servirebbe come non mai una persona sobria, ma capace di una lucidità tagliente, che sapesse dire con efficacia e anche eleganza vino al vino e pane al pane, affrontando senza ipocrisie i nodi cruciali dell’attuale società. E allora, Enrico Berlinguer, storico segretario del PCI, sarebbe perfetto! Io me lo ricordo ancora, nella sua geniale semplicità, quando, per esempio, parlando di economia e tasse, evitava i tecnicismi per arrivare a una formula essenziale con una frase secca e geometrica: “Chi ha tanto paghi tanto. Chi ha poco paghi poco. Chi ha nulla paghi nulla.”
Ecco, pertanto, l’intervista immaginaria, che in una romantica illusione mi restituiscono le sue vedute chiare, il suo parlare senza fronzoli, il suo spirito genuinamente popolare.
Segretario Berlinguer, in questi giorni i blocchi degli autotrasportatori al Sud, esasperati dal caro carburante e dal carovita, stanno mettendo a dura prova il Paese. Da che parte starebbe il suo PCI?
«Noi siamo stati, siamo e saremo sempre dalla parte di chi lavora e vede il proprio salario, o il frutto dei propri sacrifici, divorato dalla speculazione e dall’inflazione. Gli autotrasportatori, i piccoli artigiani del volante, così come gli agricoltori e i pescatori che si sono uniti alla protesta, non sono “nemici dell’ordine pubblico”. Sono lavoratori schiacciati da costi insostenibili. Quando un lavoratore non riesce più a mettere il piatto a tavola a causa del prezzo del gasolio, la sua protesta è legittima ed esprime un disagio sociale profondo che la politica non può ignorare o derubricare a semplice problema di viabilità e di ordine pubblico.»
Il governo Meloni prima ha stanziato dei fondi, oggettivamente insufficienti, e poi, di fronte al persistere dei blocchi, ha scelto la linea dura: precettazioni, identificazioni e dispiegamento delle forze dell’ordine per liberare gli snodi autostradali. Cosa pensa di questa risposta?
«Questo governo dimostra la sua natura più profonda. Quando si tratta di fare propaganda nelle periferie si dichiara “amico del popolo”, ma quando il popolo reale scende in piazza per rivendicare il diritto a un’esistenza dignitosa, la risposta si riduce a decreti repressivi. Gestire una crisi sociale ed economica unicamente con la forza pubblica, trattando padri di famiglia esasperati come delinquenti comuni, è il segno dell’impotenza della politica. Il governo elargisce bonus temporanei – quello che noi definiremmo assistenzialismo di facciata – anziché intervenire sulle cause strutturali del carovita e sulle speculazioni energetiche. Hanno scelto la strada di spaccare il fronte dei lavoratori, mettendo chi vuole lavorare contro chi protesta, anziché unire il Paese in una programmazione economica seria.»
E sulla “questione morale”, un tema a lei carissimo? Come giudicherebbe l’attuale assetto di governo in un momento di così forte tensione sociale?
«La questione morale oggi è più attuale che mai. Non riguarda solo l’onestà dei singoli, ma l’occupazione delle istituzioni da parte dei partiti e degli interessi corporativi. Quando i cittadini vedono che i sacrifici vengono chiesti sempre alle solite categorie – autisti, operai, piccoli produttori – mentre i grandi gruppi energetici accumulano extraprofitti e la politica si arrocca nei palazzi del potere, si crea una frattura insanabile tra popolo e Stato. La credibilità delle istituzioni si difende dando l’esempio, tagliando i privilegi e dimostrando che lo Stato è una casa comune, non un comitato d’affari o uno strumento di pura repressione. Un governo che non sa dialogare con il malessere delle sue aree più svantaggiate, come il Mezzogiorno, ha già perso la sua legittimità morale.»
Quale sarebbe, quindi, la proposta della sua sinistra per uscire da questa crisi?
«Non servono i decreti d’urgenza dell’ultimo minuto pensati per blindare le strade. Serve una programmazione economica nazionale che sottragga i beni primari, come l’energia e i carburanti, alla speculazione finanziaria. Serve difendere il potere d’acquisto dei salari e sostenere le piccole imprese della logistica non con elemosine, ma con riforme strutturali e fiscali eque. Soprattutto, serve restituire dignità al lavoro. La democrazia italiana si rafforza solo se si riconosce ai lavoratori il diritto di manifestare e lo Stato risponde non con i manganelli, ma con una politica che migliori l’occupazione, la scuola e i servizi.»
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