Italia
La signora e lo scettro
La Russa chiama Michela Ponzani «signora» per non dire, sostiene, «professoressa a contratto», lei rivendica il titolo. Dall’Iliade all’assemblea ateniese, la storia di chi può parlare ricorda che un fatto si contesta con i documenti.
Per alcuni anni ho insegnato a contratto nelle università di Siena e Perugia. Stando al presidente del Senato, quindi, ero un “signore”.
Ignazio La Russa ha spiegato ai cronisti di aver chiamato “signora” Michela Ponzani perché, se l’avesse chiamata professoressa, avrebbe dovuto aggiungere “a contratto”. Se capisco bene la graduatoria, in cima c’è il professore ordinario, poi viene la signora, in fondo la professoressa a contratto, che è meglio declassare a persona qualunque pur di non doverla nominare per quello che è. Da ex signore, confesso che non me ne ero mai accorto.
La storia è cominciata il 22 ottobre a Otto e mezzo. Ponzani, che insegna Storia contemporanea all’università di Tor Vergata, aveva collegato l’ultimo decreto sicurezza al giovedì nero di Milano, il 12 aprile 1973, quando, durante un corteo dell’estrema destra, una bomba a mano uccise l’agente di polizia Antonio Marino. In testa a quel corteo, sostiene Ponzani, c’era l’allora responsabile cittadino del Fronte della Gioventù, Ignazio La Russa; il corteo, aggiunge, era vietato dalla prefettura. Il presidente del Senato ha contestato che la manifestazione non fosse autorizzata e ha fatto sapere tramite il suo portavoce di avere un certificato penale intonso (cosa che nessuno aveva messo in dubbio). Poi ha annunciato querela contro chiunque associ il suo nome alla morte di Marino offrendo una via d’uscita a Ponzani: niente tribunale se la “signora” chiede subito scusa.
Ora, se un corteo di cinquantatré anni fa fosse vietato o meno lo lasciamo dire agli archivi. I documenti della prefettura di Milano parlano a chiunque voglia prendersi la briga di leggerli, ordinario, precario o pensionato.
Ponzani ha risposto in diretta: non si scusa e pretende almeno il titolo di professoressa universitaria, perché i titoli accademici non si ereditano come quelli nobiliari e per una donna costano più fatica. Sul fatto che i titoli accademici non si ereditino avrei qualche dubbio, ma è un altro discorso; sull’ultima parte mi pare abbia ragione: “signora” al posto del titolo è una scortesia, voluta o distratta, che agli uomini tocca di rado, a meno che non sia Sinner a parlare, che dopo la finale di Roma si è detto sempre emozionato davanti al “signor Mattarella”.
Fossi stato in lei, tuttavia, avrei cercato la risposta da qualche altra parte. La rivendicazione della cattedra appare figlia di un terreno di trincea accademica, molto comune. Il diritto di raccontare quel 12 aprile 1973 ce l’ha la cittadina Ponzani e sarebbe identico se fosse disoccupata. Ha riferito un fatto, le carte sono in archivio, se sbaglia lo si dimostri con un documento. Sul Domani la professoressa ha scritto che gli storici non sono al servizio dei potenti, che è l’argomento giusto. Ma non lo sono, o non dovrebbero esserlo, nemmeno i giornalisti, gli opinionisti, i direttori di rete, i dirigenti pubblici.
Visto così, come notizia che scorre sul telefono, il battibecco si regge sul cartellino appeso al collo di chi parla. Da una parte il titolo accademico, dall’altra il consenso di chi è stato eletto e presiede il Senato. In più c’è sempre la deriva, raggiunta da La Russa che afferma di non poter ritirare la querela a lei perché dovrebbe altrimenti ritirarla ad altri, “ma altri non li considero”. Quindi c’è chi merita la querela, chi no, chi merita considerazione, chi meno: tutto dentro la vicenda di una Ponzani che risponde col titolo, lui che glielo toglie, lei che lo rivuole aggiungendo che negare la storia riporta ai tempi delle monarchie assolute. Oddio, parliamo di un corteo del 1973; Ponzani ha raccontato un fatto per spiegare un contesto (partecipare a un corteo non vuol dire essere complici dei fatti gravi o gravissimi, che sono responsabilità di pochi e, penalmente e civilmente, individuali); La Russa l’ha preso come un’accusa di aver avuto parte nella morte di un agente. Intorno, ciascuno ha preso il posto che riteneva spettargli: PD e Cinque Stelle chiedono il ritiro della querela, il Secolo d’Italia titola che La Russa ha sbugiardato “la prof”, con una bella strizzata d’occhio cameratesca. Siamo al cortile delle elementari, allo “specchio riflesso” con cui si chiudevano le liti senza argomenti. La polarizzazione abbassa comodamente il dibattito fino alla ripicca e permette a ciascuno di uscirne convinto di aver vinto.
La vicenda cui assistiamo, a dire il vero, è vecchia quanto la letteratura occidentale. Nel secondo libro dell’Iliade, gli Achei sono in assemblea quando si alza Tersite, forse l’unico “soldato semplice” che Omero fa parlare. Zoppo, curvo, quasi calvo, tanto per dare un’idea chiara di chi sia, Tersite rimprovera ad Agamennone l’avidità, il bottino tenuto per sé, l’offesa fatta ad Achille: più o meno allo stesso modo aveva parlato Achille nel libro precedente e nessuno lo aveva zittito. Invece Odisseo si para davanti al soldato e lo apostrofa così, traduco alla buona: “Tersite, chiacchierone senza giudizio, per quanto oratore dalla voce limpida, trattieniti e non pretendere di litigare da solo con i re”. Poi lo colpisce con lo scettro, che nell’assemblea passava di mano in mano a chi aveva diritto di parlare. Le accuse proferite da Achille avevano aperto una crisi politico diplomatica, dette da Tersite valevano una bastonata, inflitta da chi comunque gli riconosceva, almeno, l’eloquenza.
Quello scettro esiste ancora, indentificato in una cattedra, un seggio, un contratto a tempo indeterminato. La democrazia ateniese aveva provato a eliminarlo, istituendo la pratica per cui l’araldo dava inizio alle assemblee pubbliche chiedendo “chi vuole parlare?” e sulla tribuna poteva salire chiunque. Be’, non proprio. Chiunque fosse cittadino, maschio e libero. Ponzani, perciò, non avrebbe avuto diritto di parlare, con o senza contratto. Ma ci sono stati venticinque secoli di battaglie per ampliare quel diritto, fino all’articolo 21 della nostra Costituzione, che riconosce il diritto di manifestare il proprio pensiero a tutti, cioè, come canta De Gregori, a “quelli che hanno letto un milione di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare”.
Dunque, mi augurerei un dibattito differente: un fatto si contesta con un documento, un’idea con una migliore.
Eugenio Montale era diplomato ragioniere; nel 1967 fu nominato senatore a vita e nessuno, che io sappia, lo chiamò signor ragioniere. George Gershwin lasciò la scuola a quindici anni per suonare canzonette nei negozi di spartiti di New York, imparò con insegnanti privati e non entrò mai in un conservatorio. Questi due esempi dimostrano solo che il titolo non misura il talento, faccenda diversa dal diritto di parola; di talenti così ne nasce uno per generazione, la domanda dell’araldo ateniese, invece, riguarda tutti.
Demostene è tornato in cronaca in questi giorni: tre studiosi sostengono di averne riconosciuto un ritratto di mano di Caravaggio, in un libro uscito con il patrocinio di Tor Vergata, l’università di Ponzani. Fu proprio Demostene a raccontare che nel 339 avanti Cristo, quando ad Atene arrivò la notizia che Filippo di Macedonia aveva preso Elatea, l’assemblea si riempì all’alba. L’araldo chiese chi volesse parlare e ripeté la domanda più volte. Sulle panche sedevano tutti gli strateghi e tutti gli oratori della città, gente con ogni titolo per rispondere. Non si alzò nessuno (tranne Demostene), non sapevano cosa dire.
Da noi, in questi giorni, di titoli se ne sono spesi parecchi. Il decreto sicurezza da cui Ponzani era partita, che promette fino a dodici anni di carcere a chi organizza cortei violenti e presume capaci di intendere e di volere i ragazzi dai quattordici anni in su, mi pare sia finito, al solito, sullo sfondo.
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