Partiti e politici
Il re del carnevale
Vannacci ha dato al suo libro, forse senza saperlo, un titolo antico quanto le stampe popolari del Seicento. Il mondo alla rovescia, la feccia che si incorona, i figli di nessuno in cerca di un padre in divisa: una lettura culturale del consenso a Futuro Nazionale.
Molti italiani ricorderanno una notissima trasmissione televisiva che andava in onda prima del Tg1 tra gli anni Settanta e i Novanta. L’Almanacco del giorno dopo. Aveva una sigla che ti entrava in testa e non ti si toglieva più; certamente risuona ancora nella mente di molti: un rondò simil rinascimentale composto nel 1975. Le immagini che scorrevano accompagnate da quel brano erano incisioni con personificazioni dei mesi dell’anno, create da Giuseppe Maria Mitelli alla fine del Seicento. Lo stesso incisore compose nel 1685 sei tavole, ora conservate nella Raccolta delle stampe al Castello Sforzesco di Milano, schedate sotto la voce “mondo alla rovescia”. I loro titoli spiegano bene l’allusione: “Fortuna per lo più porta il somaro”, “Benché ragazzo io son, vo’ far il mastro”, ecc.
L’asino portato in trionfo, il ragazzo in cattedra, i vecchi innamorati. Si tratta di un soggetto che ha avuto larga fortuna nelle stampe popolari europee, con varianti come il bue che macella il macellaio, i topi che seppelliscono il gatto.
Il mondo capovolto poteva far ridere il servo, che per una volta vedeva il padrone sotto la sella. È un po’ il senso originario, ancestrale, del carnevale, come era celebrato in tutta Italia, con i confetti colorati (poi palline di gesso) gettati dai balconi sulla processione di maschere, con insulti ai nobili e libertà effimera.
Nel 2023 Roberto Vannacci, generale dell’esercito, intitola un libro autopubblicato su Amazon Il mondo al contrario ma da quella retorica carnascialesca toglie la risata, parla di un mondo capovolto davvero e della necessità di rimetterlo in piedi. Anche la parola è cambiata. La tradizione diceva “alla rovescia”, come una giacca o un guanto rivoltati, che con un gesto si rimettono a posto. Vannacci scrive “al contrario”, la lingua dei contrari e degli avversari, dove chi la pensa diversamente diventa qualcuno da rimettere in riga. Come abbia fatto a vendere più di un Fabio Volo o di un Gianrico Carofiglio resta un mistero. Circa ventimila copie nei primi undici giorni, altre settantatremila nella settimana successiva, quella in cui i giornali ne pubblicavano gli stralci più odiosi. In quelle settimane un libro autoprodotto da uno sconosciuto vendeva da solo il doppio degli altri nove titoli più venduti d’Italia, tutti con editori affermati e librerie alle spalle. Da qui sono nati i sospetti di acquisti pilotati, finanziati da chissà chi. Mai provati, restano sospetti.
Tre anni dopo, all’Auditorium della Conciliazione di Roma, lo stesso generale apre l’assemblea costituente dicendo: “Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia e siamo orgogliosi di esserlo”. Supera a destra l’underdog Meloni e in pura ritualità da martedì grasso svolge il ruolo di chi dal basso si incorona. Certo, quando il re del carnevale è un generale di divisione, già comandante della Folgore, eurodeputato, c’è un’atmosfera inquietante. Volevo dire sinistra, ma non è proprio il termine adatto in questo contesto.
Comunque, è un carnevale che non prevede Quaresima. Il carnevale storico trovava il suo senso nel fatto che era a termine. Finiva. Un’inversione concessa e tollerata per qualche giorno veniva rimessa a posto dal mercoledì delle ceneri. Il carnevale di Futuro Nazionale mira a tutt’altro: tenta un rovesciamento che approda a un ordine definitivo.
Nel programma pubblicato sul sito del partito si legge che gli obiettivi hanno un orizzonte di due legislature, mentre “i valori identificati non hanno tempo”. Alla costituente non è mancato nulla di quella “pappa omogeneizzata” descritta da Furio Jesi in Cultura di destra: valori “indiscutibili” scritti con l’iniziale maiuscola, religione dei morti esemplari, paccottiglia di simboli. Mario Borghezio, citando Evola e Guénon, ha annunciato che “è tornato il sacro in politica”. E qui il carnevale sconfina nel delirio.
Una cosa di cui parlava Jesi e che mi ha sempre colpito è l’uso, da parte di queste sottoculture, di “idee senza parole”: un linguaggio fatto di gesti e di riti più che di argomenti, in cui il passato è retaggio dei padri che si porta nel sangue. Tipo il “patriarcato mediterraneo” che il programma di Futuro Nazionale elogia senza imbarazzo. Ma sul concetto dei padri si regge il punto più profondo di tutta la faccenda.
Vannacci, nella stessa assemblea, ha chiamato i suoi “figli di nessuno”. Una formulazione che ha varie origini. Ricorda, tra le altre cose, un melodramma del 1951 di Raffaello Matarazzo, con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, tratto da un romanzo di Ruggero Rindi. Padre, madre e figlio vivono vite separate e si incrociano senza riconoscersi; il figlio cresce nella casa della nonna contessa, lontano dalla madre che tutti credono morta. Il film è ambientato tra le cave di marmo di Carrara, a una trentina di chilometri da Viareggio, dove Vannacci vive. Matarazzo era un nome popolare e poco stimato dalla critica ma il film fu uno dei maggiori successi italiani del dopoguerra.
Ecco, i figli di nessuno sono figli che non conoscono oppure che non riconoscono il padre. Che la società moderna stesse perdendo il padre lo scriveva la psicoanalisi già negli anni Sessanta: con la società industriale di massa l’autorità costruita sull’immagine paterna si sgretolava; i rapporti tra padri e figli diventavano impersonali. Sessant’anni dopo quella diagnosi è condizione ordinaria. In politica il padre ha avuto molte forme: il partito di massa, il sindacato di fabbrica, uno Stato sociale che prometteva protezione in cambio di lavoro. Prima ancora il re. O il duce.
C’è un passo dell’Iliade che aiuta a capire cosa offre Vannacci a questi figli. Nel sesto libro Ettore torna dalle mura per salutare la moglie e il figlio. Il piccolo Astianatte, in braccio alla nutrice, vede l’elmo di bronzo con il pennacchio di crine e si ritrae piangendo, spaventato. Il padre e la madre ridono. Ettore si toglie l’elmo, lo posa a terra, lucente. Solo allora prende in braccio il figlio. Ne do una lettura mia: per essere riconosciuto come padre, il guerriero deve deporre l’armatura.
Vannacci, al contrario, è un padre riconoscibile solo in divisa. In congedo dall’esercito, resta per il suo partito il Generale, con la maiuscola; il nome ufficiale della formazione è Futuro Nazionale con Roberto Vannacci. Il teschio della Decima sulla cover del telefono appartiene allo stesso guardaroba.
Chi parla di post fascismo, ma io direi fascismo posticcio, decifra bene la trama. La funzione, però, è un’altra faccenda. C’è un trauma del padre che molte comunità conoscono: al padre vero, vestito come un essere umano e incapace di proteggere, si preferisce quello in uniforme che promette di riconoscerti. Lo si ama tanto più quanto meno il padre vero riesce a farlo. Pensiamo a Latina, dove gran parte della città festeggia ancora come padre chi alla città non aveva nemmeno pensato: il 30 giugno, anniversario della fondazione, passa quasi sotto silenzio perché quel giorno lui non c’era, mentre il 18 dicembre, l’inaugurazione con il discorso del duce, si celebra in pompa magna. Senza quel padre certi latinensi si sentirebbero apolidi, più che orfani. Oggi la divisa da rievocazione è esattamente ciò che si chiede a un padre che dichiara di riconoscerti.
La divisa, del resto, nel carnevale italiano ha una maschera tutta sua. Nella commedia dell’arte il Capitano entra in scena con il pennacchio sul cappello, la spada lunga e un repertorio di imprese mai compiute; nato dal soldato fanfarone del teatro latino, prendeva in giro i militari spagnoli che occupavano mezza Italia. Faceva ridere per la distanza tra le bravate raccontate e quello che poi si vedeva sul palco. Vannacci indossa la stessa maschera e le toglie la risata, come aveva fatto con il titolo del libro.
Chi siano i suoi figli lo dicono i numeri. Nando Pagnoncelli, su circa ventimila interviste Ipsos raccolte tra febbraio e giugno, descrive un elettorato per il 62 per cento maschile, di ogni età, per oltre metà in condizioni economiche basse o medio-basse, forte tra operai e disoccupati nei piccoli e medi comuni del Centro-Nord. Più di un terzo di questi, alle europee del 2024, non aveva votato. Pagnoncelli conclude che il terreno di coltura sembra la protezione sociale mancata, più della narrazione identitaria. Mi sembra la diagnosi del trauma, fatta con i numeri. Molti arrivano dalla Lega del “prima gli italiani”, un padre che quella protezione l’aveva promessa. Intanto, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, nel 2024 i salari reali italiani erano ancora dell’8,7 per cento sotto il livello del 2008, il dato peggiore del G20. A febbraio i sondaggisti pronosticavano al nuovo partito al massimo il 2 per cento. A settembre Swg lo misura all’8.
Ci si domanda, perciò, se e come arriverà la Quaresima. Un altro richiamo artistico può aiutare la riflessione: nella Lotta tra Carnevale e Quaresima dipinta da Pieter Bruegel il Vecchio nel 1559, la Quaresima è una figura magra su un carretto tirato da un frate e da una monaca, armata di una pala da forno con due aringhe. Bruegel lo dipinge mentre tra Riforma e Controriforma le classi colte smettevano di mescolarsi al carnevale e prendevano a puntarvi contro il dito: vescovi, predicatori e magistrati cittadini lo regolavano, lo accorciavano, in qualche città lo vietavano. Quella vittoria della Quaresima durò ben più di quaranta giorni. Oggi la Quaresima ha la faccia di chi condanna. Ed è un problema. Del resto, Jesi riconosceva che gran parte del patrimonio culturale, anche di chi non vuole affatto essere di destra, è residuo culturale di destra.
L’ultimo episodio è di questi giorni e sembra scritto apposta. Antonio Tajani, per spiegare come si sceglie un partito, racconta che al figlio in cerca di moglie consiglierebbe la ragazza seria, magari con la gonna un po’ più lunga. È il padre di famiglia che fa la predica, la Quaresima in versione borghese. Il 22 settembre, su Sky TG24, Vannacci risponde che tra gonna lunga e gonna corta una donna la preferisce sempre senza. La risposta segue alla lettera la grammatica del carnevale, che abbassa il sermone al corpo e lo rovescia con la battuta oscena. “Visto che la domanda è leggera, rispondo in modo altrettanto leggero”, spiega. A carnevale ogni scherzo vale: lui lo sa benissimo. Poi la maschera si sposta di un centimetro. Una donna senza gonna, precisa, potrebbe avere i pantaloni; sui social pubblica la Venere di Milo. Così ha detto la volgarità e insieme ha negato di averla detta. Dalla Lega, il suo vecchio partito, Giulia Bongiorno avverte che non c’è da ridere. Nel copione del carnevale la Quaresima è proprio quella che non ride.
Il 18 settembre scorso, l’agenzia Pressenza ha rilanciato un testo intitolato “Dov’era Vannacci?”, che ricorda le torture inflitte da militari italiani a civili somali nel 1993 e ricava dalla sola presenza il sospetto di una responsabilità di Vannacci, allora giovane ufficiale al comando di un piccolo reparto di incursori. In realtà nelle ricostruzioni pubbliche delle inchieste il suo nome non compare. Tentare di trascinarlo nel torbido non paga, mentre il fatto documentabile, cioè che il generale non risulti aver mai commentato in pubblico quelle inchieste, non fa notizia. E così anziché assestare un colpo al fascismo posticcio arriva una conferma per i figli di nessuno di essere vittime guardate dall’alto. Nel copione del carnevale alla Quaresima è affidato questo ruolo: perdere, fino al mercoledì delle ceneri. Fino ad allora regna la feccia.
Ora, credo che la Quaresima di Futuro Nazionale, come di tutti i partiti messi alla prova del governo, sarà una politica di piccolo cabotaggio, buona a tenersi a galla. La Lega l’ha già vissuta: dal 34,3 per cento delle europee del 2019 a meno del 9 in quelle del 2024. Una parte di quegli elettori oggi vota Vannacci.
Un ultimo cenno per quelli che in piazza non scendono affatto. L’astensione viene raccontata come la reazione opposta a Vannacci: chi si arrabbia vota il generale, chi si rassegna resta a casa. I numeri, ancora loro, disegnano un altro scenario. Più di un terzo dei suoi elettori viene dal non voto. Vittorio Mete e Dario Tuorto, in Il partito che non c’è (2025), descrivono gli astenuti come un popolo informe, che cambia composizione a ogni elezione ma resta stabile nel profilo sociale: redditi bassi, lavoro manuale, istruzione ridotta.
Ipsos stima per Futuro Nazionale un bacino potenziale di un altro milione e mezzo di elettori, con più residenti nelle grandi città del Sud: il Sud è la parte del paese dove oggi si vota di meno.
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