Geopolitica
La guerra degli altri, la lite di casa nostra
Diego Bianchi e Virginia Libero litigano a Otto e Mezzo sui partigiani, i costituzionalisti sull’articolo 11, la sinistra venera Gino Strada e vota il contrario. Un dibattito interno ai militanti mentre l’unica assente è l’Ucraina.
La sera del 17 settembre, a Otto e Mezzo, Diego Bianchi ha sollevato un putiferio.
Era ospite insieme a Virginia Libero, segretaria dei Giovani Democratici, la quale aveva detto dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia che i suoi rappresentati non sarebbero stati i soldati delle guerre altrui. Il riferimento era il conflitto ucraino.
Bianchi ha risposto con la memoria, dicendo che quando è scoppiato il conflitto, nel 2022, chi stava a sinistra vedeva nell’Ucraina dei partigiani. Ha raccontato di aver intervistato quegli italiani, contenti degli aviolanci con cui americani e inglesi passavano loro le armi. La pace, ha detto, è arrivata dopo. Prima si sparava a nazisti e fascisti.
La Resistenza è un mito fondativo. È un punto d’origine ed è anche la prova che le armi, almeno una volta, sono state giuste. Sovrapporvi l’Ucraina aiuta a sciogliere il disagio davanti alla guerra e all’aumento delle spese militari che l’accompagna.
Però l’analogia di Bianchi, presa sul serio e portata sul piano dei fatti, si sfalda. La Resistenza italiana fu insurrezione contro un occupante straniero e guerra civile contro un regime collaborazionista, la Repubblica di Salò. La combattevano bande, formazioni, il CLN: attori senza Stato, mentre lo Stato legittimo sopravviveva al Sud come cobelligerante (con tutti i distinguo che ormai sono sui manuali di storia). L’Ucraina di oggi è uno Stato sovrano con un esercito regolare che respinge un’invasione. È dentro la cornice dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite: legittima difesa di uno Stato aggredito. Dunque, un soldato di leva di uno Stato riconosciuto non è un partigiano, come la resistenza a un’occupazione non è la difesa di una nazione da un’aggressione.
Certamente Bianchi ha ragione su un punto: gli aviolanci ci furono, il SOE britannico e l’OSS americano armarono davvero le formazioni partigiane. Democrazie che passano armi a chi combatte un aggressore sono un precedente storico indiscutibile. Non è convincente la logica che salta dalla continuità morale all’identità, cioè da “anche loro combattono un aggressore” a “sono i nostri partigiani”.
La Resistenza aveva un contenuto antifascista dichiarato. La difesa ucraina è politicamente composita e comprende reparti di estrema destra, il battaglione Azov tra questi, nato nel 2014 con quadri di quell’area e poi assorbito nella Guardia Nazionale. Chi da sinistra dice “sono partigiani” dovrebbe spiegare dove colloca Azov nel pantheon partigiano. Ma vale anche il rovescio della questione: la vulgata che dipinge l’Ucraina come un covo di nazisti. La “scusa”, il casus belli russo, la “denazificazione”. I numeri la smentiscono. Alle politiche del 2019 la lista unita dell’estrema destra ucraina ha preso il 2,15%, meno della metà dello sbarramento del 5%; nessun seggio nella parte proporzionale. Presidente eletto, un ebreo, Zelensky. Quindi le milizie di estrema destra ci sono ma non identificano lo Stato ucraino. E alla base del mito partigiano, come di quello nazista, c’è sempre l’analisi dal buco della serratura.
Inoltre, l’articolo 11 della Costituzione non basta a chiudere la questione. Di solito lo si cita male, come se dicesse che l’Italia ripudia la guerra tra i popoli. Ma il testo è più meticoloso: ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Il ripudio riguarda l’Italia che aggredisce e nasce dall’abbandono dell’ideologia fascista e imperialista. La dottrina giuridica è concorde nel dire che la guerra difensiva resti ammessa. Questo è peraltro solo il primo comma. Il secondo consente le limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni. È l’articolo grazie al quale l’Italia è entrata nell’ONU, nella NATO, nell’Unione Europea e che ha coperto le nostre missioni internazionali. Ma una cessione di armi a Kiev non è una missione giustificata da quelle parole. La lettura letterale, lo riconosce l’Associazione italiana dei costituzionalisti, non dice nulla sull’assistenza alle guerre difensive di un altro Stato. Quando Giuliano Amato, nel 2022, ha difeso l’invio a Kiev, ha spostato il fondamento fuori dall’articolo 11, sui trattati NATO e UE che impegnano alla difesa dei paesi aggrediti. Cesare Mirabelli, presidente emerito della Consulta, lo definì un’enunciazione generale e indicò il vero appiglio altrove, nella condanna dell’aggressione votata dall’Assemblea generale dell’ONU e nella pronuncia della Corte internazionale di giustizia. La difesa più solida dell’invio, dunque, più che fondarsi sull’articolo 11, lo aggira.
Se approfondiamo ancora, l’incertezza e il disagio aumentano. La legge 185 del 1990 vieta l’export di armi verso i paesi in conflitto armato in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Divieto logico se si sta violando l’articolo 51. Ma non è il caso dell’Ucraina, che invece sta agendo ai sensi di quell’articolo. Tuttavia, il governo ha chiesto di agire in deroga a quella legge, la quale peraltro vieta l’export verso i paesi la cui politica contrasti con l’art. 11 della Costituzione. Non solo: tutto è tenuto secretato ed è visibile solo al COPASIR.
Non è tutto lineare, non è tutto logico. Ma la gazzarra sul mito della Resistenza e sull’articolo 11 ha un cortocircuito: cerchiamo la legittimità della difesa ucraina dentro la Carta del 1948 ma la legalità di quella guerra vive in quella delle Nazioni Unite e nell’articolo 51. Mentre è una questione di diritto internazionale, noi ci incagliamo nei partigiani. È una lite di famiglia su chi eredita la Resistenza. L’aggredito, che tutti dicono di difendere, in quella discussione non c’è.
Mi viene in mente un nome che una parte della sinistra pronuncia con devozione: Gino Strada. Bianchi lo ha ospitato per anni, il pubblico che lo applaude è in gran parte lo stesso che oggi vede partigiani a Kiev. Strada rifiutava perfino la parola pacifista, perché la usano anche i parlamentari che poi votano le guerre. Diceva che nessuna guerra è giusta, che la si può solo abolire come si tenta con una malattia, che davanti a ogni conflitto ci si domanda quale risposta militare dare ma il problema non lo si affronta mai. È morto nell’agosto 2021, sei mesi prima dei carri armati russi. Non voglio e non posso dire da che parte starebbe oggi.
La sua eredità ha parlato. Emergency, l’associazione che ha fondato, nel primo anniversario dell’invasione denunciava l’invio di quasi un miliardo di euro di armi italiane e chiedeva un cessate il fuoco. Sua figlia Cecilia, ex presidente della stessa Emergency e oggi eurodeputata del PD, ha detto che sull’invio di armi avrebbe votato contro. Nel partito che approva i decreti di invio. La segretaria dei suoi giovani, che a Reggio Emilia parla di disertori, dice, in forma più ruvida, quello che la figlia di Gino Strada ripete in aula. Bianchi ha ospitato Strada per anni e oggi difende, in nome quasi della realpolitik, ciò che Strada rifiutava. Il conto non mi torna.
Ma neanche Strada risolve, va detto. “Le guerre giuste non esistono” resta un orientamento più che una politica per chi vede arrivare i russi a Bucha. La sua intransigenza nasceva dal tavolo operatorio, da trent’anni passati a ricucire civili in Afghanistan e in Iraq, mai dal posto di chi deve decidere la politica internazionale del proprio Stato. Proprio per questo è una postura più che un programma: non smette di bruciare, perché di fronte a ogni guerra discutiamo come armarla e quasi mai come si sarebbe potuta evitare. Tenere quella postura è un’altra cosa dal fingere che Strada abbia già votato per una parte.
Ne deriva, per me, una difficoltà personale: la grammatica dell’imperialismo à la Putin e quella della difesa ucraina sono fatte degli stessi termini: nazione, confini, sovranità, patria. Termini che francamente avrei piacere di vedere invecchiare, un’eredità ottocentesca che continua a produrre morti. Ritrovo quella grammatica nella logica che ha prodotto l’aggressore e nel rimedio che tiene in piedi l’aggredito. Si dovrebbe poter difendere l’aggredito senza sposare la forma che ha armato l’aggressore.
Mentre una ragazza a Reggio Emilia prometteva di organizzare disertori e le si rispondeva con i morti partigiani italiani, non si parlava di Ucraina.
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