Terrorismo

Il 12 settembre

Venticinque anni dopo l’attacco alle Torri, tre cambiamenti che l’Occidente ha adottato e non ha più mollato: lo scontro di civiltà diventato senso comune, la guerra preventiva contro il diritto internazionale, la sorveglianza di massa entrata nella vita di tutti i giorni.

12 Settembre 2026

Sabato 29 settembre 2001 il Corriere della Sera usciva con quattro pagine di Oriana Fallaci. Ferruccio De Bortoli le presentava come straordinarie. Diciotto giorni prima erano cadute le torri gemelle. La scrittrice, che taceva da dieci anni, rompeva il silenzio con un testo che trasformava il lutto in atto d’accusa contro l’Islam. Da quelle pagine nacque una trilogia di libri che avrebbe venduto milioni di copie, prima in classifica anche in Francia e in Germania.

Il pezzo funzionava perché imponeva una nuova grammatica del discorso pubblico, una modalità nuova di individuare il nemico. La tesi di Samuel Huntington sullo scontro delle civiltà, fino a quel momento materia da convegni, veniva trasformata in senso comune da prima pagina. L’Italia non importava niente dall’America: la Fallaci fu tra le prime in Europa, la più clamorosa, a mettere in pagina imputazioni e veri e propri insulti che sarebbero stati i cavalli di battaglia di una nuova sottocultura. Alle querele e alle accuse di razzismo non corrisposero mai cali di vendite.

Da quel momento la politica europea si è riorganizzata intorno a una parola, civiltà, mentre ha abbandonato il concetto di classe. La linea partita da Fallaci arriva senza salti alla grande sostituzione etnica, ai comizi sull’identità, al lessico che nel 2026 governa mezza Europa. Un nemico di civiltà non ha confini. È un’appartenenza, anche senza un governo da abbattere o una cellula da neutralizzare. Contro un’appartenenza ogni bersaglio diventa legittimo. Fu la premessa che permise di passare da Al Qaeda a un paese che con l’11 settembre non c’entrava niente.

Il 19 marzo 2003, al Consiglio supremo di Difesa, Carlo Azeglio Ciampi invocò l’articolo 11 della Costituzione, quello per cui l’Italia ripudia la guerra, per imporre la formula della non belligeranza. Il giorno dopo cominciò l’invasione dell’Iraq. Silvio Berlusconi aveva già detto ai parlamentari che l’uso della forza era legittimo, aveva firmato a gennaio la lettera degli otto leader europei schierati con Washington, aveva concesso il sorvolo e le basi. Quirinale e Palazzo Chigi sostenevano due linee divergenti sul tema della guerra.

In tutto il mondo, il 15 febbraio di quell’anno, milioni di persone erano scese in piazza contro l’invasione che stava per cominciare. Non servì.

La non belligeranza fu solo di nome: dal 15 luglio 2003 l’operazione Antica Babilonia portò circa tremila militari italiani nel sud dell’Iraq, in Dhi Qar, sotto comando britannico, coperti dalle risoluzioni ONU 1483 e 1511. Li chiamavano forze di ricostruzione e di pace.

Il 12 novembre 2003 un camion cisterna carico di esplosivo saltò davanti alla base Maestrale di Nassiriya. Ventotto morti, diciannove italiani: dodici carabinieri, cinque soldati, due civili. Il paese scoprì d’un colpo di avere dei caduti da piangere in una missione raccontata come pace.

Gli Stati Uniti avevano attaccato uno Stato sovrano senza mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sulla base di notizie sulla presenza di armi di distruzione di massa che non sarebbero state mai trovate. Inventate. Il divieto di guerra d’aggressione, cardine dell’ordine costruito dopo il 1945, venne aggirato dagli stessi che l’avevano firmato. L’Europa si spaccò: Francia e Germania si opposero, il Regno Unito e l’Italia sostennero la guerra.

La cornice giuridica di tutto questo portava la data del 18 settembre 2001. L’autorizzazione all’uso della forza che il Congresso approvò allora, con un solo voto contrario, quello di Barbara Lee, avrebbe coperto operazioni militari in una ventina di paesi. Una guerra senza un nemico definito e senza una fine prevista poteva durare per sempre. È andata così. La guerra asimmetrica. Nel dicembre 2025 lo stesso Congresso ha abrogato le autorizzazioni sull’Iraq del 2002 e sul Golfo del 1991. Quella del 2001 è rimasta in piedi. Guantánamo, aperta nel gennaio 2002, pure.

La stessa logica che autorizzava le guerre oltre confine dette la stura ai controlli interni.

Nel novembre 2001, gli Stati Uniti crearono la Transportation Security Administration. Da lì le scarpe da togliere al varco, i liquidi nella busta trasparente, gli scanner che guardano sotto i vestiti, il chip biometrico dentro il passaporto.

Cinque anni dopo quel sistema è diventato legge europea. La direttiva del 15 marzo 2006, scritta sull’onda degli attentati di Madrid e di Londra, obbligava gli Stati a conservare da sei a ventiquattro mesi i dati di traffico telefonico e telematico di ogni cittadino.

Nel 2013 fu Edward Snowden a mostrare la macchina di sorveglianza di massa costruita in quegli anni dentro le agenzie americane. L’8 aprile 2014 la Corte di Giustizia dell’Unione europea dichiarò invalida la direttiva sulla conservazione dei dati: controllo sproporzionato, indiscriminato, incompatibile con i diritti fondamentali. Le leggi nazionali che l’avevano recepita restano quasi ovunque in vigore.

Il cittadino è diventato trasparente davanti al potere mentre il potere si è reso opaco davanti al cittadino. La sicurezza scambiata con la libertà una volta per tutte, senza data di scadenza. L’infrastruttura pronta e l’abitudine già invalsa sono state raccolte dall’economia dei dati, quella che Shoshana Zuboff chiama capitalismo della sorveglianza. La privacy è scesa di grado, da diritto a lusso.

La direttiva è caduta nel 2014. I dati si conservano ancora, paese per paese. All’imbarco continuiamo a toglierci le scarpe.

Ieri, 11 settembre 2026, dal Pentagono, Donald Trump ha ricordato i morti e ha spiegato ai vivi perché si combatte ancora. Non c’è scelta, ha detto. La lotta cominciata venticinque anni fa continua. Adesso il nemico si chiama Iran.

Tutto è cominciato il 12 settembre 2001.

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