Partiti e politici
“Il comunismo ha fatto più morti del nazifascismo”: i numeri al servizio di una menzogna logica
Come un argomento vero nei numeri diventa una menzogna nella logica
Lo ripete Vannacci. Lo rilanciano sui social le reti sovraniste. Lo amplificano, con sistematica ostinazione, i giornali del gruppo Angelucci — Libero, Il Tempo, Il Giornale — diventati nel corso degli ultimi anni il principale polo editoriale organico alla destra italiana, con una linea che su questi temi non lascia spazio a sfumature. L’argomento sembra solido, persino documentato: i regimi comunisti del Novecento hanno prodotto un numero di vittime superiore a quello del nazifascismo. Ergo, equiparare le due esperienze storiche è scorretto, e anzi il fascismo risulta, tutto sommato, meno condannabile. Questa è la struttura implicita del ragionamento. Ed è un ragionamento che funziona solo se si accetta di non pensare.
Partiamo dalla premessa numerica, che è parzialmente vera. Il bilancio di morti attribuibili ai regimi comunisti — Stalin, Mao, Pol Pot, Kim — supera in termini assoluti quello del nazifascismo. Ma il confronto grezzo tra numeri, senza contestualizzare né le cause né le logiche che li hanno prodotti, è un esercizio intellettualmente disonesto. È come sostenere che il tabacco sia meno pericoloso dell’alcol perché un anno in un certo paese i morti per cirrosi hanno superato quelli per cancro ai polmoni. Il numero conta, ma conta anche — e soprattutto — perché. Eppure questa equiparazione non circola soltanto nei talk show sovranisti: il Parlamento Europeo l’ha fatta propria con la risoluzione del 19 settembre 2019, approvata a larghissima maggioranza, che mette nazismo e comunismo sullo stesso piano della memoria storica. Vale la pena smontarla con rigore, non limitarsi a respingerla.
Il nazifascismo: un’ideologia sbagliata applicata fedelmente
Il nazifascismo non è stato tradito dai suoi esecutori. Hitler non ha deviato da Mein Kampf: lo ha realizzato con coerenza meticolosa. Lo spazio vitale a Est, l’eliminazione degli ebrei, la supremazia razziale, il pangermanesimo — tutto era scritto, tutto è stato fatto. Le leggi di Norimberga, l’Anschluss, la Shoah non sono aberrazioni di un’ideologia tradita. Sono la sua applicazione fedele. Il nazismo non ha prodotto orrore nonostante i suoi principi, ma in virtù di essi.
Questo è il punto decisivo. Un’ideologia il cui nucleo è intrinsecamente viziato — basata sulla supremazia razziale, sull’esclusione dell’altro come nemico ontologico, sulla violenza come strumento di purificazione — non possiede anticorpi interni. Non ha meccanismi di autocorrezione, perché qualsiasi correzione richiederebbe di mettere in discussione le premesse fondative. Il disastro non era evitabile dall’interno: era iscritto nella struttura stessa dell’ideologia. Vale la pena ricordare che anche il fascismo italiano, pur essendo meno coerente e più opportunista di quello tedesco — le leggi razziali del 1938 furono in larga parte un’importazione dall’alleanza con Hitler, non una derivazione organica dalla dottrina mussoliniana — produsse comunque un regime liberticida, colonialista e alleato del genocidio. La minore fedeltà ai propri principi ne attenuò parzialmente i danni, ma non ne modifica la natura.
Il comunismo reale: Marx nel posto sbagliato
Il comunismo reale ha prodotto orrori comparabili, ma attraverso un meccanismo radicalmente diverso. Marx non immaginava la rivoluzione in Russia o in Cina. La sua teoria presupponeva condizioni precise: società industrialmente mature, proletariato numeroso e cosciente, istituzioni consolidate, alfabetizzazione diffusa. La rivoluzione del 1917 avvenne in un paese agricolo e semi-feudale. Quella cinese del 1949 in una società contadina. Pol Pot trovò il marxismo-leninismo in una Cambogia devastata dalla guerra.
Il disastro del comunismo reale non è la prova che l’ideologia fosse sbagliata nella sua struttura fondamentale. È la prova che fu trapiantata in condizioni che Marx stesso avrebbe rifiutato. Lenin lo sapeva, e lo teorizò introducendo il partito d’avanguardia come sostituto di una classe operaia che in Russia non esisteva. Quella forzatura aprì la strada alla degenerazione stalinista: lo Stato, che Marx prevedeva si estinguesse progressivamente, divenne mostruosamente più grande; l’internazionalismo proletario si trasformò in nazionalismo sovietico; la dittatura transitoria del proletariato diventò dittatura permanente di un partito. I crimini comunisti furono peraltro spesso denunciati e contrastati — almeno parzialmente — dall’interno stesso dei movimenti che si richiamavano a Marx: il rapporto Krusciov, le scissioni eurocomuniste, la socialdemocrazia europea come alternativa al comunismo reale sono tutti esempi di autocorrezione che il nazifascismo non ha mai prodotto, perché il suo nucleo non lo consentiva.
Liberalismo e marxismo: due ideologie giuste con le loro fragilità
Per capire come la Scandinavia abbia risolto il problema è necessario fare un passo indietro e capire cosa ci fosse da risolvere. Liberalismo e marxismo sono le due grandi ideologie della modernità politica che poggiano su principi fondativi eticamente validi. Il liberalismo — da Locke a Mill — ha costruito l’architettura dei diritti individuali: la libertà di pensiero, di parola, di proprietà, la separazione dei poteri, il governo per consenso. Mill in particolare ha elaborato il principio del danno come unico limite legittimo all’intervento dello Stato sulla vita dell’individuo, ponendo la persona al centro del progetto politico.
Eppure il liberalismo puro, applicato senza correttivi, ha storicamente mostrato le sue fragilità: tende a produrre concentrazione di ricchezza, sfruttamento del lavoro, colonialismo — tutti fenomeni giustificati in nome della libertà di mercato e della proprietà privata. Locke stesso giustificava forme di esclusione sociale che oggi consideriamo inaccettabili. Il marxismo, dal canto suo, ha identificato con lucidità i meccanismi di sfruttamento del capitalismo, ha posto la questione della redistribuzione al centro della politica e ha immaginato una società in cui il lavoro non fosse merce. Ma la sua tendenza a subordinare l’individuo al collettivo, e la difficoltà di trovare un meccanismo istituzionale che non degenerasse in autoritarismo, sono fragilità reali, che il comunismo reale ha pagato a carissimo prezzo.
Due modelli con principi validi, dunque, ma con applicazioni storiche che ne hanno rivelato i limiti. La domanda è: si può prendere il meglio di entrambi ed evitare il peggio di ciascuno?
La Scandinavia: cinquanta giorni da orsacchiotto
Massimo Troisi, in Ricomincio da tre, si sentiva chiedere dall’amico se preferisse vivere un giorno da leone o cento da pecora. La sua risposta era disarmante nella sua saggezza: cinquanta giorni da orsacchiotto. Non la resa, non l’avventura suicida. La mediazione intelligente. È esattamente quello che ha fatto la socialdemocrazia scandinava nel corso del Novecento: di fronte alla scelta tra capitalismo puro e comunismo reale, ha rifiutato entrambi gli estremi e ha costruito qualcosa di terzo, attingendo dall’uno e dall’altro secondo necessità.
La premessa era l’esclusione a priori del modello nazifascista: non perché scomodo, ma perché già dalla teoria sappiamo che è un disastro. Non c’è nulla da prendere da un’ideologia che non ha anticorpi. Il perimetro era dunque liberalismo e marxismo, e la sfida era trovare la mediazione. Ecco come è avvenuta, concretamente, su sei fronti cruciali.
Mercato e redistribuzione. Il liberalismo garantisce l’efficienza del mercato, ma lascia la disuguaglianza crescere liberamente. Il marxismo vuole eliminare la disuguaglianza, ma soffoca il mercato. La Scandinavia ha mantenuto l’economia di mercato — imprese private, concorrenza, innovazione — e vi ha sovrapposto una tassazione progressiva molto elevata che finanzia un welfare universale. Il mercato produce ricchezza; la fiscalità la redistribuisce. Non si elimina il profitto, si limita la concentrazione.
Lavoro e impresa. Il liberalismo tutela l’imprenditore; il marxismo tutela il lavoratore fino a statalizzare la produzione. La soluzione scandinava è la contrattazione collettiva istituzionalizzata: sindacati fortissimi, rappresentativi e responsabili negoziano con le associazioni datoriali in un quadro di regole condivise. L’imprenditore mantiene la proprietà e la gestione dell’azienda; il lavoratore ottiene salari dignitosi, sicurezza e formazione permanente. Nessuno statalizza nulla; nessuno sfrutta nessuno.
Welfare e responsabilità individuale. Il marxismo tende al welfare universale ma rischia di deprimere l’iniziativa individuale. Il liberalismo esalta la responsabilità individuale ma lascia indietro chi non ce la fa. Il modello scandinavo garantisce una rete di sicurezza universale — sanità, istruzione, disoccupazione, pensioni — ma la accompagna con politiche attive che incentivano il reinserimento lavorativo. La tutela non è una rendita: è un trampolino.
Libertà civili e coesione sociale. Il liberalismo tende a frammentare la società in individui atomizzati; il marxismo a dissolverla nel collettivo. La Scandinavia ha coltivato una forte identità comunitaria — la fiducia istituzionale, il senso civico, la partecipazione democratica — senza sacrificare le libertà individuali. Anzi: la coesione sociale è diventata il presupposto che rende praticabili le libertà individuali, invece di esserne il nemico.
Istruzione e mobilità sociale. Il liberalismo tende a privatizzare l’istruzione, rendendola funzione del reddito familiare. Il marxismo la statalizza, livellando verso il basso. Il modello scandinavo offre istruzione pubblica di alta qualità, gratuita a tutti i livelli incluso quello universitario, con borse di studio e sussidi agli studenti. La mobilità sociale non è un’aspirazione: è un meccanismo strutturale.
Ambiente e crescita. Il liberalismo puro tutela la crescita economica a scapito dell’ambiente; il marxismo reale ha prodotto alcuni dei disastri ambientali più gravi del Novecento. La Scandinavia ha integrato la sostenibilità ambientale nel modello economico, trattandola non come un vincolo alla crescita ma come una condizione della sua durabilità. Il mercato viene usato — con tasse sulle emissioni, incentivi alle rinnovabili — per correggere se stesso.
In tutti e sei questi casi la logica è la stessa: dove un modello produce un problema strutturale, si attinge dall’altro per trovare la soluzione. Non si abolisce il mercato perché produce disuguaglianza: si redistribuisce. Non si elimina la tutela sociale perché rischia di disincentivare il lavoro: si struttura in modo da incentivarlo. Il risultato è che Svezia, Norvegia e Danimarca sono oggi le società più eque, più libere e più felici che l’umanità abbia mai prodotto. Non è un caso. È il frutto di una mediazione intellettualmente onesta e politicamente coraggiosa.
Un errore già visto: Gobetti, Amendola e il fascismo combattuto dal fronte sbagliato
L’occidente sta commettendo oggi un errore che l’Italia ha già commesso cento anni fa: lasciare che il contrasto al revanscismo fascista sia una prerogativa esclusiva della sinistra. È un errore strategico prima ancora che culturale. Perché il fascismo, nella sua logica intrinseca, è una minaccia proprio ai valori liberali — lo stato di diritto, la libertà individuale, l’autorità istituzionale contro il potere arbitrario — che il fascismo ha sempre calpestato e che la destra liberale dovrebbe sentire come propri. Eppure la destra europea e americana tende sistematicamente a sottovalutare, quando non a tollerare o alimentare, le derive autoritarie e identitarie che ne costituiscono il nucleo.
L’Italia degli anni Venti offre una lezione storica che non è stata ancora pienamente metabolizzata. Piero Gobetti e Giovanni Amendola — entrambi liberali, entrambi antifascisti convinti, entrambi uccisi dal regime — rappresentavano la possibilità concreta di un antifascismo di destra, capace di combattere Mussolini in nome dei valori che il fascismo stava distruggendo: lo stato di diritto, la libertà individuale, l’autorità istituzionale contro il potere arbitrario. Era un antifascismo che attaccava il fascismo proprio sul terreno in cui era più vulnerabile: la sua natura di sistema che negava quei principi liberali che la borghesia italiana dichiarava di voler difendere. Gobetti in particolare aveva capito prima di chiunque altro che il fascismo non era una parentesi, ma l’“autobiografia della nazione”: il prodotto di una tradizione politica italiana incapace di reggere la libertà come responsabilità. Era una critica che poteva venire solo da un liberale, perché solo un liberale poteva formularla in quei termini senza essere liquidato come agitatore bolscevico.
Quella possibilità fu distrutta da un calcolo di classe. La borghesia italiana e i grandi capitalisti, spaventati dalla minaccia bolscevica e dai due anni rossi del 1919-1920, scelsero di appoggiarsi a Mussolini come argine. La morte di Gobetti e Amendola — il primo pestato a morte dalle squadracce nel 1926 a venticinque anni, il secondo ucciso dalle stesse violenze nello stesso anno — fu considerata un male minore rispetto al rischio di una rivoluzione comunista che non sarebbe mai avvenuta. Quel calcolo si rivelò catastrofico: non solo per le vittime immediate, ma per tutta l’Europa. La destra liberale italiana, per paura della sinistra, consegnò il paese a qualcosa di incomparabilmente peggiore.
La stessa logica rischia di ripetersi oggi. La risoluzione del Parlamento Europeo del 19 settembre 2019 — approvata con 535 voti a favore, 66 contrari e 52 astenuti — ha equiparato sul piano della memoria storica i crimini nazisti e comunisti, presentando persino il patto Molotov-Ribbentrop come una delle cause principali della Seconda Guerra Mondiale: una forzatura che la storiografia ha unanimemente respinto, dal momento che la causa della guerra fu inequivocabilmente l’espansionismo nazista, come accertato dal Tribunale di Norimberga. Quella risoluzione non è un atto vincolante, ma è un atto politico-culturale che legittima esattamente la falsa equivalenza che questo articolo smonta. Il fatto che sia passata con una maggioranza trasversale — inclusi molti partiti di centrosinistra — dice quanto sia profonda la difficoltà dell’occidente di mantenere una distinzione storica e logica che è invece essenziale per difendere la democrazia liberale dalle sue minacce reali.
Un doppio errore logico
Tornando a Vannacci, ai suoi camerati e ai giornali di Angelucci: la falsa equivalenza che costruiscono è un doppio errore logico. Primo errore: confrontano i risultati di ideologie diverse senza considerare le condizioni di applicazione. Secondo errore: usano i crimini del comunismo reale — che è Marx tradito e trapiantato fuori contesto — per riabilitare il fascismo, che è invece un’ideologia applicata fedelmente e coerentemente fino alle sue estreme conseguenze.
Il criterio per giudicare un’ideologia non è solo “cosa ha prodotto”, ma “cosa ha prodotto quando applicata correttamente e nel contesto giusto”. Applicato questo criterio, il quadro cambia radicalmente. Il marxismo, nelle condizioni che Marx aveva teorizzato, non ha prodotto il Gulag: ha prodotto la Svezia. Il nazifascismo, applicato fedelmente, ha prodotto Auschwitz. Non è un paragone: è una distinzione.
Chi usa i morti del Gulag per sdoganare il fascismo non sta facendo storia. Sta usando numeri veri per costruire una menzogna logica. Ed è una menzogna che utilizza esattamente lo stesso modello retorico e comunicativo di Mussolini e Hitler, e che Orbán ha riscoperto e aggiornato per i tempi dei social network: individuare un nemico — gli ebrei ieri, i rom e i migranti oggi, i comunisti, i ProPal, gli ambientalisti, le élite cosmopolite — instillare nella popolazione una paura viscerale nei loro confronti, alimentare un senso di odio e minaccia esistenziale verso questo nemico in larga parte fittizio, ed infine erigersi a fiero paladino, unico argine possibile contro di esso. Il meccanismo funziona perché aggira il ragionamento e colpisce direttamente le emozioni primarie. Vannacci, Angelucci e i loro alleati europei non stanno innovando: stanno riesumando., nel dibattito pubblico italiano e occidentale di oggi, non può passare senza risposta.
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