Memoria e Futuro
A bimbo morto
C’è un neonato che, dalla settimana prossima, potrebbe nascere già con un conto in banca. Lo apre lo Stato: pochi euro versati alla nascita, gestione Inps, vigilanza Covip, e poi sessant’anni di tempo perché il capitale cresca da solo, sul modello della Frühstartrente tedesca approvata a Berlino il 12 agosto. La ministra Calderone lo chiama “pilastro aggiuntivo di previdenza”, un investimento sul futuro di chi oggi non vota e non lavora ma un giorno, si spera, andrà in pensione con qualcosa in più. È un’architettura elegante: pochi soldi, una scintilla, e il tempo che fa il resto.
C’è poi una bambina di quattro anni, morta a Palermo, nel quartiere Zen, di difterite: una malattia che l’Italia aveva imparato a dimenticare, debellata da un vaccino obbligatorio per legge da decenni. I genitori, indagati ora per omicidio colposo, non l’avevano vaccinata: temevano l’autismo, per una credenza che circola nel quartiere (e non solo) come un rumore di fondo. Ma non è solo una storia di ignoranza privata. È emerso che a scuola, per anni, è bastato esibire la prenotazione del vaccino, mai onorata, per aggirare l’obbligo. La copertura in Sicilia contro la difterite è all’85 per cento, contro il 95 richiesto dall’Organizzazione mondiale della sanità. Un margine di scarto all’interno del quale può morire una bambina.
Sono due modi diversi con cui lo Stato guarda ai più piccoli. Nel primo caso sa essere meticoloso, almeno in prospettiva: individua le coperture finanziarie senza sottrarle ad altro, disegna la governance, guarda a sessant’anni di distanza con la pazienza di un notaio. Nel secondo, lascia che un pezzo di carta — una prenotazione mai trasformata in appuntamento — faccia da scudo burocratico tra un bambino non vaccinato e un’aula piena di altri bambini, per anni, finché qualcuno non muore.
L’obbligo vaccinale contro la difterite esiste in Italia dal 6 giugno 1939, decreto numero 891, firmato in pieno regime. Ma per quindici anni rimase lettera morta: la norma c’era, i controlli no, e i bambini continuarono a morire come prima. La malattia si fermò non quando la legge fu scritta, ma quando qualcuno cominciò davvero ad applicarla. Ottantasette anni dopo, a Palermo, la stessa distanza si riapre tra ciò che la legge prescrive e ciò che nessuno verifica: un pezzo di carta basta ancora, oggi come allora, a tenere fuori lo Stato dalla stanza in cui si decide se un bambino vive o muore.
Non è cinismo notare che è più facile promettere una pensione nel 2086 che garantire un vaccino nel 2026. Il futuro remoto non chiede nulla subito: non serve personale, non serve un controllo capillare nelle scuole di periferia, non serve nemmeno crederci davvero, basta annunciarlo. Il presente, invece, pretende di essere gestito ogni giorno, in ogni classe, in ogni quartiere Zen d’Italia. Ed è lì, nel breve termine, che lo Stato sceglie sistematicamente di guardare altrove.
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