Memoria e Futuro
Mancano le basi
Il 10 settembre, in Sala Grande a Venezia, il documentario Naza, dei registi premio Oscar Yuval Abraham e Rachel Szor, riceve la più lunga ovazione nella storia della Mostra (dicono le cronache, anch’esse plaudenti), quasi venticinque minuti di applausi, e il Premio Speciale della Giuria. Due giorni prima, su Netflix, era arrivata la quinta stagione di Fauda. Stessa industria, stesso paese, quarantotto ore di distanza: eppure i due prodotti vivono sotto etichette opposte, decise ancora prima di essere visti. Fauda, fin dal 2018, viene descritta dai suoi antipatizzanti come propaganda antiaraba che glorifica i crimini di guerra dell’esercito israeliano; i suoi creatori, Lior Raz e Avi Issacharoff, hanno sempre ammesso di non poter essere imparziali, essendo ebrei, israeliani e sionisti, e la serie continua ad essere prodotta perché ogni anno è tra le migliori nelle classifiche internazionali. La quinta stagione, rinviata dopo il 7 ottobre, ha perfino abbandonato il taglio di pura azione per interrogarsi sul peso della vendetta e della rappresaglia: ma niente da fare, l’accusa che la accompagna dal 2018 non cambia di una virgola.
Naza, girato di notte sui tetti di Tel Aviv da due cineasti israeliani che hanno convinto ventiquattro tra soldati e ufficiali dell’intelligence a raccontare come si calcolano le vittime civili accettabili in un bombardamento, viene bollato invece dal ministro della cultura Miki Zohar come opera di “traditori in tempo di guerra”, mentre il capo dell’esercito Eyal Zamir parla apertamente di “accusa del sangue”. Entrambi ammettono di aver visto solo il trailer. Come molti dei commentatori, anche italiani, che criticano senza aver visto un solo fotogramma.
Non interessa qui stabilire quale dei due racconti sia più fedele ai fatti, ammesso che la domanda abbia senso in questi termini. Interessa il meccanismo: l’etichetta di propaganda si applica e si toglie a seconda di chi la pronuncia, quasi mai in base a un esame di quello che viene effettivamente mostrato. Vince chi arriva prima con la parola giusta, non chi ha guardato con più attenzione.
Il meccanismo non riguarda solo ciò che drammaticamente accade in Medio Oriente. In Italia la stessa parola circola ogni settimana tra maggioranza e opposizione con identica disinvoltura e identico effetto di chiusura del discorso. Ad agosto i deputati del Pd Antonio Misiani e Alessandro Zan accusavano il governo di rincorrere polemiche mediatiche — il caso Vannacci, la vicenda di Ceuta — invece di occuparsi del caro carburanti; per Zan, mentre l’esecutivo “insegue la propaganda”, gli italiani inseguono “prezzi sempre più alti”. Stesse parole accompagnano l’approvazione della nuova legge elettorale al Senato. La stessa accusa, parola per parola, torna regolarmente in senso contrario dai banchi della maggioranza ogni volta che tocca all’opposizione: nessuna delle due parti, però, specifica mai che cosa distinguerebbe la propria comunicazione da quella che condanna nell’altro.
Non volendo paragonare la gravità delle due vicende c’è da sottolineare però un aspetto comune. In mezzo a questo rincorrersi di parole tutte uguali si moltiplicano individui isolati, esposti a un flusso costante di narrazioni radicalizzanti provenienti da entrambi i poli, senza più il filtro che un tempo garantivano organizzazioni strutturate: il risultato, più che chiarire i fatti, finisce per approfondire la frattura.
Quello che manca, tenendo insieme casi così diversi, non è l’onestà intellettuale né la capacità di controllare i fatti: il controllo dei fatti, da anni, ha smesso di essere decisivo nel dibattito pubblico, perché conta più la fiducia riposta in chi parla che l’esattezza di quel che dice. Manca piuttosto un fondo comune di criteri — che cosa sia una prova, che cosa una sproporzione, che cosa un argomento invece di un insulto — condiviso da chi si espone al pubblico, faccia politica, comunicazione, cinema o giornalismo. Senza quel fondo si è esposti due volte: alla propaganda della propria parte, accolta senza il sospetto riservato a quella altrui, e alla tentazione, uguale e contraria, di archiviare come propaganda tutto ciò che risulta scomodo, senza mai verificare se l’etichetta regga davvero.
Zohar e Zamir hanno condannato Naza dopo aver visto solo il trailer. L’opposizione in Italia si scambia da mesi la stessa parola “propaganda” con la maggioranza senza che nessuno specifichi mai cosa ne costituirebbe il contrario. La propaganda, in fondo, è sempre esistita. Quello che sembra scomparso è l’alfabeto necessario per riconoscerla, misurarla, e magari smontarla — con qualcosa di diverso dall’accusa identica e speculare.
Il meccanismo ha un nome nella letteratura sulla polarizzazione, falsa polarizzazione, studiata tra gli altri dallo psicologo di Stanford Jamil Zaki. Le persone tendono a immaginare chi sta dall’altra parte più estremo, più violento, più ostile di quanto sia nella realtà; quando vengono messe di fronte ai dati veri sulle opinioni degli avversari, quella distanza percepita si riduce, e con essa riemergono i punti in comune che c’erano da sempre. Il problema è che l’uso costante del registro propaganda-contro-propaganda lavora nella direzione opposta. Più lo si usa, più diventa costoso, dentro il proprio schieramento, ammettere che l’altro abbia in parte ragione o che esista un problema condiviso: riconoscere un punto in comune smette di essere gestione ordinaria del disaccordo e comincia ad assomigliare a un cedimento.
Così il carburante troppo caro per tutti diventa, a seconda di chi parla, la prova che il governo sta fallendo oppure la prova che l’opposizione sfrutta la sofferenza della gente per fare propaganda; raramente, semplicemente, un problema che riguarda chiunque riempia un serbatoio. Così gli stessi registi di Fauda, che da anni ripetono di volere soltanto far parlare tra loro israeliani e palestinesi, restano scavalcati dal dibattito sulla loro serie, che si combatte esclusivamente sull’etichetta da appiccicarle.
Il collegamento con la mancanza di basi comuni è più diretto di quanto sembri. Più si usa il registro dell’accusa reciproca, meno spazio resta per nominare ciò che tiene insieme una comunità, un gruppo, una società — non perché quel legame sia sparito, ma perché nominarlo, in un discorso pubblico organizzato per squadre, è diventato un rischio che quasi nessuno, tra chi si espone pubblicamente, è più disposto a correre. Il nemico, a quel punto, non descrive più una minaccia reale: serve soltanto a tenere in piedi lo schieramento, e va protetto, per questo, dalla scoperta di non essere poi così diverso da noi.
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