Cosa vi siete persi

Gli eroi dell’altro 9/11

di Marco Di Salvo 11 Settembre 2026

Per una di quelle casualità della rotazione dei titoli sulle piattaforme streaming, mi è capitato sotto gli occhi Heroes. Pensavo fosse soltanto un tuffo nel passato, un’era che rivista oggi era solo l’antipasto delle crisi che si sono di seguito verificate. Invece, a vent’anni di distanza, la serie di Tim Kring mi è sembrata raccontare qualcosa di molto più vicino a noi. Rivederla oggi significa fare un piccolo viaggio nel tempo, ma anche scoprirne le doti “predittive”.

Lo show-evento arrivò sulla NBC nel settembre 2006, cinque anni dopo l’attacco alle Torri Gemelle. A prima vista era una storia di superpoteri; riguardata vent’anni dopo, appare anche come una delle forme con cui la televisione americana cercava di dare un senso a un’epoca segnata dalla paura e dalla vulnerabilità.

La serie non racconta direttamente l’11 settembre. Trasforma invece quell’angoscia in una storia nella quale una catastrofe può essere prevista e, soprattutto, evitata. La prima stagione mette infatti New York al centro di una possibile distruzione nucleare: la città simbolo della vulnerabilità americana può essere salvata, questa volta.

E gli eroi non sono necessariamente Presidenti, generali o agenti segreti. Sono persone provenienti da mondi diversi: la cheerleader Claire Bennet, il poliziotto Matt Parkman, l’infermiere di hospice Peter Petrelli, il genetista Mohinder Suresh, il pittore Isaac Mendez, il candidato al Congresso Nathan Petrelli e Hiro Nakamura, impiegato della Yamagato Industries in Giappone.

È proprio questa varietà a rendere Heroes ancora interessante. Non siamo davanti a una squadra già formata: sono individui che conducono esistenze separate e scoprono gradualmente di essere coinvolti nella stessa storia.

E qui entra in gioco il fumetto. Heroes ne è letteralmente impregnato: non soltanto nella struttura narrativa, nei continui cliffhanger e nella scoperta progressiva dei poteri, ma nella sua stessa estetica. La serie inventa persino un fumetto interno, 9th Wonders!, attraverso il quale Hiro scopre parte del proprio destino. I disegni e le tavole diventano inoltre strumenti narrativi veri e propri, anticipando eventi che lo spettatore deve ancora vedere.

Non è un caso che tra i produttori ci fosse Jeph Loeb, veterano del fumetto americano e storico collaboratore di Tim Sale, uno dei grandi disegnatori con cui aveva realizzato, tra gli altri, Batman: The Long Halloween e Daredevil: Yellow. Fu proprio Loeb a suggerire Sale a Tim Kring quando la produzione cercava un artista capace di dare un volto credibile alle opere del pittore Isaac Mendez.

Così quei quadri profetici che nella serie appartengono a Mendez sono in realtà opera di Sale. Il suo tratto non è un semplice ornamento: diventa una delle firme visive di Heroes, fino alla tipografia dei titoli e delle didascalie, basata sulla sua stessa calligrafia. È uno di quei casi in cui il confine tra televisione e fumetto non viene semplicemente attraversato: viene cancellato.

Tornando ai protagonisti, Hiro è forse il caso più emblematico. Giapponese, lontano geograficamente e culturalmente dagli Stati Uniti, diventa uno dei personaggi decisivi per la salvezza di New York. La serie immagina così un mondo nel quale la distanza non impedisce necessariamente la collaborazione e nel quale l’eroismo può arrivare dai luoghi più inattesi.

Il motto della prima stagione — “Save the cheerleader, save the world” — condensa questa idea. Il destino del pianeta dipende dalla salvezza di una ragazza apparentemente qualunque. L’eroismo non è una condizione: è una scelta.

Ma Heroes contiene anche una critica politica molto meno velata di quanto possa sembrare. Il passaggio decisivo è “Five Years Gone”, episodio nel quale Hiro e Ando arrivano in un futuro in cui l’esplosione di New York è già avvenuta. La risposta dello Stato alla catastrofe è diventata parte dell’incubo: il governo ha trasformato gli esseri dotati di poteri in una categoria da controllare. Vengono limitati nei movimenti, sorvegliati e perseguitati. È una rappresentazione allegorica della società americana dopo l’11 settembre e della trasformazione della paura in strumento di sicurezza e controllo. La critica non riguarda semplicemente un governo cattivo. Riguarda la logica dell’emergenza: davanti a una minaccia reale, quanto potere siamo disposti a consegnare allo Stato in cambio della sicurezza? Heroes porta questa logica all’estremo: per impedire il prossimo disastro, lo Stato finisce per trattare un’intera categoria di persone come una minaccia potenziale.

C’è poi un aspetto che oggi colpisce particolarmente: la scrittura. La prima stagione appartiene ancora alla televisione seriale costruita per la visione settimanale. Ogni episodio deve tenere insieme numerosi protagonisti e lasciare abbastanza domande aperte da convincere lo spettatore a tornare la settimana successiva. Rispetto a molte serie contemporanee pensate per lo streaming, il ritmo è quindi più serrato e la quantità di trama per episodio maggiore. È una televisione che non teme di essere esplicita, di ricapitolare o di chiudere un episodio con un cliffhanger. Può sembrare ingenua oggi, ma è anche il segno di un modello produttivo diverso: Heroes non nasce per essere divorata in un weekend, ma per essere seguita e discussa per mesi.

E poi c’è il presente. Rivedere Heroes oggi sulle piattaforme dovrebbe essere semplicissimo. E invece la gestione delle lingue può diventare un ostacolo. Spettatori italiani hanno segnalato che in alcuni episodi i dialoghi giapponesi di Hiro e Ando non vengono tradotti nei sottotitoli italiani, mentre selezionando quelli inglesi la traduzione può comparire. Non è un dettaglio insignificante. Quando Hiro parla giapponese, la lingua è parte del personaggio e della storia. Lasciare quelle battute senza traduzione significa perdere informazioni narrative. La beffa è quasi perfetta: una serie che racconta persone provenienti da mondi diversi e la necessità di capirsi rischia, vent’anni dopo, di diventare difficile da seguire perché manca la traduzione.

Hiro attraversa spazio e tempo per salvare New York. Lo spettatore italiano deve semplicemente sperare che qualcuno abbia caricato il sottotitolo giusto sulle piattaforme “alternative” a quelle ufficiali per potersi godere per bene la serie .

Ed è forse questo il modo più interessante di guardare oggi Heroes: non come una serie perfetta, ma come una capsula del tempo. Gli effetti speciali mostrano inevitabilmente la loro età, alcune soluzioni narrative sono ingenue e, dopo una prima stagione notevole, la serie perderà progressivamente compattezza.

Ma quella prima stagione conserva una forza particolare. Dentro i superpoteri ci sono la paura, il bisogno di trovare eroi nelle persone comuni e il sospetto che, nel tentativo di proteggerci da una nuova catastrofe, possiamo finire per costruire un mondo dal quale avremmo voluto essere protetti.

Vent’anni dopo, il problema non è più soltanto salvare il mondo. È capire chi decide come salvarlo. E, nel caso della visione su Netflix, capire cosa dice Hiro.

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