Memoria e Futuro

Il consiglio sui ministri

di Marco Di Salvo 15 Settembre 2026

Il 13 settembre, chiudendo la Festa nazionale dell’Unità a Reggio Emilia, Elly Schlein ha provato a mettere la parola fine alla contesa più stucchevole del centrosinistra: prima il programma, ha detto, poi si deciderà se sarà un accordo sul nome o le primarie, senza paura del voto. Quarantott’ore dopo, oggi, il Senato vota in via definitiva la nuova legge elettorale che imporrà a ogni coalizione di scrivere quel nome sul contrassegno: la segretaria del Pd ha scelto, nelle stesse ore in cui la politica la costringe a decidere, di far finta che la scelta non sia urgente.

Il problema è che il programma evocato da Schlein resta, per ora, un elenco di titoli: sanità, scuola, lavoro, e i diritti da difendere dalla deriva oscurantista, più la proposta di attuare la Costituzione antifascista come se bastasse applicarla per avere un programma di governo. Anche quando rifiuta di ridursi a un elenco di misure spot, chiedendo invece un’idea di società che tenga insieme presente e futuro, il rischio è lo stesso: rimandare ancora il momento dei dettagli. L’unica eccezione concreta, ripetuta ormai da settimane e rilanciata proprio nei giorni della Festa, è la tassa sugli extraprofitti delle società energetiche: lì il centrosinistra ha trovato, quasi per caso, il primo vero terreno di scontro interno alla maggioranza. Salvini le dà ragione, Tajani liquida l’idea come una parolaccia che sa di pianificazione sovietica, Meloni tace per non scontentare nessuno dei due vicepremier. Una destra che, come ama ripetere Schlein, è dura con i deboli e debole con i forti.

È un buon punto di partenza, ma un solo cuneo non fa un programma, e non risolve il nodo di fondo. Il nome sul contrassegno, quello per cui Pd e Movimento 5 Stelle continuano a misurarsi nei sondaggi, non vincola nulla al di là del contrassegno stesso: la Costituzione, all’articolo 92, continua ad affidare, anche dopo la riforma elettorale eventuale, al presidente della Repubblica il compito di nominare il presidente del Consiglio e i ministri dopo aver consultato le forze politiche in base ai numeri usciti dalle urne, non dopo aver letto un’etichetta scritta mesi prima. Il nome serve, ma fino a un certo punto: è un segnale per gli elettori, non un atto giuridico. Continuare a litigare su quel segnale, quando il vero campo di gioco resta un altro, è uno spreco di tempo e di intelligenza.

Se il campo di gioco vero sono proprio sanità, scuola e lavoro, i tre titoli che Schlein ha messo in fila senza riempirli, sarebbe il caso di fare altro. Trasformarli in nomi di persone, uno alla volta, da qui alle elezioni, costerebbe alla coalizione lo stesso capitale politico che oggi si consuma discutendo di primarie, e renderebbe molto più difficile per la destra difendersi, visti i risultati degli attuali responsabili dei dicasteri. Non un programma astratto, ma un ministro della Salute alternativo da mettere subito a confronto con le liste d’attesa che il governo non ha ridotto; un ministro dell’Istruzione da opporre a chi in questi mesi ha preferito sequestrare manifesti nelle scuole piuttosto che discuterne il contenuto; un ministro del Lavoro capace di rispondere, cifre alla mano, a una riduzione del cuneo fiscale che non ha spostato i salari. Ogni nome pubblicato sarebbe una notizia autonoma, un confronto diretto con chi oggi occupa quella poltrona, non un ennesimo capitolo della contesa Schlein-Conte.

Sarebbe anche un modo elegante per distribuire lo spazio tra gli alleati senza fare a gara su chi guida la coalizione: alla fine non conta chi mette la faccia sul contrassegno, ma chi la coalizione riesce a mettere sulle singole caselle di un governo credibile. Il gatto, prima o poi, andrà tirato fuori dal sacco. Meglio farlo con calma, un ministero alla volta, che tenerlo chiuso fino al giorno del voto, per poi scoprire che dentro non c’è nessuno.

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