Memoria e Futuro
Cordoglio a porter
Nel settembre del 1997 Christopher Hitchens scrisse il pezzo più feroce mai dedicato al lutto di una nazione. L’occasione era la morte di Diana Spencer, ma il bersaglio erano gli inglesi in fila davanti a Kensington Palace a piangere una donna che non avevano mai incontrato. Hitchens non credeva a una sola lacrima di quel fiume di lacrime: vedeva giornalisti che tiravano fuori dal cassetto frasi tenute pronte per l’occasione, e una folla che si scopriva improvvisamente più affezionata alla principessa di quanto lo fosse mai stata in vita. Gli inglesi coniarono anche un nome clinico per la cosa, mourning sickness, il lutto come malattia stagionale, ricreativa, contagiosa: si manifesta ogni volta che muore qualcuno abbastanza famoso, a prescindere da chi sia stato davvero.
Sono passati trent’anni e il fenomeno non solo non è sparito, si è organizzato in filiera. L’ufficio stampa di ogni partito ha un modello di cordoglio pronto all’uso, taglia unica, buono per il poeta e per il calciatore, per l’anarchico e per il cardinale: si cambia il nome nel campo apposito e si preme invio. Le parole sono sempre le stesse — il vuoto incolmabile, l’eredità che resta, l’esempio per le nuove generazioni — perché non devono descrivere chi è morto, devono solo certificare che chi scrive è stato toccato dalla notizia, o vuole sembrarlo. Il giornalismo, va detto, la sua onestà brutale ce l’ha: chiama da sempre “coccodrillo” il necrologio scritto in anticipo, ed è difficile trovare un’immagine più esatta per un dolore preconfezionato.
Nel 1973 Marco Pannella lo aveva già visto arrivare, scrivendo nella prefazione a ‘Underground a pugno chiuso’ di essere stanco di una sinistra ‘grande solo nei funerali’, capace di mobilitarsi solo per commemorare. Cinquant’anni dopo la diagnosi si è allargata a tutto il paese: non è più la sinistra, è l’Italia intera a essere grande solo nei necrologi, seria solo quando non c’è più nulla da fare che ricordare.
Sui social la stessa sartoria si è solo fatta artigianale, non meno seriale. Ognuno apre l’armadio della propria bacheca e sceglie il capo più adatto a vestire il lutto altrui: una canzone, una foto, tre righe su cosa quella persona “ha significato per me”, spesso senza che quella persona abbia mai saputo di esistere. Non è insincerità, è qualcosa di più freddo: è l’uso del morto come stoffa, tagliata su misura non del defunto ma di chi la indossa. Il profilo diventa necrologio mobile, sempre disponibile, buono per ogni taglia di dolore presunto.
Hitchens si chiedeva se qualcuno, in mezzo a Kensington Palace, piangesse davvero Diana o piangesse se stesso. Trent’anni dopo la domanda è diventata inutile: non c’è più bisogno di scegliere, il lutto a porter permette di fare entrambe le cose insieme, e con meno sforzo.
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