Memoria e Futuro

No Future

di Marco Di Salvo 17 Settembre 2026

Il 22 dicembre 1999, otto giorni prima che il calendario voltasse pagina su un secolo intero e a meno di un mese dalla fine del suo mandato presidenziale, Bill Clinton riceveva Charlie Rose nello Studio Ovale per uno speciale della Cbs dedicato al millennio in arrivo. Alla domanda su cosa pensasse del futuro, il presidente rispose descrivendolo, quasi lo vedesse già davanti a sé. Uno dei compiti del presidente, disse, è pensare sempre a cosa succederà tra dieci, venti, trent’anni. Aveva in mente piattaforme spaziali permanenti, treni più veloci, una nuova scienza dell’alimentazione. Sbagliò quasi tutto, come capita a chi prova a indovinare il domani. Ma la premessa — che un capo di governo dovesse avere in testa un orizzonte di trent’anni — non sembrava nemmeno bisognosa di essere argomentata. Era semplicemente il mestiere del politico.

Ieri, ventisette anni dopo, il governo italiano ha approvato la sedicesima proroga del taglio delle accise sul gasolio dal 19 marzo di quest’anno. Non un rinnovo qualunque, ma uno sconto che si riduce mentre viene prorogato, come una dose di farmaco spalmata in tagli sempre più sottili, un metadone per chi deve uscire dall’astinenza. Dai 17 centesimi in vigore fino a ieri sera si passa a 12,2 dal 18 al 25 settembre, poi a 6,1 fino al 5 ottobre, quando — ha spiegato la presidente del Consiglio con la disinvoltura di chi legge un orario ferroviario — non si arriva a zero solo perché interviene il meccanismo delle accise mobili. La fine, insomma, è già scritta, solo scaglionata in un calendario che somiglia più a una posologia che a una politica energetica. Sedici decreti in sei mesi, alcuni validi una settimana, uno perfino due giorni, per una spesa che ha superato i due miliardi di euro. Nessuno, in tutto questo tempo, ha trovato lo spazio per una misura strutturale. Quella selettiva per fasce di reddito, annunciata da mesi, è slittata di proroga in proroga fino a scomparire dall’agenda. Di domani non v’è certezza, avrebbe detto un poeta d’altro tempi.

Lo stesso pomeriggio, lo stesso Consiglio dei ministri ha varato quella che Giorgia Meloni ha definito l’abolizione “in modo strutturale” del bollo auto per le vetture di piccola e media potenza e per tutti i motocicli, oltre il 70 per cento del parco circolante, quattordici milioni e mezzo di veicoli. Peccato che il decreto valga per un anno solo, il 2027, e che l’articolo sulle coperture finanziarie sia rimasto, testualmente, in bianco. Un’abolizione strutturale che dura dodici mesi è una contraddizione che nemmeno un ufficio stampa riesce a sciogliere, tant’è che le agenzie di stampa, nel riportare la notizia, hanno dovuto precisare che non sarà strutturale ma varrà solo per il 2027. Il 2027, per pura combinazione, è anche l’anno delle prossime elezioni politiche. Il regalo scade esattamente quando scade la legislatura.

Il fenomeno supera ampiamente i confini italiani. Lo storico francese François Hartog lo ha chiamato presentismo, il passaggio da un regime storico orientato verso un futuro da costruire a uno in cui tutto si misura sulla durata del presente, mentre il futuro torna a esistere solo come minaccia da rinviare, mai più come progetto da annunciare. Il politologo londinese Jonathan White ha ricostruito come la democrazia moderna sia nata proprio come dispositivo orientato in avanti, capace di promettere che i problemi di oggi si sarebbero risolti nelle elezioni di domani. Quello che sta cambiando è che nessuno sembra più credere davvero in quel domani. Lo si tratta ormai come un rischio da contenere, raramente come un luogo verso cui muoversi.

In manovra, in questi stessi giorni, si consuma un altro pezzo dello stesso copione. Dal 2027 l’età pensionabile dovrebbe salire automaticamente a 67 anni e un mese, seguendo un meccanismo legato all’aspettativa di vita che almeno aveva il pregio di guardare a dati demografici reali, misurati in decenni. La Lega vuole congelarlo e sostituirlo con un’uscita fissa a 64 anni. Anche qui il criterio che guardava lontano viene sacrificato a un calcolo che guarda soltanto alla prossima campagna elettorale.

Nel 1977 i Sex Pistols intitolarono in origine “No Future” quello che sarebbe poi diventato “God Save the Queen”, trasformandone il ritornello in un’ossessione: no future, no future for you. Lo cantavano come una provocazione punk, contro una monarchia e un paese che sembravano non avere niente da offrire ai loro ventenni. Oggi non serve nessuna provocazione, basta leggere un decreto legge. La differenza è che quel “no future” nasceva dalla rabbia di chi si sentiva escluso dal futuro. Il nostro nasce dall’indifferenza di chi lo amministra, che il futuro non lo nega più, lo ha soltanto smesso di calcolare. Bill Clinton, nel dicembre del 1999, sbagliò quasi tutte le sue previsioni sul ventunesimo secolo. Ma almeno un orizzonte di trent’anni provava a immaginarlo. Al governo italiano, oggi, basterebbe riuscire a garantire cosa succederà dopo il 5 ottobre.

A Giorgia Meloni, del resto, si addice più di ogni altra canzone “La vita è adesso” di Claudio Baglioni (lo scrisse tempo fa un autorevole quotidiano indipendente come Libero): un inno a cogliere l’attimo, a godere pienamente del presente senza rimandare a domani le proprie azioni. Peccato che il “presente” di cui parla Baglioni sia fatto di pomeriggi freschi, campane e cieli smarginati di speranza, mentre quello del governo sembra piuttosto un eterno rinvio: sedici proroghe in sei mesi, un’abolizione del bollo che durerà un anno solo, e la promessa di una misura strutturale che slitta di decreto in decreto fino a sparire dall’agenda. La vita è adesso, certo. Ma il futuro, a quanto pare, non è mai.

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