VLD

Memoria e Futuro

Esposti a tutto, pronti a niente

di Marco Di Salvo 18 Settembre 2026

Se si volesse fare brillanti a tutti i costi e cavarsela con una battuta, si potrebbe dire che l’Europa fa acqua da tutte le parti. Ma non c’è bisogno di esagerare: basta guardare cosa è successo in due dei suoi luoghi più simbolici per capire che il clima sta mettendo in crisi sia ciò che costruiamo oggi sia ciò che abbiamo ereditato dal passato.

Il 9 settembre, a Barcellona, un nubifragio con grandine ha trasformato la tribuna stampa del nuovo Camp Nou in una cascata, proprio durante l’esordio di Champions League contro il Feyenoord. Il Barça vinceva 5-1, mentre i giornalisti cercavano di mettere in salvo computer e microfoni sotto gli ombrelli. Otto giorni dopo, a Firenze, un temporale ha scaricato più di quarantacinque millimetri di pioggia in un’ora, e l’acqua è filtrata dal lucernario della sala degli Uffizi che ospita il Bacco di Caravaggio, arrivando a schizzare il vetro della teca. Le opere sono salve, il quadro pure. In entrambi i casi la pioggia si concentra in poco tempo, il tetto non regge e per qualche ora si teme il peggio.

Il Camp Nou alla fine costerà un miliardo e mezzo di euro, il doppio del preventivo iniziale, e non sarà finito prima del 2027. È il cantiere più moderno del calcio europeo, o almeno dovrebbe esserlo. Non era nemmeno la prima volta che cedeva alla pioggia: era già successo a inizio anno, contro l’Oviedo. Gli Uffizi hanno più di quattrocentocinquant’anni e un lucernario che non è mai stato pensato per precipitazioni così concentrate. Che un edificio del Cinquecento fatichi a reggere un evento che il Cinquecento non poteva immaginare è quasi ovvio; resta da spiegare come una struttura concepita e finanziata nel 2026, con tecnologie e ingegneri di oggi, possa comportarsi come un capannone di periferia alla prima grandinata.

La risposta, per quanto scomoda, è che l’Europa continua a progettare le sue infrastrutture con criteri che non tengono conto del clima reale. Gli Eurocodici, le norme tecniche che regolano calcoli e dimensionamenti, sono tuttora in revisione per includere il cambiamento climatico. Un ponte degli anni Sessanta mai ispezionato è un problema di manutenzione arretrata; il Camp Nou è un problema diverso e più recente: riguarda un progetto disegnato oggi, con calcoli basati su piogge che il clima ha già superato.

Secondo le analisi più aggiornate, il danno annuo alle infrastrutture italiane — che nella media storica valeva circa quattrocentoventi milioni di euro — è atteso salire a due miliardi entro il 2030 e a cinque entro il 2050, con perdite macroeconomiche fino a diciotto miliardi l’anno anche nello scenario più favorevole. Gli eventi di pioggia estrema sono già aumentati del trenta per cento negli ultimi trent’anni, e oltre un terzo delle infrastrutture pubbliche ha superato i cinquant’anni senza interventi significativi, rendendo il quadro italiano ancora più fragile di quello spagnolo, dove almeno si sta costruendo qualcosa di nuovo.

Ogni euro investito in adattamento ne risparmierebbe cinque o sei in danni evitati. Eppure l’Italia si è dotata di un piano nazionale di adattamento solo nel 2023, e quel piano ha ricevuto fondi per appena cinque delle trecentosessantuno misure previste. Il PNRR, che avrebbe dovuto essere l’occasione per cambiare rotta, ha destinato al dissesto idrogeologico poco più dell’un per cento delle risorse totali. Anche quei fondi procedono a rilento: i pagamenti restano fermi per la frammentazione delle competenze e la scarsa qualità progettuale. Nel frattempo, nei primi tre mesi del 2026 lo Stato ha già speso più di quanto previsto per l’intero anno solo per far fronte alle emergenze del ciclone Harry e alle frane di Niscemi e del Molise.

Si può discutere a lungo di governance, scenari e strategie, ma la sintesi è evidente: continuiamo a progettare per il tempo che c’era, mentre quello che c’è adesso ci entra dal tetto.

E non riguarda solo stadi e musei. I settori più esposti sono trasporti ed energia: le alluvioni dell’Emilia-Romagna nel 2023 bloccarono per giorni le linee ferroviarie verso la costa; le ondate di calore del 2022 deformarono binari e mandarono in tilt la rete elettrica. Sono segnali precoci di ciò che ci aspetta.

Un ponte, una diga o una scuola progettati sul clima di trent’anni fa nascondono lo stesso errore del Camp Nou, e di solito lo si scopre quando è già successo qualcosa. Tra il guasto e la prevenzione, l’Italia continua a scegliere una terza via: aspettare la prossima bomba d’acqua per stupirsi di nuovo che sia successo.

Il Bacco di Caravaggio, almeno lui, se l’è cavata solo con qualche schizzo sul vetro. Ma fino a quando?

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.