Memoria e Futuro
Il tarlo del programma
Da mesi, a ogni appuntamento del campo largo (sciolto o a pacchetto), la prima domanda è sempre la stessa. Il programma. Ce l’hanno? Non ce l’hanno? Quando lo scrivono? A ogni conferenza stampa i giornalisti ci provano, e i leader svincolano. Giuseppe Conte ha proposto di sciogliere ogni nodo — Ucraina, riarmo, Tav, sanità — chiamando gli elettori ai gazebo delle primarie: vinca chi vince, la linea la decide il vincitore. Elly Schlein lo gela per interposta televisione: «Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie». Matteo Renzi, a Cernobbio, davanti al sondaggio tra gli industriali presenti che boccia l’opposizione all’83%, risponde con l’arma che gli è più congeniale, la battuta da bar: «Il sondaggio più forte lo fai al supermercato, lo fai dal benzinaio». E anche sotto il palco di Reggio Emilia la segretaria dem ripete il mantra con cui il campo largo ha attraversato l’estate: prima il programma, poi gli alleati. Poi la leadership. Poi, forse, un candidato.
Il paradosso è che fanno bene a preoccuparsi di quel documento. Perché il programma di coalizione è stato, per il centrosinistra che ha vinto, la trappola più costosa: quello su cui sono caduti due governi, e non per i motivi che si raccontano.
Primo atto: il programma dopo il voto (1996-1998)
Il 6 dicembre 1996, sette mesi dopo aver vinto le elezioni, Romano Prodi presenta alla sua stessa maggioranza il documento di programma della coalizione. Rifondazione Comunista e i Verdi lo respingono. L’Ulivo aveva vinto con ottantotto tesi elettorali presentate in campagna, ma il programma di governo, quello che avrebbe dovuto guidare l’esecutivo, arriva dopo e trova subito chi non lo firma. È il primo segnale di come funzionerà quella legislatura: prima si vince, poi si negozia, e la negoziazione vera non avviene sul programma ma sulla legge di bilancio.
Il governo Prodi I cade il 9 ottobre 1998, primo caso nella storia repubblicana di un esecutivo abbattuto da un voto d’aula: 312 sì contro 313 no. Non cade su una tesi dimenticata delle ottantotto, ma sulla finanziaria per l’anno successivo, giudicata da Fausto Bertinotti troppo prudente sul fronte sociale — accusa singolare, visto che le due finanziarie precedenti, più severe, Rifondazione le aveva votate. In aula il capogruppo Oliviero Diliberto annuncia che la maggioranza dei parlamentari di Rifondazione voterà comunque la fiducia; Bertinotti si schiera per la sfiducia, e basta il suo scarto. Il partito si spacca: ventuno deputati e sei senatori restano nella maggioranza e fondano il Partito dei Comunisti Italiani. Il punto di rottura era scritto fin dall’inizio nella natura dell’alleanza: il patto di desistenza con Rifondazione si reggeva sulla distinzione, voluta e ambigua, tra alleanza elettorale e alleanza di governo — utile a vincere, ma non a governare.
Secondo atto: il programma prima del voto (2006-2008)
Dieci anni dopo, l’11 febbraio 2006, Prodi sale sul palco del teatro Eliseo con 281 pagine intitolate “Per il bene dell’Italia”, tredici punti fondamentali, un documento liberamente scaricabile dai siti di tutti i partiti della coalizione. Stavolta il programma arriva prima del voto. Ma chi cerca la continuità con il 1996 la trova presto: il punto più delicato — le modalità di riconoscimento delle unioni di fatto — è tenuto apposta al minimo sindacale, e talmente aperto che la Rosa nel Pugno, pur sottoscrivendolo, annuncia che firma con l’obiettivo di migliorarlo proprio su quel passaggio. La lista che mette assieme radicali e socialisti è la grande assente all’Eliseo, per la cronaca.
Il governo Prodi II dura ventun mesi, maggioranza risicata al Senato, tenuta in piedi anche dai senatori a vita. I risultati concreti arrivano presto: il decreto Bersani su taxi, professioni e servizi, e il ritiro delle truppe dall’Iraq. Ma le unioni di fatto diventano i Dico, mai approvati, e quando il 16 gennaio 2008 il ministro della Giustizia Clemente Mastella si dimette dopo l’arresto della moglie — e, secondo alcune ricostruzioni, spinto anche da pressioni vaticane contrarie proprio a quella riforma — l’appoggio che manca è quello dell’Udeur. Il 24 gennaio il Senato nega la fiducia, elezioni anticipate, vittoria di Berlusconi.
Cosa è cambiato, allora, tra il 1996 e il 2006? Meno di quanto sembra. Nel 1996 il programma tardi e la lite esplode in aula, a legislatura in corso, dove costa il governo. Nel 2006 il programma è puntuale e corposo, ma il meccanismo è identico: un punto solo, individuabile fin dalla presentazione, tenuto volutamente aleatorio per non litigare subito, e motivo di scontro a governo insediato, quando smettere di essere vaghi costa un prezzo politico reale. In entrambi i casi il programma non crolla per genericità: crolla per il punto che tutti avevano deciso di non chiudere.
Terzo atto: la lite prima della scrittura (2026)
Oggi lo schema si è invertito nei tempi, e in parte anche nel metodo. Il campo largo non ha ancora il programma comune di cui parlano i giornalisti da mesi, ma il punto delicato è già individuato, già scritto e già votato: il diciassettesimo dei venti paragrafi programmatici del Movimento 5 Stelle, «L’Italia ripudia la guerra», con stop agli invii di armi a Kiev, no al Rearm Eu, no al 5% del Pil per la difesa. Non è una bozza discussa ai vertici: è passata dalla base, con il 91,7% dei voti. Quanto al al resto di quanto proposto dal partito di Conte, c’è da dire che il suo non è un programma, e non lo pretende neanche: sono venti paragrafi votati online, una pagina web che funziona come un elenco. Niente a che vedere con le 281 pagine dell’Unione del 2006, scritte da quasi cinquecento persone e presentate come un libro. E però quelle 281 pagine non salvarono nessuno, e il motivo non fu la loro lunghezza né la loro genericità. Il programma del 2006 morì come il documento del 1996: su un punto solo, lasciato vago perché tanto il libro era grande, il capitolo piccolo, e le mediazioni si nascondono meglio nei libri grossi. Un elenco di venti punti ha almeno il merito brutale della trasparenza: il punto del confronto c’è, si vede, è numerato. Nelle 281 pagine, invece, c’era posto per credere che le unioni civili fossero solo una riga tra tante. La forma cambia, il meccanismo no: il pericolo non è l’elenco né il librone, è il punto che si decide di non chiudere.
Si direbbe che il centrosinistra abbia imparato a spostare la lite prima della scrittura, invece che rimandarla a dopo il voto. Non ha ancora imparato a scioglierla. Nel 1996 il punto cieco era la natura stessa dell’alleanza; nel 2006 era un tema di diritti su cui la coalizione si divideva con la società e con il Vaticano; nel 2026 è la politica estera, e la differenza è che questa volta il punto non aspetta il momento peggiore in silenzio: brucia da subito, pubblicamente, numerato, mentre il programma intorno non c’è ancora.
Il punto lasciato in sospeso non sparisce perché non lo si mette per iscritto. Ma forse cambia il costo del rimandarlo: una lite fatta prima della scrittura si può ancora chiamare confronto. Una lite fatta dopo, si chiama crisi di governo.
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