Memoria e Futuro
Fermi tutti
L’altra sera Zona Bianca ha aperto la puntata su un tappo di bottiglia, non uno qualunque: quello di un Estathé trovato nella spazzatura di casa Poggi, che secondo un giornalista non apparterrebbe alla stessa confezione fotografata nel frigorifero della famiglia diciannove anni fa. Basta questo, a Garlasco, per riempire un’ora di prima serata, ma ormai anche il primo pomeriggio: tra “Ore 14” di Milo Infante e “Dentro la notizia”, condotto da Gianluigi Nuzzi — lo stesso che la sera guida Quarto Grado — il caso ha un doppio turno quotidiano con lo stesso conduttore. Il delitto di Chiara Poggi ha ormai la sua rubrica fissa su almeno quattro trasmissioni diverse, un’inchiesta riaperta contro Andrea Sempio che dovrebbe chiudersi entro fine settembre, e un elenco di richiami del Garante della privacy che si allunga di mese in mese. A maggio è toccato a Rete 4, che aveva mandato in onda su Quarta Repubblica l’audio di una telefonata tra Stasi e il suo avvocato, protetta per legge come tutte le comunicazioni tra un indagato e il proprio difensore: il Garante ha dovuto scrivere, in un comunicato ufficiale, che si assisteva a “una continua e morbosa spettacolarizzazione di una vicenda di cronaca”. A luglio è arrivata anche una multa vera, quasi sessantamila euro tra Le Iene e Zona Bianca, per aver mostrato il corpo della vittima con più dettagli del necessario. Un’autorità dello Stato, di fatto, ha certificato che quella è ormai uno sceneggiato che non può permettersi di finire: ogni giorno va inventata una puntata nuova, dentro un fascicolo giudiziario che nel frattempo si muove alla velocità di un fascicolo giudiziario, cioè pochissimo.
Il sociologo tedesco Hartmut Rosa ha un nome per questo cortocircuito, e lo chiama stasi frenetica: più un sistema accelera la propria narrazione, più la sostanza che dovrebbe raccontare resta immobile. Correre più veloci, per Rosa, è solo un modo più dispendioso di restare fermi. Con minor prosopopea, è quello che anche gli U2 cantavano in una canzone di quasi quarant’anni fa, Running to stand still. È una legge che vale per un tappo di bottiglia a Vigevano, e vale identica per un fronte di guerra.
Prendete l’Ucraina. Da febbraio, da quando l’attenzione della diplomazia americana è scivolata sull’Iran, i negoziati sono fermi. A inizio settembre il capo dei servizi segreti militari ucraini avvertiva che un accordo non arriverà prima della primavera 2027; un ex capo dell’intelligence britannica, più pessimista, sposta la data a fine 2027 e prevede come esito migliore un ritorno alla linea del fronte del 2014, Crimea e Donbass sotto Mosca. Eppure ogni sera i telegiornali mantengono uno spazio fisso con la mappa del fronte, il dibattito politico italiano sull’invio delle armi si riaccende puntuale, e la promessa di una svolta imminente — “tra due settimane sapremo”, diceva Trump più di un anno fa — torna ogni volta identica, come se fosse la prima. A Gaza il copione è lo stesso, con qualche mese di anticipo: il cessate il fuoco è di ottobre 2025, la fase due è stata annunciata a gennaio e non è mai stata davvero applicata, e a fine maggio, sette mesi dopo, la situazione sul terreno non era praticamente cambiata, con l’esercito israeliano che invece di ritirarsi ha esteso il controllo dal cinquanta al sessanta per cento del territorio, e con circa cento morti palestinesi al mese anche sotto una tregua che si chiama ancora così solo per pudore diplomatico. Ogni annuncio di svolta — la fase due, il vertice, la telefonata decisiva — è pensato per essere titolato più che per succedere davvero, e quando non succede la spiegazione del perché diventa a sua volta un titolo, che prepara l’annuncio successivo.
L’effetto su chi guarda non è quello che si immagina. Una ricerca di AstraRicerche per l’Unhcr, di inizio giugno, dice che il settantatré per cento degli italiani segue ogni giorno le notizie di guerra, ma quasi uno su due, nello stesso sondaggio, ammette di essersi disconnesso emotivamente, senza più tradurlo in un gesto qualunque, una firma, un euro. La diretta continua produce meno ansia di quanto sembri, e più assuefazione: la stessa ansia, consumata fino in fondo e allenata ogni sera come un muscolo, finché smette di rispondere. Ci si indigna esattamente quanto basta per non doverlo fare più il giorno dopo, a meno di richiami “di gruppo”, come la vicenda del documentario presentato a Venezia.
La storia, quella vera, lavora ancora con i tempi di sempre: un’indagine penale che si chiude in un anno se va bene, un fronte che si sposta di qualche chilometro in una stagione, un negoziato che matura in mesi di silenzio più che in una telefonata. La televisione continua a occupare quel tempo ogni giorno, ma sempre meno per raccontarlo e sempre più per riempirlo: una puntata al giorno, identica alla precedente, di una storia che nel frattempo, altrove, continua a succedere senza microfoni. Chi decide i palinsesti lo sa benissimo: infatti non promette mai la fine, promette solo la prossima puntata.
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