Memoria e Futuro
Il gattopallone
Ho quasi sessant’anni di vita alle spalle, e in questi quasi sessant’anni ho memoria di tre soli presidenti della Fifa. Meno papi — almeno sei, da Paolo VI a Leone XIV — meno presidenti della Repubblica italiana, otto tra Saragat e Mattarella (nonostante gli ultimi due doppi mandati), meno inquilini dell’Eliseo, altrettanti tra de Gaulle e Macron, e meno presidenti degli Stati Uniti, oltre una decina tra Johnson e il ritorno di Trump alla Casa Bianca. In un mondo che cambia guida ogni quattro, cinque, sette anni, la Fifa ha attraversato mezzo secolo con tre soli custodi del pallone. Non è stabilità istituzionale: è un sistema che si autoperpetua, ed è difficile scambiare per virtù ciò che è semplicemente cooptazione tra pochi.
Da qualche settimana metà della stampa sportiva (e non solo) mondiale ha scoperto, con lo stupore di chi trova per la prima volta il coltello sporco di sangue nel salotto buono, che Gianni Infantino non è esattamente un amministratore illuminato. Il piano Fifa Forward Enterprise — cedere fino al 20% di una controllata che avrebbe gestito i diritti commerciali dei Mondiali a investitori privati, tra cui un fondo legato alla famiglia Kushner, per un incasso di 4,2 miliardi di dollari su una valutazione di 20 — è saltato in tre giorni sotto il fuoco incrociato di Uefa, Afc, Concacaf e di mezza federazione mondiale. Il presidente barcolla, si è rifugiato in Marocco a cercare sponde tra le federazioni africane, mentre Europa, Asia e Nord America discutono apertamente una mozione di sfiducia in vista del congresso elettorale di marzo a Rabat. Tutto molto grave, tutto molto nuovo, si legge. Chi scrive, viste le premesse, fatica a trattenere il sorriso.
I tre nomi che ho visto avvicendarsi spiegano perché. João Havelange guidò la federazione dal 1974 al 1998, ventiquattro anni durante i quali costruì l’impero commerciale del calcio moderno insieme alla società di marketing Isl, il cui crac nel 2001 rivelò tangenti milionarie versate ai vertici Fifa fin dagli anni Novanta. Si dimise da membro del Cio nel 2011 pur di non affrontare un procedimento etico; suo genero Ricardo Teixeira, per anni capo della federazione brasiliana e del comitato organizzatore del Mondiale 2014, fece la stessa fine.
Sepp Blatter fu per diciassette anni segretario generale di Havelange prima di succedergli nel 1998, e restò presidente fino al 2015 (quindi di fatto 34 anni ai vertici dell’organismo), quando i blitz dell’Fbi e della magistratura svizzera nell’albergo di Zurigo dove si riuniva il consiglio federale misero fine, non alla corruzione, ma soltanto alla sua fase di massima impunità. Fu poi radiato dalla commissione etica Fifa per un pagamento definito “sleale” di due milioni di franchi versato a Michel Platini.
È in quell’apparato che Gianni Infantino si è formato, prima come dirigente Uefa negli anni di Platini, poi come successore di fatto quando la squalifica di Blatter lasciò la poltrona libera nel 2016. Da allora, il “riformatore” si è fatto condonare gli anni residui del mandato Blatter per allungare il proprio limite statutario, si è portato lo stipendio a 4,24 milioni di euro nel 2025, ha attraversato il Mondiale 2026 in jet privato — fino a due partite al giorno tra Messico, Stati Uniti e Canada, con un impatto ambientale stimato in dieci giorni pari a quello di quarantacinque persone in un anno — prima di lanciarsi nell’operazione Ffe che gli si è rivoltata contro. Chi si stupisce che l’allievo di Blatter, allievo a sua volta di Havelange, si comporti come tale, non è ingenuo: recita l’ingenuità, perché è più comodo che ammettere come la riforma promessa nel 2016 non sia mai cominciata.
La parte comica arriva con la descrizione del contesto del conflitto. Buona parte della stampa racconta questi mesi come lo scontro tra un continente riformatore (di nuovo), guidato dalla Uefa, e l’ultimo erede della dinastia Blatter-Havelange. Peccato che Aleksander Čeferin, presidente Uefa proprio dal 2016 — la stessa annata di Infantino — sia arrivato al vertice tra accuse di curriculum falsificato per potersi candidare, sia stato indagato per una parcella da 390mila euro versata allo studio legale di famiglia in relazione a un appalto ferroviario sloveno assegnato a una società-schermo, abbia tentato nel 2023 di allungare il limite dei dodici anni di mandato — norma nata apposta per seppellire la memoria di Platini — salvo fare marcia indietro solo dopo la rivolta interna, si sia portato lo stipendio da 1,5 a oltre 2,5 milioni di euro anche negli anni di perdite pandemiche, abbia lasciato marcire il caso Negreira del Barcellona senza mai sanzionarlo (e cincischi su quello , e abbia scaricato sui tifosi, anziché sulla propria organizzazione, il caos della finale di Champions 2022 a Parigi.
Nessuno di questi episodi mette Čeferin sullo stesso piano di chi ha provato a vendere un pezzo del Mondiale a un fondo dei Kushner. Ma bastano a smontare la favola: non è uno scontro fra un corrotto e un continente virtuoso, è una lite fra due cortigiani della stessa corte, eletti lo stesso anno, su come dividersi il bottino. I blitz del 2015 non inventarono la corruzione del calcio: si limitarono a rendere visibile ciò che Havelange aveva reso prassi ordinaria quarant’anni prima. Chi oggi si straccia le vesti per la crisi di Infantino farebbe bene a tenersi pronto: tra qualche anno toccherà indignarsi per il prossimo erede, chiunque esso sia.
Nel frattempo, a qualche piano più in basso della piramide, la stessa Fifa mostra a cosa serve davvero la sua burocrazia. Lameck Banda, esterno zambiano del Lecce, sparisce a luglio senza avvisare nessuno, salta il ritiro, non risponde più a club e procuratori. Ricompare settimane dopo al Cairo con una delegazione del club libico Al Swehli, che gli offre un biennale da 1,6 milioni di euro nonostante il contratto col Lecce fino al 2027. La Figc respinge la richiesta di tesseramento come svincolato, il Lecce scrive a Malagò, Fifa, Caf e alle federazioni di Zambia e Libia — e la Fifa, l’organismo che in questi giorni discute la propria sopravvivenza istituzionale, approva comunque un trasferimento temporaneo. La Uefa, sempre pronta a stracciarsi le vesti sulla sacralità del “patrimonio del calcio” quando in ballo ci sono i miliardi del Mondiale, non ha speso una parola sulla tutela di un contratto regolarmente firmato da un club che pure rappresenta.
La vicenda Infantino e il suo racconto solo lo specchio infallibile nel dimostrare che il mondo virtuale domina quello reale. Capita con chi guida per strada convinto ancora di stare dentro Need for Speed, frenata a strappi e sorpassi in curva come se il fondo stradale fosse pixel e non asfalto — e capita, allo stesso modo, con chi ha raccontato la crisi Fifa senza afferrarne i contorni reali. È tipico di chi il calcio lo ha imparato soprattutto da Football Manager o dalla modalità allenatore e dirigente di Fifa, il videogioco: lì si gestiscono tattiche, bilanci, cessioni, rinnovi, persino gli umori dello spogliatoio, ma non esiste, in nessun menu, l’opzione corruzione. Chi ha giocato solo a quello arriva davanti a Havelange, Blatter, Čeferin, e non ha gli strumenti per leggerli: nel suo gioco preferito, semplicemente, non erano previsti.
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