Memoria e Futuro
Il peso elettorale
Ampliare o selezionare il mercato elettorale: è questo, in fondo, il dilemma dietro ogni proposta elettorale che si discute sin dall’inizio dei tempi democratici. O si convincono più elettori a partecipare meglio, ampliando la platea di chi capisce cosa sta scegliendo, o si cambiano le regole su chi conta e quanto, selezionando l’elettorato esistente, in maniera più o meno esplicita.
Vale la pena tornare un momento alle parole di Bonaccini, di una settimana fa, per un aspetto rimasto secondario nella polemica: nella sua difesa, ha detto che la frase sull’ignoranza di chi vota a destra non era un giudizio ma un monito alla sinistra, da anni incapace di riconquistare periferie e aree interne. Tradotto, il suo era un programma di ampliamento, non di selezione, per quanto pronunciato con la delicatezza di un elefante in una cristalleria. Ma tutto quello che si discute davvero in questi giorni, dal Senato al dibattito pubblico, va nella direzione opposta.
Vale la pena chiedersi cosa volessero davvero ab origine i sostenitori del suffragio universale. In Italia, ad esempio, arriva nel 1912 con la legge Giolitti, ma condizionato: voto a chi sa leggere e scrivere dai ventun anni, agli analfabeti solo dai trenta o se hanno fatto il servizio militare. Gli elettori (solo uomini) passano da 3,3 a 8,4 milioni, con una soglia di età o istruzione come garanzia minima: non una massa indistinta, ma un’integrazione controllata del proletariato nello Stato liberale. Il voto senza condizioni arriva solo nel 1918, quando i reduci di guerra lo reclamano come prezzo del sangue versato, il fascismo lo cancella dieci anni dopo, la repubblica lo allarga alle donne. La domanda di allora resta quella di oggi: si allarga il voto perché lo si crede formativo per una cittadinanza consapevole, o solo perché diventa insostenibile negarlo (penso anche alle proposte di abbassare la soglia di maggiore età elettorale a sedici anni)? Le leggi elettorali italiane piene di tecnicismi e tatticismi (buoni solo per chi le proponeva al momento) degli ultimi vent’anni non hanno risposto in nessuno dei due modi, hanno solo prodotto meno elettori: dal 93,4 per cento di affluenza del 1976 al 63,9 per cento del 2022, il minimo della storia repubblicana.
La selezione, in queste settimane, passa dalla legge elettorale che il Senato voterà il 15 settembre. Del contenuto dello Stabilicum si è scritto abbastanza; vale la pena notare lo scontro che lo circonda, dentro e fuori la maggioranza. Dentro, perché il centrodestra discute se reintrodurre il ballottaggio, un meccanismo che fino a poche settimane fa quasi nessuno voleva e che torna di moda ora che i sondaggi danno in crescita Vannacci: un secondo turno riscoperto pro domo propria, utile più a diluire quel voto che a garantire la stabilità di governo. Fuori, perché le opposizioni parlano di riforma “su misura”, promettono mobilitazioni, e Calenda liquida la mossa sul ballottaggio come panico da sondaggio (per non dar conto del suo di panico, da irrilevanza).
È la stessa logica che si ritrova, spostandosi dal Parlamento al dibattito pubblico, in quasi ogni proposta che negli ultimi quindici anni ha provato a correggere l’elettorato dall’esterno. Qualche esempio per capirci. Nel 2011 l’economista Paolo Balduzzi e il demografo Alessandro Rosina discussero all’Università Cattolica un voto ponderato per età: 1,42 il voto di un ventenne, 0,82 quello di un ottantenne, bocciato con la formula “una testa, un voto”. Nel 2022, sulla rubrica Econopoly del Sole 24 Ore, il giudice tributario Costantino Ferrara propose di ridurre gli eletti in proporzione all’astensione, cento deputati in palio, cinquanta se vota solo la metà degli aventi diritto. E il 24 agosto scorso, proprio nei giorni della polemica su Bonaccini, Vannacci ha messo nel programma di Futuro Nazionale il voto plurimo, un voto in più per ogni figlio minorenne diviso tra i genitori, presentato dagli stessi autori come “per il momento solo un’idea che offriamo al dibattito italiano”: chissà se varrebbe anche per gli stranieri naturalizzati con figli.
Sono proposte diverse, per gerarchie diverse tra gli elettori, età, soglia di partecipazione, numero di figli, e la riforma al Senato ne aggiunge una quarta, tra chi vince al secondo turno e chi perde. Nessuna si chiede se il voto sia informato. Per questo continuo a preferire la mia (modesta) proposta a cui ho voluto dare un nome programmaticamente urticante “Voto per Censo Culturale”: non ridistribuire il potere del voto tra categorie di elettori, ma verificare, caso per caso, se l’elettore sa cosa sta votando. Tre veloci domande sull’ente e sull’oggetto della consultazione, uguali per il ventenne e l’ottantenne, per chi ha figli e per chi no. Chi risponde male perde il voto per quel turno soltanto, e può riprovare alla consultazione successiva.
So a cosa somiglia, in superficie, un simile filtro: alle prove di alfabetizzazione usate nel sud degli Stati Uniti fino al 1965 per escludere gli elettori neri. Vale la pena ricordare come funzionavano, perché la somiglianza si scioglie appena si guarda ai dettagli. Non erano prove uguali per tutti: in Alabama i bianchi ricevevano da leggere un articolo semplice della Costituzione, i neri il più cavilloso del raccoglitore, giudicati da un funzionario con verdetto insindacabile. In South Carolina si arrivò a chiedere che vestito indossasse il presidente della Convenzione costituzionale; un professore della Duke University sottopose lo stesso test ai colleghi costituzionalisti di tutta America, e la maggior parte non lo superò nel tempo concesso. Non era un controllo di conoscenza, era un ostacolo costruito per essere insuperabile da chi doveva restare escluso, e chi lo falliva perdeva il voto non per un turno, ma per sempre.
La mia proposta è un’altra cosa, non una versione più gentile della stessa idea. Le domande sarebbero identiche per tutti e pubbliche, non affidate al giudizio arbitrario di chi siede allo sportello; riguarderebbero un solo oggetto, quello specifico su cui si vota quel giorno, non un sapere generico; e chi sbaglia non perde il voto per sempre, lo riacquista subito dopo, senza dover intentare una causa come dovettero fare i cittadini americani discriminati. La differenza non è di grado, è di natura: lì la domanda nascondeva un pretesto razziale dietro un’apparenza di neutralità, qui la domanda è il contenuto stesso della consultazione, dichiarata, uguale per tutti. È, alla fine, una selezione che lavora per l’espansione: filtra chi non si è informato non per restringere il mercato elettorale, ma per allargare, turno dopo turno, quello degli elettori consapevoli. Sempre che alla formazione di elettori consapevoli si rivolgano gli appelli al voto e le leggi elettorali degli attuali tenutari del gioco democratico nel nostro paese. Di questo, visto il dibattito, non c’è alcuna certezza.
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