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Memoria e Futuro

La punta dell’iceberg

di Marco Di Salvo 25 Settembre 2026

A una settimana di distanza dal fatto possiamo tranquillamente scriverlo. Il tredicenne che il 18 settembre ha spruzzato spray urticante e poi accoltellato la professoressa Isabella Marsilio nella scuola media Giovanni Verga di Centocelle, cercando di trasmettere la scena in diretta su Telegram, è stato liquidato in fretta come un episodio di follia isolata, probabilmente anche grazie alle sue caratteristiche “genetiche”. Le indagini, da quanto se ne sa, seguono però un’altra pista, quella di un ragazzo avvicinato online da ambienti di matrice suprematista che avrebbe voluto imitare quanto accaduto a marzo a Trescore Balneario, dove un coetaneo aveva accoltellato la sua insegnante di francese indossando una maglietta con la scritta “Vendetta” e lasciando in rete un manifesto intitolato “la soluzione definitiva”. A maggio un dodicenne di San Vito Lo Capo aveva tentato lo stesso gesto citando le stragi di Kerch e Nashville, mentre ad Arezzo e Perugia sono stati sventati due progetti simili, uno apertamente ispirato a Columbine. Gli studiosi dell’estremismo nichilista violento parlano ormai di una catena imitativa riconoscibile, la prima visibile in Italia. Questi ragazzi sono la punta di un iceberg molto più profondo, ed è quell’iceberg che varrebbe la pena guardare.

Sotto la superficie di queste vicende infatti c’è un ecosistema con regole proprie. Si appartiene a comunità online chiuse, si guadagna uno status producendo e diffondendo danno, il disprezzo per gli altri fa da motore e non esiste alcun obiettivo politico da raggiungere. Gli autori delle stragi sono venerati per il gesto compiuto più che per un’idea da seguire, l’ideologia (suprematista, incel, neonazista con tratti di islamismo antisemita) funziona come un vestito intercambiabile, e la diretta non si limita a documentare la violenza ma la rende reale agli occhi di chi guarda. Anche le istituzioni europee lo hanno riconosciuto, dopo che la scorsa estate Europol ha coordinato con nove Paesi un’operazione contro “The Com”, rete globale che ha portato alla segnalazione di migliaia di indirizzi web usati per spingere minori verso l’autolesionismo e la violenza, definendo i più giovani insieme vittime ed esecutori. È lo stesso contesto in cui a Bolzano un quindicenne legato alla rete 764 era stato fermato in tempo, e più tardi aveva ringraziato chi lo aveva bloccato.

Questo ecosistema, però, non galleggia nel vuoto. Chi oggi ha tredici anni è nato dopo l’11 settembre 2001, ha visto le esecuzioni dell’Isis in diretta sui social e le stragi nelle scuole americane diventare cronaca di routine, ha vissuto Ucraina e Gaza come un notiziario permanente più che come un’eccezione. È cresciuto in un tempo che gli ha mostrato la violenza per prima cosa come normale, quasi dovuta. Il filosofo Gianni Vattimo parlava già vent’anni fa di un nichilismo capace di svuotare ogni orizzonte, e raccontava di ragazzi che si rivoltavano contro gli adulti rinfacciando loro chi avesse preparato quella stagione. Quei tredicenni hanno solo ricevuto in eredità un mondo che agli adulti sembra già abbastanza normale così.

Ed è qui che il discorso si fa scomodo e quindi, necessariamente, da occultare. Il nichilismo di questi ragazzi è la copia ingenua e concentrata di un atteggiamento che gli adulti coltivano da anni in forme perfettamente legali, fatto di rassegnazione, cinismo di mestiere, valori ridotti a soldi e immagine di sé, pensiero critico trattato come un ingombro. Sono stati gli adulti a banalizzare per primi la violenza, nelle guerre raccontate come questioni inevitabili, in un’economia che scarta chi non compete, sulle piattaforme che gli stessi adulti progettano e monetizzano capitalizzando sull’attenzione dei tredicenni. I ragazzi vivono il risultato senza avere gli strumenti per capirne l’origine, e lo portano all’estremo, perché se niente ha senso almeno il gesto farà rumore.

Nei giorni in cui tutto questo veniva a galla, il governo guardava, come spesso accade, altrove. A inizio agosto il ministro Valditara rilanciava nello stesso pacchetto di interviste sia il tetto del 30% agli alunni stranieri in classe sia il piano per i docenti di italiano L2, parlando di mille insegnanti assunti; i posti realmente stanziati per il 2026/2027 sono invece 762, in calo rispetto ai 937 dell’anno prima, e restano riservati alle classi con almeno un quinto di alunni appena arrivati o sotto il livello A2. Per gli oltre 900mila studenti con cittadinanza non italiana è, nei fatti, uno strumento che quasi nessuna scuola può attivare davvero. Il governo sa misurare le classi al ventesimo decimale, molto meno finanziare chi dovrebbe insegnare l’italiano a chi non lo parla ancora, e, piccolo particolare senza alcuna rilevanza per chi governa, nessuno dei ragazzi che hanno impugnato un coltello quest’anno era comunque straniero. A fermare il tredicenne di Centocelle, semmai, è stato un compagno arrivato dal Congo, minore non accompagnato ospite di una casa famiglia, proprio il profilo che quella soglia vorrebbe contenere.

Il rischio davanti a questa vicenda resta doppio. Sminuirla come follia di pochi, fermandosi a metal detector e sorveglianza, cura il sintomo e lascia intatta l’acqua in cui nuota il resto della generazione; gonfiarla in panico morale regala ai protagonisti esattamente l’attenzione che cercano. La via stretta sta nel cogliere i segnali prima del gesto, riconoscere il vuoto educativo senza farne un’assoluzione, e smettere di pensare che il nichilismo riguardi solo i giovani. La risposta più lucida, per ora, non è arrivata da un ministero, ma da un tredicenne arrivato da lontano che ha avuto il coraggio di intervenire mentre gli adulti discutevano di soglie.

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