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Memoria e Futuro

Sostenibile per legge

di Marco Di Salvo 24 Settembre 2026

Con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni, il Senato ha approvato ieri in via definitiva la legge delega sul cosiddetto “nucleare sostenibile”. Il testo, già passato alla Camera lo scorso 4 giugno, non autorizza la costruzione di una sola centrale: affida al governo il compito di scrivere, entro dodici mesi dall’entrata in vigore, uno o più decreti legislativi con cui ricostruire da zero il quadro normativo dell’energia atomica in Italia.

È un voto politico prima ancora che industriale. Le centrali non ci sono, non c’è una localizzazione, non c’è una tecnologia scelta, non c’è un calendario vincolante. C’è però una scelta politica precisa, quella di far rientrare il nucleare nel perimetro delle politiche energetiche nazionali, dopo quasi quarant’anni in cui ne era stato tenuto accuratamente fuori.

Il dettaglio più istruttivo è forse proprio quell’aggettivo. Non si parla di energia nucleare e basta, ma di “nucleare sostenibile e da fusione”, una formula che fa entrare l’atomo nel vocabolario della transizione ecologica, della decarbonizzazione, dell’indipendenza energetica: esattamente le stesse parole con cui per anni si è raccontato tutto il contrario. La delega prevede un programma nazionale, nuove regole per impianti e combustibile, gestione dei rifiuti radioattivi, sicurezza, localizzazione, informazione pubblica, ricerca e formazione. Il nucleare, insomma, torna prima di tutto come lessico.

Per quarant’anni quella parola è stata la bomba, la guerra fredda, Chernobyl, Fukushima, i referendum, le scorie. Oggi la comunicazione istituzionale preferisce parlare di terza generazione, quarta generazione, piccoli reattori modulari, energia pulita, ciclo del combustibile, fusione: un vocabolario costruito apposta per separare l’atomo del futuro da quello della memoria, come se bastasse cambiare nome per cambiare anche la sostanza.

La “terza generazione” è già un primo esercizio di distinzione linguistica. I reattori Gen III e III+ sono per lo più evoluzioni dei soliti reattori ad acqua, con sistemi di sicurezza più ridondanti, dispositivi passivi basati su gravità e circolazione naturale, contenimenti più robusti. Sono miglioramenti reali, ma non una rivoluzione fisica: resta la fissione, un nucleo pesante che si spezza per produrre calore.

La generazione successiva, quella dei reattori avanzati e dei cosiddetti Generation IV, promette nuovi refrigeranti, nuovi combustibili, un uso più efficiente delle risorse. Reattori veloci, sistemi raffreddati a sodio o piombo, reattori a gas ad alta temperatura, reattori a sali fusi: una famiglia ancora molto eterogenea, in cui alcuni progetti sono prossimi alla dimostrazione e altri restano pura teoria. Chiamarli tutti indistintamente “nucleare di nuova generazione” mette sullo stesso piano cose che, nei fatti, sullo stesso piano non sono.

La promessa comunicativa più efficace resta quella degli SMR, i piccoli reattori modulari: impianti fino a 300 megawatt elettrici, pensati per essere costruiti in fabbrica e installati un pezzo alla volta. Il nome stesso vende flessibilità, velocità, costi iniziali più bassi. Potrebbero servire reti isolate, distretti industriali, impianti di desalinizzazione, produzione di idrogeno. Piccolo, però, non vuol dire economico: un reattore di dimensioni ridotte guadagna in sicurezza e adattabilità, ma deve ancora dimostrare di reggere autorizzazioni, filiere industriali, gestione dei rifiuti e soprattutto quella prova delle economie di scala che il grande impianto risolve concentrando in un colpo solo costi e potenza. Per ora è una promessa industriale, non una certezza.

Ancora più delicata è la fusione, spesso accostata alla fissione come se ne fosse la versione più matura e più presentabile. È un’altra tecnologia, che non spezza nuclei pesanti ma unisce nuclei leggeri in condizioni estreme, riproducendo quanto avviene nel cuore delle stelle: niente reazione a catena in senso classico, meno rifiuti a lunga vita, la promessa di una fonte quasi inesauribile. Il problema è il tempo. Oggi la fusione non produce un solo chilowattora commerciale. ITER, in Francia, è un esperimento internazionale pensato per dimostrare la fattibilità del plasma, non una centrale. Il Regno Unito lavora al programma STEP, un prototipo che dovrebbe collegarsi alla rete, ma l’orizzonte indicato resta il 2040. Restano intanto aperte questioni tutt’altro che secondarie: materiali sottoposti a un bombardamento neutronico intenso, produzione e gestione del trizio, manutenzione, disponibilità continua, costi.

Il dato di fondo è che il nucleare sta vivendo una fase di rilancio internazionale, ma il rilancio è ancora fortemente concentrato su reattori a fissione convenzionale o evoluta. Alla fine del 2025 risultavano 413 reattori operativi e 72 in costruzione, per circa 77 GW elettrici; l’AIEA segnala inoltre un’espansione trainata soprattutto dall’Asia e, in particolare, dalla Cina.

La legge delega, dunque, non apre l’età dell’atomo italiano. Apre l’età della sua regolazione. Tocca al governo costruire le condizioni giuridiche per autorizzare gli impianti, organizzare i controlli, definire le responsabilità economiche, gestire il combustibile esaurito, individuare le procedure di localizzazione coinvolgendo i Comuni. Il governo parla di primi reattori tra il 2033 e il 2034, altri esponenti hanno indicato il 2035: in ogni caso il calendario politico dovrà fare i conti con tempi industriali, autorizzazioni, consenso territoriale e con una filiera nazionale che, oggi, semplicemente non esiste.

Il vero ritorno del nucleare, per adesso, riguarda le parole più che le centrali: sostenibile, avanzato, modulare, passivo, da fusione. Parole che possono descrivere innovazioni reali, oppure diventare soltanto una cortina semantica. Si potranno giudicare solo quando qualcuna di esse avrà smesso di essere un aggettivo per diventare un chilowattora.

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