Memoria e Futuro

La testa del capo

di Marco Di Salvo 3 Settembre 2026

C’è una scena che si ripete in ogni rottura mal digerita: il fidanzato lasciato che continua a telefonare, cerca pretesti per farsi notare, spera di riconquistare un’attenzione ormai rivolta altrove. È, mi pare, lo spettacolo offerto da Matteo Salvini in questa pre campagna elettorale infinita che caratterizza l’inizio di settembre— l’appello a distinguere le responsabilità russe da quelle di “qualche cancelleria” che cerca pretesti per prolungare la guerra, la battuta di rito sui russi che non invaderanno mai Tor Bella Monaca: messaggi indirizzati a un’ex che, anche secondo il Financial Times, ha già un corteggiatore più convincente che si chiama Roberto Vannacci, il generale che Salvini stesso volle capolista alle europee del 2024 e che, dopo la rottura di febbraio, vola con Futuro Nazionale al 7,6 per cento erodendo voti alla coalizione di governo, almeno secondo i “sondaggi” che dominano le cronache e le mosse della politica. Tajani si limita a sperare che il sospetto di un’influenza russa dietro la sua ascesa sia falso. Salvini tace, e per un fidanzato lasciato il silenzio è la conferma peggiore.

L’ombra di Vannacci non si ferma alla politica estera. Nello stesso consiglio regionale del Veneto che ha appena approvato la legge sul fine vita, il suo consigliere veneto Stefano Valdegamberi, di Futuro Nazionale, ha tentato invano di rispedirla in commissione, affiancando Fratelli d’Italia nel tentativo di affossarla. Non è bastato: si è formata un’inconsueta maggioranza trasversale fra la Lega di Zaia, Pd, Cinquestelle e Avs, e il Veneto è diventato la prima Regione di centrodestra con una legge sul suicidio medicalmente assistito. Ma anche qui la Lega si è spaccata sulla stessa linea della crisi interna: i governisti fedeli a Roma, capogruppo Riccardo Barbisan in testa, hanno votato no; l’anima più autonomista di Zaia ha votato sì con l’opposizione. La frattura fra chi risponde a Salvini e chi risponde al territorio, la stessa che a Forlì si materializza nel Comitato per il congresso, in Veneto si consuma voto per voto.

Nel frattempo il casino aumenta anche sul fronte più vecchio, quello del simbolo. A Forlì un gruppo di ex parlamentari guidato da Gianluca Pini ha fondato un Comitato per riconvocare il congresso della vecchia Lega Nord: gente che nella Lega di oggi non c’è più, ma che nella sigla di Bossi — sopravvissuta dal 2017 solo per onorare i 49 milioni di rimborsi elettorali ancora dovuti allo Stato — prova a trovare un guscio legale da riattivare come leva contro il commissario Iezzi, fedelissimo del segretario. Non hanno truppe né seggi, ma il loro rumore si somma a quello, più sostanzioso, dei governatori del Nord ancora dentro il partito, in vista di una Pontida che si annuncia come un plebiscito obbligato. Governatori che per ora stanno sottotraccia, senza nessuno che si alzi per rivendicare la testa del capo. Una scena già vista più volte in quel partito e non solo con Salvini.

Tre episodi, la stessa settimana, la stessa faglia: un partito scavalcato a destra da un ex generale più “credibile” di lui per la Russia, diviso al proprio interno fra chi vuole restare fedele a Roma e chi vuole tornare al vecchio Nord, e che l’unica vittoria della settimana — il fine vita in Veneto — la porta a casa proprio scavalcando la propria maggioranza di governo, lasciando Fratelli d’Italia sola a difendere un alibi logoro. È la maionese impazzita di un partito tenuto insieme per anni dall’illusione prima di un’idea e poi di un capo, la cui testa penzola sempre di più.

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