Memoria e Futuro

L’estate del nostro malcontento

di Marco Di Salvo 1 Settembre 2026

Da oggi, primo settembre, per la meteorologia è ufficialmente autunno. Non per il sole: mancano ancora tre settimane all’equinozio. È una convenzione internazionale che, per comodità statistica, fa iniziare le stagioni il primo giorno del mese e non il giorno esatto in cui la Terra decide di inclinarsi diversamente verso di lui. Una data di comodo, buona per gli archivi di Copernicus e le medie decennali. Ma è anche, quest’anno più che mai, una buona data per fermarsi un momento: per guardare all’estate appena archiviata non come a un episodio isolato, ma come al primo termine di una serie che si allungherà negli anni. Le estati che verranno assomiglieranno a questa molto più di quanto questa assomigliasse a quelle di dieci o vent’anni fa.

Vale la pena dirlo perché anche il nostro modo di vivere l’estate — quella umana, non quella meteorologica — è una convenzione, per quanto ci sembri una legge di natura. Il 2 agosto 1931 lo Stato italiano inventò l’estate come la conosciamo. Prima dei Treni popolari dell’Opera Nazionale Dopolavoro, la fuga di massa verso il mare o la montagna a Ferragosto non esisteva: era il privilegio di pochi. Il regime la costruì a tavolino, per propaganda e per far girare l’economia interna, con biglietti scontati fino all’80% e gite organizzate che in una sola estate portarono in viaggio mezzo milione di italiani. Nacque così, per decreto, anche il rito del pranzo al sacco. Il punto non è la nostalgia del ventennio, è la sua lezione più scomoda: le città che si svuotano a metà luglio, il rientro a metà settembre, due mesi di vita sociale sospesa — tutto questo è stato deciso da qualcuno, con un atto politico preciso. Se è stato costruito, si può anche smontare. La domanda è chi abbia oggi la stessa volontà di allora nel farlo.

Perché il modello si sta già smontando da solo, e nel modo peggiore: sotto il peso del clima, non per una scelta. L’Europa ha attraversato, in quest’ultima estate, quattro ondate di calore consecutive da record — una quinta si è abbattuta proprio negli ultimi giorni di agosto, con punte oltre i 40 gradi nel Centro-Sud — e il bilancio provvisorio parla di almeno 35mila morti in eccesso nel continente. In Italia si sono contate 2.700 vittime in una sola settimana di piena ondata, mentre le stime sull’intera stagione oscillano tra i 5mila e gli 8mila. Sono numeri da bollettino di guerra, riportati come se fossero meteo. Gli operatori turistici, dal canto loro, non fanno più mistero della tendenza: le prenotazioni si spostano da luglio-agosto verso giugno e settembre, non per gusto ma per necessità fisiologica. Chi può, evita semplicemente di uscire di casa nelle settimane più calde e le spiagge si svuotano in quelle che rano le settimane clou fino a pochi anni fa, non solo per ragioni economiche legate all’aumento dei costi.

Chi può, appunto. Come chi può permettersi il benessere a casa propria. La seconda metà del problema, quella che la politica tratta ancora come dettaglio tecnico, è l’accesso al fresco. In Italia solo il 56% delle famiglie possiede un condizionatore, il 44% ne è privo, e l’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica stima in 2,4 milioni le famiglie che faticano a permettersi anche solo di raffrescare casa: quella che si chiama ormai, con parola importata dal lessico del settore, “cooling poverty” — la povertà da raffrescamento. Le famiglie a basso reddito arrivano a spendere fino all’8% del proprio budget per restare a una temperatura non pericolosa, e un condizionatore poco efficiente arriva a costare, in bolletta, fino al 140% in più di uno ad alta efficienza. Naturalmente sono i più poveri a possedere quello meno performante. Se il futuro dell’estate italiana è stare chiusi in casa o in luoghi climatizzati a disposizione di tutti, oggi non esiste alcun progetto nazionale a riguardo: esiste un mercato, e chi ne resta fuori si arrangia. A Bologna, quest’estate, l’Antoniano ha organizzato proiezioni serali abbinate ai pasti, pensate esplicitamente come rifugio climatico per chi non ha altro posto fresco dove stare. Lo Stato, in materia di rifugi climatici, non ha in campo nulla di paragonabile: il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato nel dicembre 2023 dopo sei anni di bozze, elenca 361 misure di cui solo cinque hanno una copertura economica definita. Secondo Legambiente non è nemmeno comparso nella legge di bilancio, ridotto — nelle sue stesse parole — a “una scatola vuota”.

Nel frattempo la stessa politica che lascia inerte il piano di adattamento si accontenta di rincorrere l’emergenza ora per ora: ordinanze regionali che vietano il lavoro all’aperto nelle ore più calde, ormai in quasi tutte le regioni, pensate una stagione alla volta, un decreto alla volta, senza mai la domanda di fondo. Se il caldo tra le 12.30 e le 16 è strutturalmente pericoloso da giugno a settembre, ha ancora senso che la scuola chiuda a giugno e riapra a metà settembre, lasciando vuoti proprio i tre mesi peggiori invece di redistribuire le pause sull’anno? Ha senso continuare a chiamare “vacanza” l’unico tempo libero che milioni di italiani hanno a disposizione, se il prezzo è passarlo in una città che boccheggia?

Il paradosso più amaro riguarda i paesi che sul turismo estivo hanno costruito la propria identità economica. In Croazia il settore vale fino a un quarto del Pil, in Grecia, Spagna e Italia tra il 6 e il 13% considerando l’indotto: decenni di politica industriale investiti nell’idea che luglio e agosto fossero una rendita di posizione geografica, il sole come risorsa naturale permanente. Oggi quel sole comincia a scacciare più di quanto attragga. L’European Travel Commission registra che per il 16% dei viaggiatori europei il clima mite è ormai il criterio principale nella scelta della meta, e uno su sette evita apertamente le destinazioni troppo calde; le ricerche legate alle cosiddette “coolcation” — le vacanze scelte apposta al fresco, tra Scandinavia, Alpi e Paesi Bassi — sono cresciute quest’anno del 74% su Trip.com. L’Aia, che di questi flussi in fuga dal caldo sta già beneficiando, limita le nuove licenze Airbnb per non trasformarsi nella prossima Amsterdam. Il Sud Europa rischia di perdere proprio la rendita per cui, per decenni, ha smesso di investire in altro.

Di tutto questo — la ridistribuzione del calendario, l’aria condizionata come infrastruttura pubblica e non come elettrodomestico per chi se lo può permettere, la riconversione di un modello turistico che si scontra ormai con la fisica dell’atmosfera — nessun governo europeo sta discutendo seriamente. Si continua a gestire l’emergenza bollettino per bollettino, come se il problema fosse la singola estate e non la struttura dell’estate stessa. Il regime che inventò il Ferragosto di massa lo fece con un progetto, sbagliato quanto si vuole, ma un progetto. Novant’anni dopo, il primo settembre in cui si archivia un’altra estate da record, la politica italiana ed europea non ha nemmeno quello. E chi governa l’Italia pensa affannosamente a limare la prossima legge elettorale invece che costruire un progetto climatico per fare si che continuino ad esserci elettori in futuro, in que deserto prossimo venturo che si ostinano a chiamare Nazione.

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