Memoria e Futuro
Lo sbadiglio
Il nove agosto, a «This Week» su Abc, Alexandria Ocasio-Cortez difende la candidata governatrice del Wisconsin Francesca Hong dalle sue vecchie posizioni radicali — definanziare la polizia, cancellare il Thanksgiving — dicendo che ormai le ha superate. L’intervista arriva mentre negli Stati Uniti si specula sulla sua possibile corsa alla Casa Bianca nel 2028, un contesto che rende la battuta tutt’altro che casuale. Per sdrammatizzare cita, ridendo, una battuta presa in prestito dal consigliere comunale di New York Chi Ossé: “il primo woke era una follia”. Aggiunge che quel linguaggio non lo useremmo più oggi, ma anche che le discussioni aperte in quella fase sono state comunque utili. Non rinnega il contenuto, prende le distanze soltanto da un tono che non è stato nemmeno il suo, visto che sin dall’inizio della sua carriera politica si è sempre caratterizzata per un’attenzione particolare alle tematiche economiche.
In Italia questa sfumatura sparisce nel giro di poche ore. Titoli e articoli — Repubblica in testa — trasformano la battuta citata in una confessione diretta, tra virgolette: “il woke è una follia, puntiamo sull’economia”, come se Ocasio-Cortez l’avesse pronunciata in prima persona. Non l’ha fatto. È lo stesso giornale che in meno di due anni era passato dal negare l’esistenza del fenomeno, alla proclamazione di un’era post-woke, fino a intervistare la filosofa Susan Neiman sotto un titolo che diceva l’esatto contrario — la cultura woke, in realtà, sarebbe di destra — per poi chiedersi, qualche mese dopo, chi l’avesse uccisa. Tutto buono per titoli acchiappa lettori, ma senza particolare costrutto.
Su questa premessa inventata si costruisce in pochi giorni tutto il resto. Giuseppe Conte risponde su Repubblica a una Ocasio-Cortez che non esiste, scrivendo che la cultura woke non può reggere l’ossatura di un progetto progressista, che è diventata una religione morale autoreferenziale, che la sinistra dovrebbe occuparsi di diseguaglianze e spesa militare invece che di battaglie simboliche. Vale la pena notare che non sta abbandonando una battaglia che abbia mai davvero combattuto: nella sua carriera politica il tema dell’identità e del linguaggio non è mai stato terreno suo, il Movimento 5 Stelle si è sempre giocato la faccia su reddito di cittadinanza, giustizia, ambiente, mai su pronomi o statue da rimuovere. Dire che il woke non serve alla sinistra non gli costa nemmeno la fatica di rinnegare qualcosa: è come annunciare di aver smesso di fumare senza aver mai acceso una sigaretta. Matteo Renzi la liquida come un’ubriacatura. La stampa di destra applaude il convertito. Persino i giornali che raccontano la vicenda con distacco definiscono Conte “l’Ocasio-Cortez italiano”, consolidando un parallelo costruito su una frase che il suo presunto modello non ha mai pronunciato.
Non è la prima volta che un dibattito nato altrove con una sua serietà — a tratti persino con una base di ricerca vera e propria — arriva in Italia già decurtato di tutto tranne il titolo. Sei anni prima che Ocasio-Cortez ridesse di una battuta presa in prestito, Raffaele Alberto Ventura aveva pubblicato “La guerra di tutti” (minimum fax, 2019), un saggio che provava a spiegare perché, giunti alla scarsità materiale, la competizione di status si fosse spostata sui “beni posizionali” — titoli, credenziali, riconoscimento simbolico — trasformando il conflitto di classe in una guerra di tutti contro tutti combattuta sul terreno dell’identità e del linguaggio. È esattamente la dinamica che sta dietro l’intera stagione del woke, letta con un minimo di serietà: non un capriccio ideologico, ma il sintomo di una scarsità di prestigio che non trova altro sfogo. Di quell’analisi, nel dibattito di questi giorni, non resta traccia. E dire che era stata espressa in anticipo anche rispetto al contesto internazionale, che viveva in quegli anni proprio “l’ubriacatura woke” di cui si parla in questi giorni, a pappagallo.
Resta solo la parola, buona per essere dichiarata viva o morta a seconda della convenienza del momento. È una sproporzione che dice più di ogni editoriale che tipo di dibattito si preferisce fare in Italia. Da una parte una diagnosi seria, disponibile da anni, scritta in italiano, che nessuno dei protagonisti di questi giorni ha sentito il bisogno di riaprire. Dall’altra una battuta di un consigliere comunale di Brooklyn, tradotta male, attribuita alla persona sbagliata, diventata comunque il testo di riferimento per la conversione di un intero ceto politico. Tra le due, come sempre, si è scelta la più facile da twittare. Ma, per chi osserva come noi, buona solo per l’ennesimo sbadiglio. Altro che woke.
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