Cosa vi siete persi
The Queen is back (with the family)
La storia, all’incirca, è questa. Alchemist manda a Erykah Badu un pacco di beat. Lei se li lascia decantare per mesi, senza toccarli — non sa spiegare lei stessa cosa faccia scattare la molla. Quello che scatta, dice, è un’ansia molto precisa: il flusso senza fine di notizie sui social di questi periodi folli, incendi, siccità, governi che cadono, e la sensazione che valga la pena finire il disco prima che, come recita il titolo, il mondo esploda. Nasce così, tra Dallas e Los Angeles, in diciotto mesi di session con il suo collettivo dal vivo, i Cannabinoids, e Alchemist all’MPC, “Before the World Blows”, uscito ieri: il primo album pieno di Erykah Badu in più di quindici anni, e il primo mai costruito intorno a un solo produttore, e non a una squadra diversa per ogni brano, come era sempre successo con i suoi dischi precedenti.
Ma la vicenda parte da ancora più lontano. Badu aveva sempre voluto rappare su un beat di Alchemist, uno di quelli scolpiti per i Mobb Deep — “The Realest”, in particolare — e lo aveva confessato tempo fa a Cold Cris, con cui lavora fianco a fianco da anni. Da lì tutto si è mosso quasi da sé: un primo incontro in studio a Los Angeles, la canzone “Next to You” nata per caso, due anni di rodaggio dal vivo in session private senza telefoni. Un metodo che a chi segue Badu da tempo suonerà familiare, perché è esattamente lo stesso, identico, di trent’anni fa: non un disco pensato a tavolino, ma un gruppo di persone che suona finché qualcosa non prende forma da sé.
Quel gruppo, negli anni novanta, si chiamava Soulquarians, e si radunava agli Electric Lady Studios di New York: Questlove, J Dilla, D’Angelo, Common, Mos Def — oggi Yasiin Bey, con cui Badu ha girato in tour proprio negli ultimi anni. Non un’etichetta discografica, non un genere: una famiglia elettiva che, nello stesso studio, con gli stessi strumenti che passavano di mano in mano, produceva “Things Fall Apart” dei Roots, “Like Water for Chocolate” di Common e “Mama’s Gun”, il disco che la critica considera ancora oggi il suo capolavoro. Un’etica del lavoro comune che era già, in un’industria pensata per carriere singole in competizione, un atto quasi politico. Badu lo racconta tuttora come un legame familiare vero e proprio: gente con cui — dice — ci si scambia le battute o ci si fa da spalla, a prescindere dal fatto che sia mai uscita musica insieme.
La stessa logica di famiglia allargata, a Dallas, nel 1997 — l’anno di “Baduizm” — la porta a fondare B.L.I.N.D., un’organizzazione che porta arte e risorse nei quartieri periferici della città, e nel 2003 a rilevare il Black Forest Theater per farne una sede fissa di teatro e beneficenza. Ed è lo stesso impulso, parallelo alla musica, a portarla a certificarsi come doula: negli anni ha assistito, per sua stessa ricostruzione, decine di parti. Non è un dettaglio folkloristico da didascalia patinata. È la prova materiale che la mistica costruita attorno a lei — turbanti, astrologia, riferimenti egizi, un vocabolario intero che ha battezzato lei stessa “Badu-ismo” — non è solo immagine, ma un sistema che si traduce in pratiche concrete di cura comunitaria.
C’è però un momento in cui il gruppo sparisce del tutto, e resta lei sola, esposta, senza rete: marzo 2010, il video di “Window Seat”, quando si spoglia camminando fino a restare completamente nuda, a Dealey Plaza, a Dallas, esattamente nel punto in cui fu ucciso Kennedy, per poi accasciarsi come colpita da un proiettile mentre dalla testa le esce, in lettere blu, la scritta “groupthink”. Le costa una denuncia penale e settimane di polemiche nazionali. È il rovescio esatto della logica collettiva: qui non c’è famiglia a cui appoggiarsi, c’è un corpo solo in mezzo alla strada che rifiuta il pensiero di gruppo mentre lo mette in scena.
C’è poi un altro tipo di gruppo, che Badu non ha scelto ma che il folklore dell’hip hop le ha comunque cucito addosso: tre figli da tre padri che sono a loro volta figure di primo piano del genere, André 3000, il D.O.C., Jay Electronica — una costellazione familiare raccontata più nei rap degli altri che nei suoi, diventata essa stessa mitologia condivisa. Anche il cinema, per lei, resta un terreno di incontri occasionali più che di carriera: piccoli ruoli sparsi lungo trent’anni, dalla parodica Queen Moussette di “Blues Brothers 2000” fino a Lucille ne “The Piano Lesson”, l’adattamento del dramma di August Wilson del 2024, passando per “House of D” e il western “They Die by Dawn” — mai una logica di consolidamento, sempre la stessa irrequietezza che nella musica la fa muovere da un collettivo all’altro.
Il che riporta dritti al disco con Alchemist, e a un dettaglio che vale più di ogni recensione: la lista degli ospiti mette insieme Westside Gunn ed Earl Sweatshirt, ruvidi e underground, con Steve Lacy e Thundercat, morbidi e orecchiabili, con Kamasi Washington ai sassofoni a fare da cerniera fra i due mondi — un altro gruppo improbabile, tenuto insieme non da un genere ma dalla fiducia che Badu ripone in chi le sta intorno. Chiamarlo un ritorno, allora, è un errore di prospettiva più che di lessico. Erykah Badu non ha mai lasciato il trono per andarsene altrove: lo ha portato con sé, di collettivo in collettivo, rifiutandosi sempre di farlo coincidere con il calendario delle uscite discografiche. Il disco con The Alchemist non dimostra che la regina è tornata. Dimostra solo che, per l’ennesima volta, ha trovato un’altra famiglia con cui tornare a suonare.
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