Memoria e Futuro

Troppo grandi per stare a galla

di Marco Di Salvo 27 Agosto 2026

Internet è pieno di classifiche di ogni tipo, sfornate da istituti internazionali di ogni provenienza e pubblicate senza sosta sui social, che si prestano a misurare quasi tutto quello che si può contare: il reddito pro capite, il consumo di caffè, la felicità nazionale, le ore di sonno. Sono quasi sempre innocue e quasi sempre inutili, e per questo capita di leggerle con un gusto un po’ colpevole, come le pagine dell’oroscopo. Quella che mi è capitata sott’occhio oggi, però, meritava più di uno sguardo distratto: mette a confronto le città più popolose del mondo nel 1950 e nel 2025, e a guardarla bene racconta molto più di quanto promette.

Nel 1950, infatti, la classifica delle città più popolose del pianeta era, più o meno, una fotografia dell’ordine appena uscito dalla guerra. In testa c’era Tokyo, che usciva da due bombe atomiche e da un’occupazione militare americana; seguivano New York, capitale non dichiarata del nuovo secolo a stelle e strisce, Osaka, Londra ancora avvolta nel crepuscolo dell’impero, Calcutta (si chiamava così, allora), Mosca, Parigi. Erano, quasi senza eccezioni, le sedi di chi il mondo lo amministrava, lo finanziava o lo minacciava. Giacarta non era nemmeno un pensiero: ultima della lista con 3,9 milioni di abitanti, capitale di un paese che aveva appena smesso di essere una colonia olandese e non sapeva ancora bene cosa sarebbe diventato. Settantacinque anni dopo la stessa classifica si è quasi capovolta, e Giacarta ne è oggi la prima della classe: quasi 42 milioni di abitanti, più del doppio di Tokyo, scivolata nel frattempo al terzo posto. Delle venti città nelle due tabelle solo sette compaiono in entrambe — Tokyo, Calcutta, Il Cairo, Shanghai, Mumbai, San Paolo, Città del Messico — a ricordare che la storia urbana non è mai un ricambio totale, ma uno spostamento lento e ostinato di peso da un emisfero all’altro.

La cosa più istruttiva, però, non è la posizione in classifica. È cosa significhi oggi essere la città più grande del mondo, rispetto a cosa significava nel 1950. Perché Giacarta non vive il proprio record come un trionfo: lo vive, letteralmente, affondando. Decenni di estrazione selvaggia di acqua dal sottosuolo hanno svuotato le falde e fatto sprofondare interi quartieri di alcuni centimetri l’anno; la grande diga che dovrebbe proteggere il nord della città dal mare accumula ritardi dal 2020 e non è prevista completa prima del 2030, forse più tardi. Gli scienziati calcolano che entro metà secolo un quarto della città potrebbe finire sott’acqua. La risposta del governo indonesiano, dopo anni di annunci, è stata costruire una capitale nuova di zecca in mezzo alla foresta del Borneo e chiamarla Nusantara: un parlamento avveniristico, un monumento alto ottanta metri a forma di Garuda, l’aquila mitologica simbolo nazionale, eliporti e uffici col tetto verde. Il problema è che mentre Giacarta continuava a crescere fino a diventare la metropoli più popolosa del pianeta, Nusantara restava semivuota: il nucleo della nuova capitale conta oggi poco più di diecimila abitanti, in gran parte operai edili, e i fondi stanziati per il 2026 sono stati dimezzati rispetto all’anno prima. Il presidente Prabowo Subianto ci ha messo piede per la prima volta un anno dopo essersi insediato. Nella stampa internazionale si è già cominciato a scrivere di “città fantasma”, prima ancora che la città sia nata davvero.

Vale la pena notare, per inciso, che anche l’incoronazione di Giacarta è in parte un artefatto statistico. Nel 2018 le Nazioni Unite la collocavano al trentatreesimo posto tra le città del mondo; nel rapporto pubblicato lo scorso novembre è balzata al primo, non perché siano nati undici milioni di abitanti in sette anni, ma perché è cambiato il metodo con cui si stabilisce dove finisce una città e comincia la campagna. Anche la grandezza, si scopre, è una convenzione: nel 1950 a decidere quali città contassero erano gli imperi e i loro censimenti coloniali, oggi lo decide un algoritmo geografico applicato da un ufficio di statistiche a New York. Cambia il criterio, cambia la classifica, restano identiche le persone che vivono dentro quei numeri, senza che nessuno le consulti.

Ed è qui che il capovolgimento si fa interessante fino in fondo. Nel 1950 le città più grandi erano quasi sempre anche le più potenti: chi comandava il mondo ci abitava dentro. Oggi la lista è occupata quasi per intero da metropoli del sud globale — Dhaka, Karachi, Manila, il Cairo — grandi non perché comandano ma perché non riescono a smettere di crescere: inurbamento forzato, crisi rurale, cambiamento climatico che spinge intere province verso le periferie delle capitali. Proprio mentre leggo questa classifica arrivano le confuse notizie di una frana che ha travolto un valico di confine fra Cina e Nepal, nella contea tibetana di Gyirong: vittime e dispersi che a un giorno di distanza le autorità non riescono ancora a contare con precisione. Il fiume che ha rotto gli argini, il Bhote Koshi, nasce fra i ghiacciai del Tibet e scende, attraverso il Trishuli nepalese e il Gandak indiano, dentro il bacino del Gange — lo stesso che, più a valle, forma il delta su cui sorge Dacca: una città che nel 1950 non era nemmeno abbastanza grande da comparire in classifica e oggi, con quasi 37 milioni di abitanti, è la seconda metropoli del pianeta. È la stessa idrologia vista da capi opposti: a monte una frana che fa notizia per un giorno, a valle una popolazione che continua a crescere dentro un delta sempre più fragile. Il Tibet non entra in nessuna classifica di grandi città, e forse è anche per questo che nessuno lo guarda finché non frana.

Anche Tokyo, che pure resta terza, è ormai un altro tipo di gigante: cresce sempre meno, e le proiezioni la vedono scendere a circa trenta milioni entro il 2050 mentre il Giappone invecchia. È grande per inerzia, non per accumulo. Essere la città più popolosa del pianeta, nel 2025, non significa più sedersi al tavolo dove si decide il mondo. Significa, più spesso, essere il luogo dove il mondo scarica i propri squilibri e poi se ne va a dormire altrove — magari in una capitale nuova, costruita apposta per fuggire dal problema invece che risolverlo.

Da qui, l’Italia osserva tutto questo con la faccia sbagliata rivolta al problema. Nessuna città italiana compare in nessuna delle due classifiche, né nel 1950 né oggi: siamo, e siamo sempre stati, irrilevanti nella contabilità della grandezza urbana. Eppure il nostro dibattito pubblico vive ossessionato dal proprio contrario — le culle vuote, lo spopolamento, l’allarme demografico agitato da ogni governo come una clessidra che si rovescia da sola. A Giacarta si affonda sotto il peso di troppa gente; a Roma ci si dispera per quella che manca. Sono entrambe emergenze vere, per carità, ma messe una accanto all’altra restituiscono la misura di quanto la grandezza — tanto quella che si gonfia quanto quella che si svuota — sia sempre meno una promessa e sempre più un problema da amministrare. Forse l’unica vera fortuna, in questa storia, è non finire mai in classifica.

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