Memoria e Futuro
Zur Phänomenologie der Übercazzolen
Prendete una delle tante intelligenze artificiali che ormai sembrano servire solo a questo, (altro che distruggere posti di lavoro) — ce n’è una gratuita per ogni esigenza — e datele in pasto le risposte che Giorgia Meloni ha rilasciato al New York Times nell’intervista firmata da Roger Cohen. Poi chiedetele di farvele leggere con la voce di Ugo Tognazzi nei panni del conte Mascetti: un signore pomposo, leggermente flautato, capace di incantare un vigile urbano con un fiume di parole tecnicamente ineccepibili e semanticamente vuote, una supercazzola perfetta. Provateci prima di continuare a leggere, cambia tutto. O forse nulla. Ma di certo vi verrà da ridere.
Alla domanda su come giudica oggi il ventennio fascista, la premier distingue tra il modo in cui guardiamo quegli eventi oggi e il modo in cui probabilmente li avremmo percepiti se li avessimo vissuti allora: recitata con la cadenza di Mascetti la frase non perde un grammo della sua credibilità apparente, il che dovrebbe preoccupare più della frase stessa, ma si trasforma in quelli che è, una supercazzola. Lo stesso accade sul passaggio dedicato a Donald Trump, quando ammette di aver pensato che la sintonia su immigrazione e battaglie identitarie avrebbe reso tutto facile, salvo constatare che le cose sono andate diversamente: rapporto congelato, non chiuso, esattamente come suonerebbe in bocca a Mascetti la fine di una qualsiasi liaison di provincia. E ancora quando rivendica occupazione, inflazione, sbarchi e spread come indicatori tutti migliori rispetto al passato, senza una parola sul prezzo della benzina tornato a salire: un elenco di numeri veri messo in fila per non dire, in sostanza, nulla di verificabile sul come e sul perché.
C’è però un contrappunto che vale la pena notare, ed è chi quelle risposte le ha raccolte. Cohen usa la tecnica opposta a quella che conosciamo bene dalle nostre parti: non accusa, mostra. Registra che nel pezzo il nome di Mussolini ricorre undici volte, che nell’ufficio del ministro della Difesa Crosetto è appeso anche il ritratto del duce accanto a quello degli altri predecessori, e lascia che sia la citazione sul fascismo definito un periodo complesso a fare il lavoro sporco al posto suo. Sottolinea con eleganza, senza mai dirlo apertamente, la tendenza della premier a sovrapporre costantemente se stessa alla Nazione. Anche questa è una forma di eleganza linguistica — ma usata per rivelare, non per confondere: infatti ha prodotto polemiche vere, non un applauso di cortesia. Altro che gli sguaiati attacchi degli avversari della stampa nostrana. Come spesso dico, basta raccontarli, per farne vedere l’insipienza.
Non è disonestà, quella di Meloni, è tecnica: restare ineccepibili nella forma e indeterminati quanto basta per non essere mai colti in fallo. Mascetti lo faceva per gioco e lo dichiarava, strizzando l’occhio allo spettatore proprio mentre incantava la vittima. Chi oggi governa un paese lo fa sul serio, e nessuno strizza l’occhio a nessuno: la posta in gioco è vera, il pubblico paga le tasse invece di un biglietto del cinema. Il gioco però serve proprio a questo, a separare la sostanza dalla cadenza: se il senso di una frase regge anche filtrato dalla voce di un conte squattrinato di provincia, vuol dire che c’era davvero qualcosa da dire. Se si scioglie in aria come fumo, la domanda successiva è inevitabile — e vale per Meloni come per chiunque altro abbia imparato a governare parlando di tutto senza dire mai niente.
Devi fare login per commentare
Accedi