Salute mentale
Quando “chiedi aiuto” non basta. Il suicidio e la responsabilità di prenderci cura dell’altro
10 settembre – Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio
Qualche tempo fa, guardando con colpevole ritardo Thirteen Reasons Why, mi sono ritrovata a pensare che una delle questioni più interessanti sollevate dalla serie non riguardasse soltanto il suicidio della protagonista, né tantomeno la ricerca di un colpevole (operazione psicologicamente scorretta e umanamente pericolosa) quanto ciò che accade intorno a una persona prima che un gesto diventi irreversibile. In altre parole, quanto siamo ancora capaci di accorgerci davvero degli altri.
È una domanda che assume un significato particolare nel mese in cui, il 10 settembre, ricorre la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio.
Negli ultimi anni la comunicazione sulla salute mentale ci ha abituati, giustamente, a formule come “chiedi aiuto”, “parlane”, “non restare solo”: messaggi necessari, perché il silenzio, la vergogna e lo stigma possono costituire ostacoli enormi all’accesso alle cure, ma che contengono anche un limite sul quale vale la pena soffermarsi. Sono infatti inviti rivolti a chi sta soffrendo, che dovrebbe
riconoscere ciò che gli sta accadendo, riuscire a nominarlo, individuare qualcuno a cui affidarlo e, infine, trovare la forza di rivolgersi a un servizio o a una relazione capace di accoglierlo.
Ma che cosa accade quando è proprio la sofferenza a compromettere questa capacità? E quale responsabilità rimane, allora, a chi vive accanto a quella persona?
Porre la questione in questi termini non significa trasformare amici, genitori, insegnanti o colleghi in psicologi improvvisati, né suggerire che un suicidio possa essere ricondotto all’indifferenza o alla disattenzione di qualcuno. Sarebbe una semplificazione tanto falsa quanto crudele.
Il comportamento suicidario è un fenomeno complesso e multideterminato, nel quale possono concorrere condizioni psicopatologiche, vulnerabilità individuali, esperienze traumatiche, isolamento, violenza, conflitti, difficoltà economiche, malattia, dolore cronico e numerosi altri fattori sociali e ambientali; non sempre, inoltre, il rischio è riconoscibile o prevedibile.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che ogni anno più di 720.000 persone muoiano per suicidio e ricorda che, dietro ogni morte, possono esserci numerosi tentativi. È precisamente questa complessità a rendere evidente come la prevenzione non possa essere consegnata a una spiegazione unica, a una categoria professionale o al solo momento in cui una persona riesce finalmente a formulare una domanda esplicita di aiuto.
C’è, a questo proposito, una contraddizione culturale che merita di essere osservata.
Abbiamo acquisito un vocabolario psicologico assai più articolato di quello disponibile alle generazioni precedenti: parliamo di confini, benessere personale, trauma, burnout, relazioni tossiche, self-care, abbiamo imparato a domandarci se una relazione ci faccia bene, se un ambiente rispetti i nostri bisogni, se qualcuno invada il nostro spazio. È una conquista importante, che ha contribuito a rendere dicibili forme di sofferenza un tempo normalizzate o taciute.
Eppure, mentre diventavamo più capaci di riconoscere ciò che gli altri fanno a noi, non necessariamente siamo diventati altrettanto capaci di osservare ciò che accade agli altri.
L’autonomia, valore indispensabile, rischia talvolta di scivolare silenziosamente nell’autosufficienza, mentre l’altro finisce per acquistare consistenza soprattutto quando entra nel nostro perimetro, quando ci gratifica, ci ferisce, ci limita, ci domanda qualcosa, e molto meno
quando semplicemente esiste accanto a noi e avrebbe bisogno di essere visto.
Terenzio aveva condensato, più di duemila anni fa, qualcosa di simile in una formula destinata ad attraversare i secoli: Homo sum, humani nihil a me alienum puto, ovvero “sono un essere umano, nulla di ciò che è umano mi è estraneo”.
Al di là della fortuna della citazione, vi è contenuta una concezione della convivenza nella quale la vulnerabilità dell’altro non appartiene esclusivamente alla sua sfera privata e non perché ciascuno debba farsene carico in maniera onnipotente, ma perché vivere insieme comporta anche una qualche capacità di lasciarsi interpellare da ciò che accade a chi ci sta accanto.
Il suicidio porta questa questione al suo punto più difficile, perché incrina l’idea che la prevenzione possa cominciare soltanto nel momento in cui qualcuno pronuncia chiaramente le parole “ho bisogno di aiuto”. Una richiesta può essere esplicita, ma può anche assumere forme indirette, ambivalenti, contraddittorie e in alcuni casi può non arrivare affatto.
Questo non autorizza a leggere ogni silenzio come un segnale di intenzionalità suicidaria, né può trasformare le relazioni quotidiane in una sorveglianza permanente del comportamento altrui, ma sicuramente mette in luce l’importanza di saper ascoltare, fare domande, non sottrarsi immediatamente davanti al dolore dell’altro e, soprattutto, riconoscere quando la vicinanza umana non basta più e occorre accompagnare qualcuno verso un aiuto competente.
Non è casuale che l’OMS, attraverso il programma LIVE LIFE, collochi la prevenzione del suicidio entro una prospettiva molto più ampia della sola assistenza psichiatrica, individuando quattro direttrici evidence-based: limitare l’accesso ai mezzi di suicidio, promuovere una comunicazione mediatica responsabile, sviluppare competenze socio-emotive nei giovani e identificare precocemente, valutare, prendere in carico e seguire nel tempo le persone interessate da comportamenti suicidari. A sostenere queste azioni vi sono raccolta e analisi dei dati,
collaborazione multisettoriale, formazione, finanziamento, monitoraggio e valutazione.
Guardare alla prevenzione in questa prospettiva significa riconoscere che la vulnerabilità può emergere nei contesti più diversi, dalla scuola al lavoro, dalla malattia alla solitudine, fino alle esperienze di violenza, lutto o marginalità. La questione, dunque, non è individuare un unico luogo deputato a riconoscere la sofferenza, ma costruire una rete capace di intercettarla senza attendere che sia sempre chi soffre a presentarsi nel posto giusto e con le parole giuste.
L’Italia possiede già alcuni tasselli di questa rete, ma non dispone ancora di una cornice nazionale organica dedicata alla prevenzione del suicidio nella popolazione generale. In ambito sanitario, dal 2008 il Ministero della Salute dispone della Raccomandazione n. 4 per la prevenzione del suicidio del paziente in ospedale, tuttora ricompresa tra le Raccomandazioni ministeriali per la sicurezza
delle cure, che richiama la necessità di valutare il rischio e di predisporre procedure organizzative adeguate. Il significato di un documento di questo tipo va oltre l’adempimento burocratico perché riconosce che la prevenzione non dipende soltanto dalla diagnosi del singolo paziente, ma anche dalla capacità dell’organizzazione sanitaria di accoglierlo, osservarlo, garantire una comunicazione efficace tra professionisti e assicurare continuità alla presa in carico.
Una costruzione più articolata si è sviluppata nel sistema penitenziario, contesto nel quale il rischio suicidario assume caratteristiche specifiche e nel quale, nel tempo, sono state elaborate linee di indirizzo dedicate e un piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie, aggiornati anche nel 2026. I dati, d’altra parte, continuano a restituire la gravità del fenomeno con un aumento
della densità dei suicidi in carcere e dei tentativi, pur a fronte di una diminuzione registrata nel 2025
rispetto all’anno precedente.
Ambiente, relazioni, passaggi critici, qualità della comunicazione tra professionisti e continuità assistenziale non costituiscono semplicemente lo sfondo della prevenzione, ma possono diventarne parte integrante.
È anche alla luce di questa frammentazione di strumenti e competenze che assume rilievo l’attuale dibattito parlamentare.
Alla Camera sono all’esame congiunto quattro proposte di legge, differenti per impostazione, dedicate alla prevenzione del suicidio, al sostegno delle persone in difficoltà, agli atti di autolesionismo e all’assistenza ai sopravvissuti; una di esse dedica particolare attenzione alla
prevenzione del suicidio giovanile e all’accesso tempestivo al supporto psicologico. Al Senato è stato inoltre presentato un disegno di legge, Norme per la prevenzione del suicidio e il supporto alle persone in difficoltà psicologica, orientato verso la costruzione di una strategia nazionale capace di tenere insieme prevenzione, informazione, servizi e differenti contesti sociali.
Nessuna di queste iniziative, al momento, è tuttavia diventata legge e si attende una cornice che ricomponga prevenzione primaria, individuazione precoce del rischio, gestione della crisi, presa in carico, follow-up e sostegno alle persone e alle comunità coinvolte.
La continuità assistenziale è una componente fondamentale della prevenzione al suicidio.
Il pronto soccorso può rappresentarne un luogo essenziale, ma altrettanto importante è ciò che accade dopo una dimissione; il medico di medicina generale e il pediatra di libera scelta possono incontrare persone che non arriverebbero spontaneamente a un servizio di salute mentale, così come possono intercettarle i Dipartimenti di salute mentale, i consultori, i servizi per le dipendenze, le neuropsichiatrie dell’infanzia e dell’adolescenza, i servizi sociali, le strutture ospedaliere, le cure primarie e le Case di Comunità.
Alla stessa rete appartengono, con funzioni e responsabilità differenti, università, luoghi di lavoro, istituti penitenziari, servizi della giustizia minorile, comunità terapeutiche e strutture residenziali.
Non perché ogni ambiente debba trasformarsi in un presidio clinico, ma perché la prevenzione diventa più efficace quando la possibilità di riconoscere una vulnerabilità non è confinata a un unico punto del sistema.
Una responsabilità specifica riguarda anche i media e le piattaforme digitali. Il fatto che l’OMS consideri la comunicazione responsabile sul suicidio una delle principali strategie preventive ricorda che il modo in cui un gesto suicidario viene raccontato, spettacolarizzato, romanticizzato o ridotto a una spiegazione lineare non è privo di conseguenze. Anche l’informazione, dunque, partecipa all’ecosistema della prevenzione e dovrebbe assumersi la responsabilità di raccontare senza trasformare il dolore in spettacolo, evitando semplificazioni causali e offrendo, quando possibile, indicazioni concrete sulle risorse di aiuto.
Accanto alla rete istituzionale associazioni ed enti del Terzo settore possono offrire ascolto, orientamento e accompagnamento, attività di sensibilizzazione e prevenzione.
Le reti di sostegno si rifanno anche ad un termine relativamente poco presente nel linguaggio comune italiano, postvention, con il quale si indicano gli interventi rivolti alle persone e alle comunità colpite da un suicidio, dunque familiari, partner, amici, compagni di scuola e colleghi.
Il suicidio attraversa le reti relazionali e può lasciare dietro di sé dolore, domande senza risposta, rabbia, vergogna e senso di colpa.
Non è casuale che la proposta C.1791 richiami espressamente anche l’assistenza psicologica e il sostegno dei sopravvissuti.
Prevenzione e postvention restituiscono così due momenti diversi di una stessa realtà: la sofferenza individuale non riguarda mai soltanto chi la vive, ma coinvolge anche le persone e i contesti che gli stanno intorno. È anche da qui che acquista nuovamente senso la domanda da cui siamo partiti.
Thirteen Reasons Why ha ricevuto critiche importanti per il modo in cui ha rappresentato il suicidio, e sarebbe ingenuo trasformarla retrospettivamente in un manuale di psicologia. Eppure, quante volte guardiamo qualcuno senza vederlo davvero? E perché una parte così consistente della nostra educazione alla salute mentale continua a concentrarsi su ciò che dobbiamo fare quando siamo noi a stare male, dedicando molto meno spazio a ciò che possiamo imparare a riconoscere quando a stare male è qualcun altro?
Una società che ha imparato a dire “chiedi aiuto” ha compiuto un passaggio fondamentale rispetto a quella che imponeva di tacere. Ma la prevenzione (senza renderla oggetto onnipotente e infallibile di individuazione dei rischi) richiede anche che quell’aiuto esista realmente, sia accessibile e continuativo e che, accanto ai servizi, esistano relazioni e contesti capaci di accorgersi della sofferenza prima ancora che questa riesca a diventare una richiesta esplicita.
Nessuna amicizia può sostituire un Dipartimento di salute mentale, così come nessun servizio può sostituire interamente una comunità nella quale le persone continuano a interessarsi le une alle altre.
Il 10 settembre può ricordarcelo, per il resto dell’anno tocca alle istituzioni, ai servizi e anche a noi.
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