Cronaca

Fentanyl, la droga dell’assenza: cosa sta accadendo negli Stati Uniti e perché l’Europa osserva con paura

8 Maggio 2026

Il fentanyl, nelle immagini che arrivano da San Francisco, Philadelphia o Portland, sembra aver trasformato la dipendenza in un paesaggio umano permanente.
Non colpisce soltanto il degrado urbano o la devastazione sanitaria della crisi degli oppioidi; a inquietare è soprattutto la percezione di una solitudine collettiva diventata improvvisamente visibile.

Persone piegate sui marciapiedi, immobili, quasi sospese, totalmente assenti. Gruppi interi di soggetti uno accanto all’altro, nello stesso spazio e nella stessa dipendenza, nella stessa marginalità, eppure profondamente lontani fra loro, profondamente soli.

È probabilmente questa immagine collettiva ad aver trasformato il fentanyl nel simbolo più inquietante della crisi americana degli oppioidi. Non l’immaginario della trasgressione, dell’eccesso o della ribellione che aveva accompagnato altre droghe in passato, ma qualcosa di molto più cupo, ovvero l’assenza, la sospensione, un corpo immobile che resta presente nello spazio mentre la persona sembra lentamente ritirarsi da esso.

Secondo i Centers for Disease Control and Prevention, negli Stati Uniti le overdose hanno raggiunto livelli storici negli ultimi anni, superando le 100 mila morti annuali nel periodo successivo alla pandemia. Gli oppioidi sintetici, soprattutto fentanyl e derivati, sono stati il principale motore della crisi. I dati più recenti mostrano un calo significativo, ma che arriva dopo una devastazione sociale profondamente radicata, ovvero circa 87 mila morti nei dodici mesi conclusi nel 2024.

Per capire davvero questa crisi bisogna però tornare indietro di almeno trent’anni.
Molti esperti definiscono infatti il fentanyl la “terza ondata” della crisi americana degli oppioidi. La prima fu quella degli antidolorifici prescritti legalmente negli anni Novanta, soprattutto dopo la diffusione massiccia di farmaci come OxyContin; la seconda coincise con il passaggio di molti consumatori all’eroina quando le prescrizioni iniziarono a restringersi; la terza è quella attuale, dominata dagli oppioidi sintetici illegali.

Il fentanyl è un oppioide sintetico utilizzato legittimamente anche in medicina, soprattutto nella terapia del dolore e nelle anestesie. Ma la sostanza illegale che domina il mercato statunitense ha trasformato queste caratteristiche farmacologiche in un disastro sanitario.

L’European Union Drugs Agency ricorda che il fentanyl possiede una potenza almeno 80 volte superiore alla morfina.
Nel mercato illegale questo significa tre cose decisive: bastano quantità minime per produrre migliaia di dosi, il trasporto è estremamente semplice perché servono volumi ridottissimi e i margini economici per il narcotraffico diventano enormi.
Piccole quantità di fentanyl generano profitti giganteschi e rendono il traffico più difficile da intercettare rispetto all’eroina tradizionale.

La questione non si esaurisce in una cornice sanitaria, ma invade anche livelli economici, politici e perfino geopolitici, proprio perché per i cartelli il fentanyl è molto più conveniente e redditizio rispetto ad altri tipi di droghe.

Ciò che rende questa sostanza particolarmente letale è anche il suo ingresso invisibile nel policonsumo. Negli Stati Uniti il fentanyl viene frequentemente mescolato ad eroina, cocaina, benzodiazepine, pillole contraffatte e altre droghe sintetiche.

Molti consumatori non sanno nemmeno di assumerlo e la depressione respiratoria può essere rapidissima e fatale.
Il fentanyl agisce infatti sul sistema nervoso centrale rallentando drasticamente la respirazione fino, nei casi più gravi, quasi a spegnerla. La persona perde progressivamente lucidità, i movimenti diventano rallentati, il corpo cede, il respiro si fa superficiale e insufficiente a ossigenare correttamente l’organismo.

Proprio il fenomeno del policonsumo ci spiega perché il fenomeno non riguardi un’unica categoria sociale stereotipata.
La narrativa semplicistica del “tossicodipendente marginale” non basta più da tempo.
I dati CDC mostrano che le overdose da fentanyl coinvolgono soprattutto adulti giovani tra i 25 e i 34 anni, con prevalenza maschile, ma la crisi attraversa ormai fasce sociali e anagrafiche molto diverse.
Negli ultimi anni sono cresciuti i casi tra persone con disturbi psichici, dolore cronico, dipendenze pregresse, forte isolamento sociale, precarietà economica e condizioni di homelessness.

Il costo di tutto questo è immenso.
La crisi degli oppioidi negli Stati Uniti ha generato negli anni costi stimati in centinaia di miliardi di dollari tra ricoveri, pronto soccorso, perdita di produttività, interventi sociali, carcerazione e trattamenti per dipendenze.
L’impatto economico non si esaurisce al trattamento dell’emergenza, perché le dipendenze da oppioidi sintetici richiedono lunghi percorsi di supporto psichiatrico, strutture dedicate, monitoraggi continui e interventi sociali complessi.

Negli Stati Uniti sono state sperimentate diverse strategie.
Da una parte la distribuzione massiva di naloxone, il farmaco che può invertire temporaneamente l’overdose; dall’altra l’ampliamento dell’accesso a metadone e buprenorfina per trattare la dipendenza da oppioidi.
Sono cresciuti programmi di riduzione del danno, pratiche di “drug checking” per identificare sostanze adulterate, monitoraggio delle prescrizioni mediche e task force contro il traffico internazionale. In alcune città sono state sperimentate anche stanze del consumo controllato e un rafforzamento dei servizi territoriali e psichiatrici.

Alcuni risultati sembrano arrivare. Il recente calo delle morti da overdose negli USA viene collegato proprio alla combinazione di antidoti più diffusi, migliori trattamenti e maggiore attenzione sanitaria.

Nessuna di queste misure però appare davvero sufficiente da sola.

San Francisco è diventata il simbolo di questa ambivalenza. Una città ricchissima che contemporaneamente mostra scene di degrado urbano estremo. Politiche molto orientate alla riduzione del danno convivono con cittadini che percepiscono insicurezza, abbandono e impotenza istituzionale.
La discussione si è trasformata rapidamente in uno scontro ideologico tra chi accusa eccessiva permissività e chi denuncia insufficiente assistenza strutturale.

Anche il modo in cui il fentanyl viene raccontato ha contribuito a trasformarlo in un simbolo globale.
Negli ultimi anni social network e piattaforme video hanno diffuso immagini sempre più estreme di persone piegate nelle strade americane, spesso accompagnate dall’espressione “zombie”.
Scene che circolano continuamente online e che finiscono per trasformare il problema del fentanyl in una sorta di spettacolo permanente del degrado urbano.
Eppure, dietro quelle immagini convivono nello stesso spazio overdose, disturbi psichici, homelessness, dipendenze multiple, povertà e percorsi sanitari interrotti.

Non soltanto droga ma fragilità sociale che diventa visibile e che non è possibile affrontare senza intervenire contemporaneamente su salute mentale, povertà urbana, housing, isolamento sociale e mercato criminale.

L’Europa osserva con crescente preoccupazione.
Secondo l’European Union Drugs Agency, il continente non vive oggi una crisi fentanyl comparabile a quella statunitense. Tuttavia, cresce l’allerta per gli oppioidi sintetici e per nuove sostanze ad altissima potenza, alcuni dei quali risultano persino più potenti del fentanyl stesso.

Dal 2019 il sistema europeo di allerta precoce ha registrato nitazeni in almeno 21 Paesi dell’Unione Europea, mentre sequestri e laboratori clandestini sono aumentati rapidamente.
Il rischio europeo potrebbe quindi non assumere la forma spettacolare vista negli Stati Uniti, ma manifestarsi in modo più frammentato e silenzioso attraverso sostanze da taglio, pillole contraffatte, policonsumo e nuovi oppioidi sintetici difficili da identificare tempestivamente.

L’EUDA segnala inoltre che circa un milione di persone in Europa rientra nella categoria degli “high-risk opioid users”, cioè consumatori ad alto rischio di oppioidi.

E in Italia?
Ad oggi non esistono dati che permettono di affermare che le città italiane si siano trasformate in San Francisco.
Tuttavia, il problema è ormai considerato abbastanza serio da aver portato il Governo italiano, nel 2024, all’adozione di un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici.

La strategia non riguarda soltanto l’inasprimento dei controlli sul traffico illegale, ma prova a costruire una rete preventiva più ampia, che coinvolge sanità, farmacovigilanza, forze dell’ordine e monitoraggio tossicologico.

Una parte centrale riguarda il rafforzamento del Sistema Nazionale di Allerta Rapida sulle Droghe, cioè il meccanismo che permette di individuare tempestivamente nuove sostanze o contaminazioni pericolose nel mercato illegale. L’obiettivo è evitare che il fentanyl possa diffondersi silenziosamente come sostanza da taglio senza essere rilevato in tempi rapidi, come avvenuto negli Stati Uniti.

Il piano prevede inoltre un controllo più stretto sui precursori chimici utilizzati per la produzione degli oppioidi sintetici e una maggiore tracciabilità delle prescrizioni mediche, tema particolarmente delicato considerando che il fentanyl nasce come farmaco legittimamente utilizzato nella terapia del dolore.

Accanto alla dimensione investigativa viene rafforzata anche quella sanitaria, attraverso formazione specifica per medici, farmacisti, personale di emergenza e operatori dei SerD, così da migliorare il riconoscimento precoce delle overdose e dei segnali di abuso.

Particolare attenzione viene data anche alla diffusione del naloxone. Negli Stati Uniti la disponibilità diffusa di questo farmaco è stata considerata uno degli strumenti che hanno contribuito alla recente riduzione delle morti da overdose, e anche il piano italiano insiste sulla necessità di renderlo più accessibile e conosciuto, soprattutto nei contesti più esposti al rischio di policonsumo.

Il piano richiama anche la necessità di rafforzare la raccolta dati, il coordinamento tra istituzioni e il monitoraggio epidemiologico, proprio perché una delle grandi difficoltà europee oggi è capire quanto queste sostanze stiano realmente circolando e in quali contesti.

Nello stesso anno il Sistema Nazionale di Allerta Rapida è stato attivato dopo il ritrovamento di fentanyl come sostanza da taglio in una dose di eroina sequestrata nell’area di Perugia.
Alcuni studi tossicologici italiani mostrano inoltre una presenza ancora limitata ma reale della sostanza in campioni analizzati tra consumatori policomplessi.

In molte grandi città europee, inoltre, la crescente diffusione di sostanze sintetiche nei contesti della nightlife e del policonsumo rende sempre più difficile capire cosa venga realmente assunto.

Oltre la droga
Il fentanyl obbliga anche a una riflessione più scomoda sul modo in cui le società contemporanee affrontano il dolore e la fragilità. Per anni il dibattito sulle droghe è oscillato tra moralismo e spettacolarizzazione, come se bastasse dividere le persone tra colpevoli e vittime, degrado e decoro, legalizzazione e repressione.

La crisi americana mostra come una sostanza possa diventare devastante quando incontra un contesto sociale già logorato da precarietà psicologica, isolamento, sfiducia e incapacità collettiva di gestire la sofferenza.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui il fentanyl inquieta così profondamente anche l’Europa, pur non vivendo ancora una crisi paragonabile a quella statunitense. Non perché esista oggi un’invasione della sostanza nelle città europee, ma perché il fentanyl sembra inserirsi perfettamente dentro alcune fragilità già presenti nelle società occidentali contemporanee: la medicalizzazione crescente del disagio, il policonsumo, la difficoltà di accesso alla salute mentale, l’uso delle sostanze come regolazione emotiva, la normalizzazione dell’anestesia psicologica.

Le immagini che arrivano dagli Stati Uniti rischiano allora di essere lette nel modo sbagliato, non come il ritratto distante di un’America estrema e irriconoscibile, ma come una lente che amplifica contraddizioni che esistono, in forme diverse, anche altrove.

Quando una sostanza riesce a trasformarsi in fenomeno sociale, urbano e culturale, il problema smette di riguardare soltanto chi la assume, ma finisce per raccontare il tipo di società che le si è costruito attorno.

 

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