Famiglia
Invecchiare da soli nelle città italiane, il cohousing come possibile risposta alla solitudine urbana
L’Italia è oggi il Paese più anziano dell’Unione Europea e sempre più persone affrontano la vecchiaia da sole. Secondo i dati ISTAT al 1° gennaio 2025 gli over 65 hanno raggiunto il 24,7% della popolazione italiana, quasi un italiano su quattro.
Dietro questo dato non c’è soltanto un cambiamento demografico, ma una trasformazione molto concreta del modo in cui si vive l’ultima parte della vita, soprattutto mentre si riducono le reti familiari, aumentano le famiglie composte da una sola persona e diventano più fragili le forme spontanee di vicinanza quotidiana.
Sempre più spesso appartamenti acquistati decenni fa per famiglie numerose continuano a essere abitati da una sola persona anziana, che si ritrova a gestire da sola non soltanto costi sempre più difficili da sostenere, ma anche incombenze quotidiane, fragilità fisiche, isolamento relazionale e città che tendono sempre meno ad avere forme spontanee di prossimità sociale.
Per anni il tema dell’invecchiamento è stato affrontato quasi esclusivamente in termini sanitari o previdenziali, mentre molto meno spazio è stato dedicato alla dimensione relazionale della vecchiaia, nonostante la letteratura scientifica descriva con sempre maggiore chiarezza il peso
dell’isolamento sociale sulla salute mentale e fisica.
La meta-analisi pubblicata dalla psicologa Julianne Holt-Lunstad su Perspectives on Psychological Science nel 2015 ha mostrato come solitudine e isolamento sociale siano associati a un aumento significativo del rischio di mortalità.
Gli studi di John Cacioppo, tra i principali studiosi della solitudine contemporanea, hanno inoltre evidenziato correlazioni tra isolamento cronico, depressione, peggioramento cognitivo e maggiore vulnerabilità psicofisiologica.
Dentro questo scenario stanno crescendo modelli abitativi alternativi che fino a pochi anni fa apparivano marginali o quasi eccentrici, mentre oggi iniziano a essere osservati con interesse crescente anche da urbanisti, psicologi sociali e amministrazioni locali. Tra questi, il senior
cohousing, rappresenta uno dei fenomeni più interessanti.
Spesso il cohousing viene confuso con il social housing, ma si tratta di modelli differenti.
Il social housing nasce principalmente come risposta al problema dell’accessibilità economica alla casa e si rivolge a soggetti o famiglie in condizioni di fragilità reddituale.
Il cohousing, invece, mette al centro soprattutto la dimensione relazionale dell’abitare. Le sue origini moderne vengono generalmente fatte risalire alla Danimarca degli anni Sessanta, attraverso il modello del “bofællesskab”, sviluppato come tentativo di contrastare la crescente
frammentazione sociale delle società urbane nord-europee.
L’idea consiste nel mantenere abitazioni private autonome affiancandole però a spazi condivisi e a forme volontarie di mutuo supporto. Non si tratta, come spesso si immagina superficialmente, di una cancellazione della privacy individuale o di una convivenza collettivistica.
Il principio centrale del cohousing è proprio l’equilibrio tra autonomia e prossimità.
Gli abitanti mantengono appartamenti indipendenti, con cucina e spazi privati personali, mentre la condivisione riguarda alcuni ambienti comuni, come sale pranzo, lavanderie, giardini, aree ricreative o spazi culturali, progettati per favorire occasioni spontanee di incontro e supporto reciproco.
In alcuni casi vengono organizzati pasti condivisi volontari, gruppi di acquisto, attività culturali o momenti di socialità strutturata.
Nei modelli più avanzati del Nord Europa il complesso abitativo integra anche servizi sociosanitari leggeri o assistenza domiciliare modulabile, consentendo agli anziani di rimanere nel proprio ambiente abitativo anche in presenza di fragilità crescenti.
Nei Paesi Bassi esistono oggi centinaia di comunità collaborative dedicate agli anziani, mentre Danimarca, Svezia e Germania hanno investito da tempo in modelli abitativi pensati per mantenere insieme indipendenza personale, vicinanza quotidiana e sostegno reciproco, evitando che l’invecchiamento coincida automaticamente con isolamento domestico o istituzionalizzazione precoce.
Anche la Francia ha sviluppato diversi progetti intergenerazionali basati sul principio del “vivre ensemble”, costruiti per favorire prossimità e mutuo sostegno tra anziani e nuclei più giovani.
Il principio alla base è piuttosto chiaro: mantenere più a lungo autonomia, relazioni e qualità della vita riduce non soltanto il senso di isolamento, ma anche il ricorso precoce a forme assistenziali più intensive e costose.
Uno degli aspetti più interessanti del cohousing riguarda proprio il fatto che i benefici non sembrano essere soltanto psicologici o relazionali, ma anche economici e sociali. In molti progetti europei gli spazi condivisi permettono infatti di ridurre una parte significativa dei costi individuali legati all’abitare. Lavanderie comuni, manutenzioni distribuite, servizi condivisi e forme di mutuo supporto consentono spesso di abbassare le spese rispetto a soluzioni completamente individuali, soprattutto nelle grandi città.
In alcuni casi si sviluppano anche forme di “mutuo aiuto leggero”, piccoli supporti quotidiani, accompagnamenti o monitoraggio informale delle fragilità, che permettono di mantenere più a lungo autonomia personale.
Diversi studi europei sull’ageing in community mostrano infatti come ambienti abitativi collaborativi possano contribuire a ritardare l’ingresso in RSA o strutture ad alta intensità assistenziale, mantenendo più a lungo autonomia funzionale e partecipazione sociale.
Al tempo stesso, i costi risultano spesso molto inferiori rispetto a una RSA privata, che in Italia raggiunge oggi una media nazionale tra i 2.500 e i 3.000 euro mensili, con punte nelle grandi città del Nord che arrivano a 4.000-5.000 euro al mese secondo le rilevazioni più recenti.
Naturalmente il cohousing non rappresenta una soluzione universale né sostituisce strutture sanitarie o assistenziali dedicate ai casi di non autosufficienza grave. Funziona soprattutto in presenza di anziani ancora autosufficienti o parzialmente autosufficienti.
Emerge così un vuoto significativo del sistema italiano, perché tra la completa solitudine domestica e l’istituzionalizzazione totale esiste un enorme spazio intermedio ancora poco sviluppato.
Uno degli aspetti meno discussi riguarda la capacità progettuale che si richiede agli stessi abitanti. Costruire una comunità non significa solo condividere una lavanderia o organizzare cene collettive, significa saper scegliere con chi si vuole convivere, negoziare regole di convivenza, attraversare inevitabili conflitti e mantenere nel tempo una fiducia reciproca.
Per persone anziane che arrivano spesso dopo la perdita del partner, dopo decenni di vita familiare tradizionale o semplicemente dopo anni di solitudine consolidata, questo processo non è affatto scontato, ma richiede tempo, accompagnamento e spesso anche la presenza di figure di facilitazione comunitaria.
Nei modelli nord-europei più riusciti questa dimensione è stata presa sul serio fin dall’inizio.
Le comunità nascono in molti casi da processi partecipati che durano mesi o anni prima che gli abitanti si trasferiscano fisicamente.
In Italia, dove il modello è ancora agli inizi, il rischio è invece che si salti questa fase, consegnando agli anziani uno spazio condiviso senza averli aiutati a costruire la comunità che dovrebbe abitarlo.
L’Italia, infatti, continua a muoversi in maniera più frammentata rispetto al Nord Europa. Il ruolo storicamente centrale della famiglia nell’assistenza agli anziani e l’assenza di una strategia nazionale strutturata hanno rallentato la diffusione del senior cohousing, che sta iniziando a svilupparsi soltanto negli ultimi anni, soprattutto grazie a cooperative, fondazioni o iniziative locali.
Milano rappresenta uno dei contesti in cui il tema sta emergendo con maggiore forza. Non soltanto per il costo della vita urbana, ma perché qui l’invecchiamento rischia di assumere caratteristiche particolarmente complesse, tra pensioni spesso insufficienti rispetto ai prezzi cittadini, appartamenti troppo grandi o difficili da mantenere per persone rimaste sole, reti familiari meno stabili rispetto al passato e una quotidianità urbana che tende a privilegiare velocità e produttività più che prossimità sociale.
Negli ultimi anni sono emersi diversi progetti di cohousing dedicati agli over 65 autosufficienti, alcuni promossi dal terzo settore, altri attraverso partnership pubblico-private. Anche Firenze viene spesso citata come laboratorio interessante attraverso esperienze come il Villaggio Novoli, costruito con l’idea di creare contesti abitativi capaci di mantenere insieme autonomia individuale e socialità
quotidiana.
Il tema sta iniziando a entrare anche nel dibattito politico nazionale.
La legge delega 33/2023 sulla non autosufficienza e sull’invecchiamento attivo ha infatti aperto una riflessione sulla necessità di
sviluppare forme intermedie tra assistenza domiciliare e RSA tradizionali, riconoscendo implicitamente che il modello attuale rischia di non essere sostenibile né economicamente né socialmente in un Paese destinato a invecchiare sempre di più.
Per decenni le società occidentali hanno immaginato quasi esclusivamente due possibilità, l’autonomia individuale totale oppure l’istituzionalizzazione assistenziale. In mezzo rimane però una vasta area di fragilità quotidiana che non richiede necessariamente medicalizzazione continua, ma presenza umana stabile, prossimità e reti relazionali affidabili.
È esattamente dentro questo spazio intermedio che il senior cohousing sta iniziando a diventare qualcosa di più di un semplice esperimento abitativo che non riguarda soltanto la terza età, ma il modo in cui le città stanno ridefinendo il significato stesso dell’abitare, della vicinanza e della dipendenza reciproca, delle condizioni relazionali che si attraversano gli ultimi decenni della propria esistenza.
In città sempre più dense e vite sempre più individualizzate, la differenza tra abitare e sentirsi ancora parte di una comunità rischia di diventare enorme.
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