Costume

Fallimento della democrazia e trappola dell’autoisolamento

La crisi della democrazia liberale si intreccia con la capacità del neoliberismo di frammentare e isolare: comuni “alternative” e sinistra istituzionale finiscono per riprodurne le logiche, trasformando la resistenza in autoisolamento e indebolendo ogni progetto collettivo.

12 Marzo 2026

Come il neoliberismo cattura persino chi cerca di resistergli.

In uno scenario di democrazie indebolite e disuguaglianze crescenti le alternative che si presentano come rotture con l’ordine neoliberale finiscono spesso per riprodurne le stesse logiche. Dalle comuni europee alla sinistra istituzionale, la frammentazione e il ripiegamento identitario funzionano come meccanismi che neutralizzano la possibilità di un antagonismo collettivo. La domanda non riguarda più soltanto il fallimento della democrazia, ma la capacità del neoliberismo di colonizzare persino le forme di vita che cercano di opporvisi.

Il fallimento della democrazia e la cattura neoliberale

La democrazia liberale attraversa una crisi profonda, ma ammetterlo significa mettere in discussione non solo le istituzioni, bensì anche le forme di vita che abbiamo assunto come naturali. Riconoscere questo fallimento implica accettare che il sistema non organizza soltanto l’economia: modella anche le soggettività, i desideri e i modi di relazionarci. Per questo è così difficile immaginare delle alternative. E per questo anche chi tenta di uscire dal modello finisce per riprodurne le logiche.

Maurizio Lazzarato lo sottolinea chiaramente in Verso una guerra civile mondiale? Uno degli effetti più efficaci del neoliberismo è la frammentazione dei gruppi subalterni, che restano isolati in lotte parziali, incapaci di articolare un antagonismo comune. Non si tratta di un incidente, ma di un meccanismo strutturale: dividere per governare, separare per neutralizzare.

Questo isolamento assume forme diverse. In Europa proliferano comuni e progetti di vita “alternativi” che rifiutano l’industrializzazione e cercano di tornare a pratiche premoderne. Tuttavia, lungi dal costituire una rottura, molte di queste esperienze finiscono per funzionare come microcomunità autosufficienti, chiuse su se stesse, con regole che escludono chi non può — per ragioni mediche, economiche o sociali — adattarsi. Sono, paradossalmente, espressioni della stessa razionalità neoliberale che dichiarano di combattere: responsabilità individuale, autosufficienza, meritocrazia morale.

La giornalista Paola Dragnic lo ha sintetizzato in un’intervista a El Clarín de Chile: “Siamo tutti neoliberali. La domanda è: quanto neoliberale sono?”. Una verità scomoda: anche le resistenze sono attraversate dalla logica che cercano di contestare.

Neppure la sinistra istituzionale sfugge a questa trappola. Come osserva Nancy Fraser, la frammentazione delle lotte — femministe, ambientali, territoriali, sindacali — ha indebolito la capacità di costruire un progetto comune. Ogni gruppo difende la propria causa, ma l’articolazione strutturale si dissolve. Il risultato è una sinistra che amministra l’ordine invece di contestarlo, intrappolata nella governabilità e timorosa di affrontare il potere economico.

L’isolamento, dunque, non è solo un problema organizzativo: è una deriva sociologica del neoliberismo, che produce soggetti solitari, comunità chiuse e movimenti incapaci di costruire maggioranze. In questo paesaggio la democrazia si svuota, la politica si riduce a gestione e le derive autoritarie trovano terreno fertile.

Superare questa trappola richiede di ricostruire il comune, articolare lotte disperse e recuperare la capacità di immaginare un orizzonte collettivo. Senza questo, la democrazia continuerà a fallire e il neoliberismo continuerà a trionfare persino dove se ne proclama la sconfitta.

Possono esistere comuni di sinistra? Il miraggio dell’alternativa

In diverse regioni d’Europa sono sorte comuni e progetti comunitari che cercano di prendere le distanze dalla civiltà industriale, recuperare pratiche premoderne e costruire forme di vita “alternative”. Tuttavia, queste esperienze, spesso presentate come rotture con l’ordine dominante, riproducono in molti casi logiche escludenti e, paradossalmente, profondamente neoliberali. La loro apparente radicalità convive con una struttura sociale che rimane intatta.

Queste comuni stabiliscono regole che, pur ispirate a ideali di autosufficienza e ritorno all’essenziale, escludono chi non può — per ragioni mediche, economiche o sociali — conformarsi. L’esclusione non è un effetto collaterale: è parte del loro funzionamento. Come ricorda Lazzarato, il neoliberismo frammenta deliberatamente, favorendo la proliferazione di gruppi isolati che si ritirano in se stessi e rinunciano a contestare l’ordine generale. In questo senso, queste comunità funzionano come spazi in cui ritirarsi, non come progetti capaci di articolare un antagonismo collettivo.

La rinuncia a certi traguardi della modernità — come l’accesso garantito all’acqua calda, all’energia o a un’infrastruttura sanitaria — diventa un gesto simbolico che non altera i rapporti di potere. I bagni a secco non fanno la rivoluzione: chi vive così per necessità non desidera perpetuare quella precarietà, e chi lo fa per scelta dispone spesso di capitale economico, culturale o sociale che gli permette di trasformare l’austerità in stile di vita. La dignità, invece, implica l’accesso universale ai servizi di base, cosa perfettamente possibile se l’approvvigionamento energetico non fosse catturato da interessi imprenditoriali.

Nella prospettiva di Lazzarato, queste comuni incarnano una forma di neoliberismo di sinistra: non affrontano il sistema, ma coesistono con esso, funzionando come valvole di sfogo che canalizzano il malessere senza mettere a rischio la struttura. La responsabilità individuale — produrre, gestire, autoapprovvigionarsi — sostituisce l’azione collettiva e la lotta politica. La critica si sposta dal piano strutturale a quello morale: vivere “correttamente” diventa più importante che trasformare le condizioni materiali che producono disuguaglianza.

Queste ‘alternative’, lungi dal mettere in discussione l’ordine neoliberale, lo rafforzano. Concentrandosi su pratiche individuali o comunitarie scollegate dal conflitto sociale più ampio, contribuiscono alla frammentazione di cui il neoliberismo ha bisogno per governare. Il ripiegamento sul piccolo, sul locale o sull’autosufficiente non costituisce una minaccia per il potere; al contrario, lo libera dalla pressione di rispondere a rivendicazioni collettive. Come osserva Wendy Brown, la privatizzazione della vita — trasformare ogni problema in una questione personale o comunitaria — è uno dei meccanismi più efficaci della depoliticizzazione contemporanea.

Il rischio, dunque, non risiede nell’esistenza di queste comuni, ma nella loro incapacità di articolarsi con lotte più ampie. Senza un legame coi conflitti strutturali — concentrazione economica, finanziarizzazione, precarizzazione del lavoro, crisi ecologica — queste esperienze finiscono per funzionare come spazi di adattamento, non di trasformazione. La critica diventa estetica; la politica, uno stile di vita.

In un contesto di democrazie indebolite e disuguaglianze crescenti, la proliferazione di alternative che non interpellano il potere ma si adattano ai suoi margini rivela un paradosso inquietante: persino le forme di vita che si proclamano anticapitaliste possono, senza volerlo, riprodurre la razionalità neoliberale che dichiarano di combattere.

 

Pubblicato sulla NewsLetter di PuntoCritico del 6 marzo 2026.

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