Partiti e politici
Salis, Genova e la politica che non ha bisogno di nemici
Metodo, consenso e una piazza piena a Genova: perché la politica che non urla è una risorsa, non una debolezza.
Ho ricevuto su un articolo precedente molti commenti entusiastici e anche qualche critica. Una in particolare, firmata da un amico brain, ha sollevato obiezioni educate e puntuali che meritano risposta, forse l’inizio di una conversazione, che è esattamente il tipo di esercizio che il campo progressista dovrebbe praticare molto più spesso con se stesso, prima ancora che con i propri avversari.
Comprendo il fastidio per un certo eccesso profetico nel racconto di Salis come figura politica emergente. Chi proietta troppo in fretta, troppo lontano, finisce per fare un torto alla stessa persona che intende sostenere: le appende al collo aspettative che non ha avanzato, e invita le critiche più prevedibili. Su questo l’amico brain ha buon gioco, e sarebbe disonesto non riconoscerlo.
Comprendo anche la riserva su Genova: una città con quella storia, quella complessità demografica e quella eredità industriale, non è una pedina da spostare sulla scacchiera nazionale prima che il mandato abbia preso forma. Chi amministra deve stare dove ha detto che stava. Non è una norma moralistica, è semplicemente rispetto per il patto con i propri elettori. Fin qui, nessun disaccordo sostanziale. Ma comprendere non significa accogliere in toto. E c’è un punto nel ragionamento dell’amico brain che mi sembra scivolare in una direzione problematica, non per cattiva fede – tutt’altro – ma per un’abitudine mentale fin troppo diffusa a sinistra: quella di usare le iperboli altrui per squalificare il fenomeno che quelle iperboli descrivono.
Che l’articolo a cui risponde contenesse qualche slancio retorico di troppo è possibile, anzi probabile. Ma liquidare il dj set di Charlotte de Witte come mossa da press agent, e il confronto con Meloni come rivalità costruita a tavolino sul modello Loren-Lollo, significa confondere il racconto con la realtà che il racconto descrive. Ventimila persone in piazza a Genova, per un evento gratuito che parla un linguaggio che la politica nazionale non sa parlare, non è una scenografia. È un fatto. E i fatti politici non smettono di essere fatti perché qualcuno li racconta male. C’è un equivoco che vale la pena sciogliere, perché è al cuore di questa discussione. Quando si parla di comunicazione politica efficace – di dj set, di piazze piene, di un linguaggio capace di raggiungere chi non ascolta i comizi – non si sta parlando di estetica. Si sta parlando di strategia. La comunicazione non è il vestito che si mette sopra alla politica. È il mezzo attraverso cui la politica diventa partecipazione, identità, appartenenza. Chi lo capisce governa; chi lo ignora, o lo tratta con il distacco dell’intellettuale che non vuole sporcarsi, o scrive ottimi articoli dall’opposizione. L’Italia degli ultimi anni ha prodotto esempi abbondanti di entrambe le categorie. Quello che rende interessante il metodo di Salis – e si badi, non si sta canonizzando Salis, si sta parlando di un metodo – è precisamente che non divide. Non costruisce il consenso sul nemico, non alimenta la pancia, non identifica ogni settimana un nuovo capro espiatorio. Costruisce il consenso sulla gioia collettiva, sull’apertura, su una città che funziona meglio di ieri. È uno strumento che unifica invece di spaccare, e questa non è un’osservazione estetica, è una differenza politica fondamentale rispetto alla macchina comunicativa che ha dominato il paese per anni, costruita sistematicamente sulla paura, sul risentimento e sull’indignazione calibrata. Che questo metodo appartenga a Salis, o a qualcun altro che arriverà dopo di lei, è una questione secondaria. La questione primaria è che esiste, funziona, e il campo progressista farebbe bene a smettere di analizzarlo con il microscopio dell’autenticità rivoluzionaria e cominciare a usarlo.
L’amico brain conclude chiedendosi se Salis sia davvero fit per il ruolo nazionale. È una domanda legittima, e la risposta onesta è: non lo sappiamo ancora. Forse sì, forse no, forse tra tre anni la risposta sarà più chiara. Ma attenzione: questa non è la domanda più urgente. La domanda più urgente è un’altra: come si vince la prossima tornata elettorale nazionale contro una destra che, pur non avendo prodotto nulla di rilevante se non autocompiacimento e decreti identitari, dispone ancora di una macchina comunicativa capillare, di una base emotivamente fidelizzata e di un’opposizione che dedica energie preziose a smontare i propri potenziali candidati invece di costruire una proposta credibile? Non importa quale volto guiderà quella proposta – Salis, qualcun altro, una coalizione di facce nuove. Importa che la proposta esista, che sia comprensibile, che parli il linguaggio delle persone invece di pretendere che le persone imparino il linguaggio della politica. Importa, in una parola, vincere. Perché altri cinque anni di focaccia indigesta, mangiata guardando un governo che si autoincensa mentre il paese si svuota, non è un lusso che molti possono permettersi.
Non posso chiudere senza una parola sulla Scala Bersani, che è la cosa più generosa e più malinconica dell’intero articolo dell’amico brain. Pierluigi Bersani è – senza aggettivi superlativi che lo farebbero arrossire – uno dei pochi politici italiani degli ultimi decenni che abbia dimostrato di avere a cuore il paese più della propria carriera. Ha pagato questa coerenza a caro prezzo, e si è rialzato con una dignità che in politica è diventata merce rara.
Aggiungo solo questo: Bersani sarebbe un presidente della Repubblica di straordinaria qualità. Non per consolazione, non perché il Quirinale sia un parcheggio per i migliori che il sistema non riesce a utilizzare altrove, ma perché quel ruolo richiede esattamente ciò che lui ha dimostrato di saper fare: parlare a tutti, tenere insieme, dire cose difficili in modo che nessuno si senta escluso. È una forma di autorevolezza che non si improvvisa e non si costruisce con la comunicazione, ma si costruisce con decenni di scelte coerenti.
Se la Scala Bersani un giorno dovesse misurare anche i candidati al Colle, ho il sospetto che il suo ideatore scoprirebbe che il parametro di riferimento era già lì, davanti a lui, fin dall’inizio.
Genova insegna una cosa a chi la frequenta abbastanza: che le città vere non hanno bisogno di essere trampolini per nessuno. Bastano a se stesse. Vale per la città, vale anche per qualunque dibattito. La domanda non è se Salis sia la risposta giusta, è se stiamo finalmente imparando a fare le domande giuste. Per ora, ci accontentiamo di questo.
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