È tempo di pensare una vera governance del caldo, in un'epoca nella quale il clima sarà sempre meno amichevole, per gli uomini, soprattutto nelle città

Clima

Serve una governance del caldo: pensiamoci ora, mentre finisce l’estate più fresca dei prossimi trent’anni

L’estate più calda di sempre sta finendo. La prossima sarà peggio. Qualche temporale non basta per dimenticare che siamo dentro al più violento e doloroso cambiamento climatico che gli umani ricordino. E che serve una governance del clima, perchè questa non è più un’emergenza.

26 Agosto 2026

Abbiamo passato anni a dividerci tra catastrofisti e negazionisti. Tra chi annunciava la fine del mondo e chi sosteneva che il cambiamento climatico fosse un’invenzione, o comunque non dipendesse dall’azione umana. Una contrapposizione sterile, che ha spesso impedito di affrontare la questione per quello che anzitutto è: un problema concreto di governo dei territori. Oggi rischiamo una nuova polarizzazione. Da una parte chi sostiene che la risposta al caldo sia piantare alberi ovunque; dall’altra chi ricorda che non tutte le città possono essere trasformate in boschi urbani e che esistono luoghi — Piazza del Campo a Siena, Piazza San Pietro, Piazza della Signoria a Firenze — la cui identità e funzione non consentono interventi di questo tipo. Una piazza non è necessariamente un giardino. Il vuoto urbano è una scelta dell’urbanistica e dell’architettura: è spazio pubblico, relazione, prospettiva, storia. Aggiungere vegetazione ovunque, senza comprendere il carattere dei luoghi, rischia di diventare un esercizio simbolico. Questo non significa che gli alberi non siano una delle risposte più efficaci al calore urbano. Significa che una singola soluzione non può diventare la risposta universale a un problema che presenta contesti ed effetti molto diversi.
Il caldo estremo ci sta chiedendo qualcosa di più difficile: governance.

Il caldo non è più un’emergenza

Continuiamo a parlare di “emergenza caldo”. Ma un’emergenza, per definizione, interrompe la normalità. Il problema è che il caldo estremo sta diventando parte della nostra nuova normalità climatica. Questo non significa rassegnarsi. Significa organizzarsi. Se sappiamo che le ondate di calore saranno più frequenti, intense e lunghe, non possiamo aspettare ogni volta l’allerta meteo per domandarci cosa fare. Dobbiamo incorporare il clima nei processi ordinari di governo. Il caldo attraversa contemporaneamente salute, urbanistica, mobilità, energia, edilizia, welfare, protezione civile, lavoro, scuola e assistenza alle persone fragili. Un’ondata di calore può aumentare i consumi elettrici, mettere sotto pressione le reti energetiche, accrescere i rischi sanitari, ridurre la produttività, rendere alcuni spazi urbani difficilmente utilizzabili e amplificare disuguaglianze già esistenti. Per questo non basta un piano caldo. Serve una governance del caldo.

Portare il clima dentro le decisioni

Come ha osservato Francesco Musco, oggi manca una vera cabina di regia capace di coordinare competenze diverse e attrezzare i territori alla nuova normalità. Ma credo serva un passo ulteriore. Una cabina di regia coordina una risposta. La governance cambia il modo stesso in cui prendiamo le decisioni. Il clima non può essere un capitolo aggiuntivo dei documenti strategici, una delega dell’ufficio ambiente o qualcosa da attivare quando arriva l’allerta. Deve diventare una variabile ordinaria delle decisioni pubbliche.
Quando progettiamo una piazza dobbiamo chiederci come funzionerà durante un’ondata di calore. Quando costruiamo una scuola, quale sarà il comfort climatico degli studenti. Quando programmiamo la mobilità, cosa significa attraversare una città a 40 gradi. Quando definiamo un piano urbanistico, dobbiamo sapere dove sono le isole di calore, dove manca ombra e dove vivono le persone più vulnerabili.
Questa è governance climatica: portare il clima dentro ogni decisione, non aggiungere decisioni sul clima.

Il pragmatismo dei territori

Noi tecnici sappiamo che le città non sono laboratori astratti. Sono sistemi complessi, stratificati, pieni di vincoli, memorie, patrimoni, interessi e funzioni diverse.
Non esiste una soluzione buona sempre e comunque. Un albero può essere la scelta migliore in una strada fortemente mineralizzata e densamente abitata, ma non in una piazza storica dove il rapporto tra spazio costruito e spazio aperto è parte dell’identità del luogo.
In alcuni casi serviranno alberi. In altri pergolati, tende, fontane, materiali diversi, ombreggiamenti, acqua, raffrescamento passivo, ventilazione naturale, riqualificazione degli edifici. Soprattutto, serviranno combinazioni di soluzioni. Il pragmatismo non è il contrario dell’ambizione climatica. È il modo per renderla possibile.
Dobbiamo uscire dalla logica della risposta simbolica — “quanti alberi abbiamo piantato?” — ed entrare in quella della prestazione climatica dello spazio urbano: quanto abbiamo ridotto l’esposizione al calore delle persone che vivono e attraversano un determinato luogo?

La città come infrastruttura di protezione

La vera sfida è trasformare la città in un’infrastruttura di protezione climatica. Una città resiliente al caldo non è soltanto più verde: è una città nella quale sia possibile muoversi, lavorare, studiare e incontrarsi senza essere continuamente esposti a condizioni climatiche pericolose.
Significa creare reti di luoghi freschi e accessibili, proteggere i percorsi più esposti, intervenire su edifici e spazi pubblici, utilizzare i dati per capire dove il calore produce maggiore rischio e non semplicemente dove è più facile intervenire. E significa costruire una governance multilivello. Il Comune non può fare tutto. La Regione non può fare tutto. Lo Stato e l’Europa nemmeno. Servono responsabilità chiare, dati condivisi, standard comuni, risorse coerenti e coordinamento tra istituzioni.
La prova, però, non è ciò che facciamo durante un’ondata di calore. È ciò che abbiamo fatto prima.
Se ogni estate ricominciamo da capo, non abbiamo costruito una governance. Servono indicatori, responsabilità, budget, protocolli, mappe delle vulnerabilità e obiettivi verificabili, integrati nei piani urbanistici, della mobilità, energetici e sanitari. Perché il punto non è più stabilire se il caldo sia un’emergenza. È riconoscere che il clima è ormai una delle condizioni strutturali dentro cui governiamo le città.
Questo ci obbliga a passare dall’emergenza alla prevenzione, dalla singola misura alla strategia, dalla competenza settoriale alla governance. E permette forse di superare anche l’ennesima contrapposizione: alberi sì, alberi no.

La domanda vera, però,è un’altra: come vogliamo che sia una città quando farà sempre più caldo?

La risposta a questa domanda non può essere una singola misura, o la triste consapevolezza che quella passata è stata l’estate più fresca delle prossime che verranno. La risposta arriverà solo se chi è chiamato a decidere capisce che la strada è quella di governare il futuro climatico, che farlo ha dei costi, anche economici, ma che non farlo ha costi umani ed etici non sostenibili per chi ha davvero a cuore la vita dei cittadini.

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