Acqua

Sete d’Europa. Chi litiga per l’acqua (e chi no)

Viaggio tra Francia e Spagna sulla gestione dell’acqua. Rimunicipalizzazioni, trasvasi contesi, desalinizzazione, PFAS. Un tema caldissimo ovunque che non entra nel dibattito politico italiano.

4 Settembre 2026

Fine agosto, aeroporto di Charleroi. L’attesa tra un imbarco e l’altro. Per ingannare il tempo sfoglio il nuovo numero del Nouvel Obs. Nel sommario un reportage sulla “police de l’eau” nel Loir-et-Cher. Un dossier sulla Murcia alle prese con la desalinizzazione. L’editoriale, firmato dal vicedirettore Sylvain Courage, s’intitola “La politique du verre d’eau”, la politica del bicchiere d’acqua. Parte da una constatazione semplice quanto scomoda. In un paese abituato da sempre ad avere acqua in abbondanza, l’adattamento alla scarsità idrica si annuncia doloroso. I conflitti sul suo utilizzo non potranno che moltiplicarsi.

Dumont e il bicchiere d’acqua. Il titolo richiama a un’immagine diventata proverbiale nella storia politica francese. Il 19 aprile 1974, chiudendo il suo intervento nella campagna elettorale ufficiale per le presidenziali, il candidato ecologista René Dumont si portò alle labbra un bicchiere d’acqua davanti alle telecamere. Dumont era agronomo, il primo a presentarsi sotto la bandiera ecologista in Francia. Avvertì gli elettori che, di quel passo, l’acqua sarebbe presto mancata anche a un paese come il loro. All’epoca la sua uscita fu liquidata come una boutade. Oggi, mezzo secolo dopo, è citata come una profezia, mancata solo nei tempi.

Non è un caso che Courage ripeschi Dumont proprio adesso. A meno di un anno dalle presidenziali del 2027, l’acqua è entrata di diritto tra i temi di campagna. I candidati iniziano a differenziarsi sul punto. Jean-Luc Mélenchon, che corre per la quarta volta con La France insoumise, ne ha fatto quasi un cavallo di battaglia istituzionale. Nel discorso di lancio della sua campagna a Saint-Denis, il 7 giugno 2026, ha proposto di sostituire le tredici regioni francesi con altrettante “ecoregioni” ridisegnate sui bacini idrografici dei grandi fiumi. L’obiettivo dichiarato è “zero inquinamento e zero esaurimento della risorsa”, primo compito di un nuovo livello amministrativo. È un progetto ancora “in pasta da modellare”, per usare l’espressione di uno dei suoi stessi deputati. Ha però avuto il merito, riconosciuto anche da chi lo critica, di aver riportato l’acqua al centro del dibattito. Su un versante opposto si collocano le forze più vicine al mondo agricolo e alla destra. Nel suo programma per le presidenziali del 2022, poi in gran parte confermato nella linea successiva, il Rassemblement National di Marine Le Pen ha sostenuto la necessità di facilitare la costruzione di riserve idriche e bacini di stoccaggio per l’irrigazione, le stesse “bassines” contestate dai movimenti ambientalisti. Nell’area centrista, Marc Fesneau, ministro dell’Agricoltura ed esponente del MoDem, ha difeso una linea pragmatica fatta di bacini, ricarica delle falde ed efficienza idrica insieme. Ha respinto l’idea di una scelta netta tra favorevoli e contrari alle bassine.

Immagine di un bassine.
Immagine di un bassine.

Il quadro europeo. In questa cornice, il dibattito pubblico a livello UE vede contrapposti chi vuole ripensare le istituzioni attorno all’acqua e chi difende un modello agricolo che ne dipende, che vale la pena rileggere le vicende raccolte in questo dossier. C’è un paradosso che attraversa l’intera politica idrica europea. Bruxelles costruisce, pezzo dopo pezzo, l’architettura di una “resilienza idrica” continentale. La Water Resilience Strategy, varata nel giugno 2025, è stata approvata dal Parlamento con 470 voti a favore e appena 81 contrari. Sul terreno, però, l’acqua resta un campo di battaglia locale. Ci sono municipalità che si riprendono le proprie reti dalle multinazionali. Regioni che si contendono lo stesso fiume in tribunale. Sostanze chimiche invisibili che si infiltrano nelle falde mentre i governi negoziano proroghe. Alcune vicende, distanti tra loro per geografia e materia, raccontano bene questa distanza tra la visione europea e la sua attuazione. La rimunicipalizzazione dell’acqua in Francia e il lavoro quotidiano, spesso paradossale, della “police de l’eau” che ne controlla gli usi in tempo di siccità. Il conflitto pluridecennale tra Murcia e Castiglia-La Mancia per il trasvaso Tago-Segura, e la scommessa murciana sulla desalinizzazione come alternativa. La battaglia sui PFAS, gli “inquinanti eterni”. E, a fare da contrappunto, il silenzio quasi totale della politica italiana su questi stessi temi.

La Francia e il ritorno del pubblico. Pochi paesi come la Francia incarnano con più efficacia la vicenda della privatizzazione idrica. Le due multinazionali che oggi dominano il mercato mondiale dell’acqua sono Veolia, nata nel 1853 come Générale des Eaux, e Suez, fondata nel 1880 come Lyonnaise des Eaux. Sono cresciute grazie a decenni di concessioni comunali francesi, spesso accompagnate da episodi di corruzione. Il caso più clamoroso resta quello di Grenoble. L’ex sindaco Alain Carignon finì condannato a quattro anni di carcere per una tangente legata proprio a un contratto con Lyonnaise des Eaux. Fu proprio Grenoble, nel 2000, a diventare la prima grande città francese a rimunicipalizzare il servizio idrico, dopo cinque anni di battaglia giudiziaria. Il caso più studiato, però, è quello di Parigi. Dal 1985 la capitale aveva affidato la gestione a Veolia e Suez, che si erano spartite rispettivamente la Rive Droite e la Rive Gauche. Il primo gennaio 2010 il Comune, guidato all’epoca da Bertrand Delanoé, ha ripreso il controllo diretto creando l’azienda pubblica Eau de Paris. I risultati, nei primi anni, sono stati citati in tutta Europa come un caso di scuola. Il prezzo dell’acqua è sceso dell’8% dal 1° luglio 2011, dopo che durante la gestione privata era aumentato del 260% in venticinque anni. Il risparmio stimato tra il 2011 e il 2015 è stato di 76 milioni di euro. I guadagni della nuova gestione pubblica, circa 35 milioni di euro l’anno, sono stati reinvestiti interamente nel servizio invece di finire in utili distribuiti agli azionisti, insieme a 70 milioni investiti ogni anno in rete e qualità. Sono state introdotte misure sociali per le famiglie a basso reddito, incluse quelle in situazione abitativa irregolare.

L’onda lunga di Parigi ha coinvolto altre città. Cherbourg, Brest, Nizza, Montpellier nel 2016, un caso definito “particolarmente significativo” perché roccaforte storica dei laboratori di ricerca di Veolia e Suez. E poi Lione, Annecy, Bordeaux. Eppure il quadro resta lontano da una svolta strutturale. Ancora oggi il 75% dei servizi idrici francesi, e metà di quelli igienico-sanitari, sono in mano privata, con Veolia e Suez in posizione dominante. Il modello francese, va detto, non è la privatizzazione integrale del sistema britannico, dove le reti furono vendute in blocco sotto Margaret Thatcher. Si tratta di concessioni. Le municipalità restano proprietarie delle infrastrutture e regolano le tariffe, mentre l’azienda privata si occupa della distribuzione. Un compromesso che, secondo i critici, ha comunque permesso a poche società di mantenere posizioni di monopolio locale per oltre un secolo.

La macchina amministrativa. Sul terreno, però, la rimunicipalizzazione riguarda solo chi gestisce l’acqua, non chi ne controlla l’uso quotidiano in tempo di crisi. Ed è qui che la macchina amministrativa francese mostra tutte le sue contraddizioni. Il reportage del Nouvel Obs nel Loir-et-Cher segue per una giornata la “police de l’eau”, gli agenti dell’Office français de la biodiversité incaricati di far rispettare le restrizioni imposte dai prefetti durante la siccità. Il quadro che emerge è quello di un sistema estremamente frammentato. Il dipartimento è diviso in sedici settori idrologici, ciascuno classificato in un diverso livello di allerta. Vigilanza, allerta, allerta rinforzata, crisi. La classificazione si basa su stazioni di misurazione, osservazioni sul campo e persino segnalazioni di altri cittadini. Per fare un esempio, un venerdì di metà agosto, mentre il sud del dipartimento era già in stato di crisi massima, l’asse del fiume Loir non era sottoposto ad alcuna restrizione, grazie alla falda di Beauce ancora ben rifornita dalle piogge invernali.

Il lavoro sul campo della “police de l’eau”. Le conseguenze pratiche di questa geografia normativa producono situazioni che gli stessi funzionari definiscono al limite dell’assurdo. Il reportage racconta di un campo da calcio comunale a Cour-Cheverny lasciato inaridire fino a diventare impraticabile. La candidatura del comune a ospitare una gara di Coppa di Francia è stata ritirata proprio per questo. A pochi chilometri di distanza, invece, i venti green del vicino golf club restano protetti da irrigazione mirata. La giustificazione è che ripristinare un tappeto erboso di quel tipo costerebbe tra i 200.000 e i 300.000 euro. Poco oltre, gli agenti sorprendono una stazione di autolavaggio che utilizzava un impianto a rulli privo del sistema di riciclo dell’acqua richiesto in periodo di crisi. Rischia una sanzione fino a 1.500 euro. A pochi metri, le piste di lavaggio ad alta pressione, che consumano meno acqua, restano regolarmente autorizzate. Nello stesso momento, un automobilista si mette a lavare personalmente il sottoscocca della propria auto con un tubo. Attività perfettamente legale secondo la normativa vigente. In un solo mese, nel dipartimento sono stati effettuati quasi 300 controlli, soprattutto presso privati ma anche agricoltori, aziende ed enti locali, con una dozzina di procedimenti avviati. Un’attività che assorbe ormai tra l’80 e il 90% del tempo di lavoro degli agenti, a fronte di un organico che dovrebbe prevedere quindici persone ma ne conta tredici, con due posti vacanti.

la police de l'eau in azione
La police de l’eau in azione.

Spagna, due regioni, un fiume, decenni di tribunali. Se la Francia racconta un conflitto tra modelli di gestione, la Spagna mette in scena uno scontro più elementare. Chi ha diritto a un fiume quando non basta per tutti. Il Trasvase Tajo-Segura, inaugurato nel 1979 dopo dieci anni di lavori, è tra le opere di ingegneria idraulica più grandi mai realizzate nel paese. 286 chilometri di canali e gallerie deviano l’acqua del Tago, il fiume più lungo della penisola iberica, dai bacini di Entrepeñas e Buendía fino al bacino del Segura. Servono a irrigare quasi 150.000 ettari di coltivazioni intensive tra Murcia, Alicante e Almería, la stessa “huerta d’Europa” di cui abbiamo già parlato.

Il problema è che il Tago nasce e scorre per gran parte del suo corso in Castiglia-La Mancia, regione che da decenni denuncia lo svuotamento della propria testata fluviale a beneficio del sud-est. Dal 2019 il Tribunale Supremo spagnolo ha ribadito almeno sei volte che l’applicazione della Direttiva Quadro europea sulle Acque obbliga la Spagna a rivedere il modo in cui gestisce questi trasvasi, imponendo il rispetto di portate ecologiche minime. Anni di braccia di ferro politico tra le due amministrazioni regionali hanno però impedito di ridisegnare un sistema capace di conciliare le due esigenze. Nel 2026 lo scontro si è fatto ancora più acceso. A maggio il Tribunale Supremo ha respinto il ricorso del Sindacato Centrale dei Regnanti dell’Acquedotto Tago-Segura contro la revisione del piano idrologico del Tago, dando ragione, sulla carta, a Castiglia-La Mancia. Il presidente regionale Emiliano García-Page ha parlato della “più importante battaglia idrica vinta dopo decenni di tribunali”. Ha lamentato però che le sentenze favorevoli restano spesso lettera morta. Dei 1.450 milioni di euro promessi da Madrid per compensare gli agricoltori del sud-est in caso di tagli al trasvaso, risulta erogato solo circa il 5%. Poche settimane dopo, a giugno, il governo centrale ha comunque autorizzato un nuovo invio di 120 ettometri cubi verso Alicante, Murcia e Almería per i mesi di luglio e agosto. Castiglia-La Mancia ha presentato un nuovo ricorso, accusando l’esecutivo di aver esaurito i termini per riformare le regole di gestione senza averlo fatto. Nel frattempo un dato che i tecnici definiscono paradossale. Nello stesso anno idrologico il Tago ha già trasferito al Portogallo, in base alla Convenzione di Albufeira, oltre il 113% del minimo annuo garantito, pari a 3.054 ettometri cubi contro i 2.700 dovuti. Segno che il problema non è solo la scarsità assoluta d’acqua, ma la rigidità di accordi e infrastrutture pensati in un’epoca diversa.

 

L'imponenza del trasvase Tajo-Segura
L’imponenza del trasvase Tajo-Segura.

La Murcia e il mare da bere. Se il Tago-Segura racconta il conflitto sul trasferimento di un fiume, la stessa regione di Murcia offre secondo il Nouvel Obs il rovescio della medaglia. La scommessa su una risorsa che, a differenza dei fiumi, nessuno può reclamare come propria. La Murcia è una delle zone più aride di Spagna e tra le aree europee con la piovosità più bassa in assoluto. Eppure il suo territorio, la storica “huerta” coltivata fin dal IX secolo in epoca islamica, continua a produrre ed esportare intensivamente frutta, verdura e agrumi. Il pilastro di questo equilibrio precario è limpianto di dissalazione di Valdelentisco, nella baia di Mazarrón, inaugurato nel 2008. È tra i più grandi del suo genere in Spagna, uno dei paesi pionieri in Europa su questa tecnologia e tra i primi cinque al mondo per capacità installata, con oltre 700 impianti attivi sul territorio nazionale.

Il funzionamento ricalca il processo standard a osmosi inversa. L’acqua marina viene ripulita da sabbia e antracite, poi spinta ad alta pressione attraverso membrane che trattengono il sale, per essere infine leggermente remineralizzata prima della distribuzione. Ciò che colpisce nel caso murciano è la destinazione d’uso. Secondo Francisco Baratech Torres, presidente dell’ente pubblico Aguas de las Cuencas Mediterráneas che gestisce il sito, negli ultimi tre anni la ripartizione media è stata del 40% per il consumo umano e del 60% per l’irrigazione agricola. L’impianto produce oggi 126.000 metri cubi di acqua dissalata al giorno, sostenuto anche da pannelli solari installati dal 2012. A questo si affianca un secondo pilastro, il riutilizzo delle acque reflue urbane. La regione tratta e ricicla quasi il 100% delle acque provenienti dalla propria rete urbana, potabili, grigie e piovane, destinandole in parte agli agricoltori. Un primato che gli stessi responsabili dell’impianto rivendicano come il più alto di tutta la Spagna. Un’agricoltura resa più efficiente anche da pratiche irrigue mirate, dal goccia a goccia a sensori che misurano l’umidità del terreno per calibrare l’irrigazione sulle reali necessità delle piante.

Tutto virtuoso, dunque? Non esattamente. Il reportage sulla Murcia pubblicato dal Nouvel Obs fa parte di una serie di servizi intitolati “Les cités durables”, realizzata esplicitamente in partenariato con Veolia. È la stessa multinazionale francese protagonista, in negativo, delle vicende di rimunicipalizzazione raccontate in apertura. Non è un dettaglio da poco. È la stessa azienda che compare da un lato come gestore contestato di servizi idrici pubblici in Francia, e dall’altro come sponsor di un contenuto giornalistico che presenta la desalinizzazione spagnola come modello virtuoso. Il pezzo include un’intervista a un dirigente Veolia in Spagna, secondo cui la regione andrebbe verso un calo delle risorse naturali del 17% entro il 2060, con quasi un quinto del territorio spagnolo già colpito da desertificazione. Un promemoria che anche il racconto pubblico della “buona gestione dell’acqua” non è mai del tutto estraneo agli interessi di chi quell’acqua la gestisce.

Vista panoramica dell'impianto di dissalazione di Valdelentisco.
Vista panoramica dell’impianto di dissalazione di Valdelentisco.

PFAS, l’inquinamento che nessuno vede. Il terzo fronte del problema è meno visibile ma più insidioso, perché non riguarda chi possiede l’acqua ma cosa contiene. I PFAS, le sostanze per e polifluoroalchiliche, devono il soprannome di “forever chemicals” alla straordinaria stabilità del legame chimico tra carbonio e fluoro, tra i più forti dell’intera chimica organica. Una volta rilasciati nell’ambiente non si degradano quasi più. Si accumulano nei suoli, nelle falde, negli organismi viventi. Un’indagine di Pesticide Action Network Europe condotta in undici paesi ha rilevato che quasi tutta l’acqua dolce di fiumi e laghi europei, e due terzi delle acque in bottiglia, presentano livelli di TFA, un sottoprodotto di degradazione dei PFAS, superiori ai nuovi limiti di sicurezza. Il TFA rappresenta ormai il 98% dei PFAS rilevati nelle acque europee.

Solo nel gennaio 2026 l’Unione europea ha reso obbligatorio, con la fine dei periodi transitori della direttiva sulle acque potabili, il monitoraggio sistematico dei PFAS nell’acqua destinata al consumo umano. Il limite fissato è di 500 nanogrammi per litro per il parametro “PFAS totale”. È la prima volta che l’UE introduce un controllo strutturato su queste sostanze, che secondo le stime interessano circa 12,5 milioni di cittadini europei. Il fronte, però, è tutt’altro che compatto. La Francia ha vietato vendita, produzione e importazione di prodotti contenenti PFAS quando esiste un’alternativa. La prima bozza della legge includeva anche il divieto delle padelle antiaderenti, poi stralciato dopo un’intensa attività di lobbying del produttore francese Tefal. Un piccolo ma istruttivo esempio di come gli interessi industriali riescano a smussare la regolazione anche quando la salute pubblica è in gioco. In Italia un’indagine di Greenpeace condotta su 260 campioni in 235 comuni ha rilevato 58 molecole PFAS diverse, con casi gravi in Veneto, dove l’inchiesta Miteni riguarda una contaminazione estesa su oltre 180 chilometri quadrati tra Vicenza, Verona e Padova, e a Spinetta Marengo. La Legge di Bilancio 2026 ha rinviato di sei mesi l’entrata in vigore dei limiti più stringenti, tra le proteste dei comitati locali che parlano di un recepimento “formale ma non sostanziale” della direttiva europea.

Cosa fa la politica italiana. E in Italia? Se si prova a scorrere le prime pagine di questa stessa estate, il quadro che emerge dice molto, anche per quello che non dice. Il dibattito pubblico italiano di fine agosto si è concentrato sulle uscite del generale Roberto Vannacci, sulla riforma della legge elettorale, sull’ennesimo scontro attorno a Report. L’acqua, il tema che ha dominato l’estate di tutti gli altri europei, non ha praticamente sfiorato l’agenda dei talk show né il confronto tra i partiti. Non perché l’Italia sia risparmiata dal problema. Anzi. I numeri raccontano una crisi non meno seria di quella francese o spagnola. Secondo l’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche, nei mesi scorsi le riserve idriche in Lombardia sono risultate inferiori del 40,8% rispetto alla media storica. L’agricoltura, che nel solo bacino del Po irriga oltre un terzo delle terre coltivate del paese, assorbe secondo le stime tra il 55 e il 70% dei consumi idrici nazionali, a seconda dei criteri di calcolo. Le perdite nelle reti di distribuzione restano tra le più alte d’Europa. La dispersione media nazionale è del 41%, che sale al 51% nel Mezzogiorno, con punte del 65,5% in Basilicata e del 62,5% in Abruzzo, contro il 28,8% di Bolzano, la provincia più efficiente del paese. L’Unione europea ha aperto sei procedure di infrazione contro l’Italia sui temi idrici, che riguardano le acque potabili, la direttiva Nitrati, la depurazione delle acque reflue, di cui solo il 56% è trattato secondo gli standard richiesti, e dal gennaio 2026 anche la Direttiva Quadro Acque.

Sul piano amministrativo qualcosa si muove, ma resta lontano da un vero dibattito politico. Il governo ha affidato la gestione dell’emergenza a una cabina di regia guidata dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, affiancata da un Commissario straordinario nazionale per la scarsità idrica, il prefetto Fabio Ciciliano. La cabina si è riunita il 9 luglio 2026, undici mesi dopo la seduta precedente. Sul tavolo, 733 interventi finanziati per oltre 6 miliardi di euro, in gran parte legati al Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, che prevede complessivamente 418 opere per circa 12 miliardi di euro. Le associazioni ambientaliste, Greenpeace in testa, criticano un approccio giudicato sbilanciato sul cemento, fatto di invasi e grandi opere, con poca attenzione alle soluzioni naturali per trattenere l’acqua nei suoli e nessuna vera discussione sul modello agricolo che quell’acqua consuma.

Un tentativo di portare la questione in Parlamento come materia di riforma strutturale, e non solo di emergenza, esiste. Porta la firma di Patty L’Abbate, del Movimento 5 Stelle, vicepresidente della Commissione Ambiente della Camera, che ha presentato una proposta di legge sulla gestione della risorsa idrica. Resta però un’iniziativa isolata, priva per ora di un vero contraddittorio tra le forze politiche, del tipo che si vede in Francia attorno alle ecoregioni di Mélenchon o alle bassine care al Rassemblement National. Anche Legambiente, con il suo Atlante dell’Acqua 2026, prova a riportare il tema al centro dell’agenda, chiedendo tra le altre cose di accelerare la transizione ecologica dei settori più idrovori, agricoltura in testa. Ma si tratta, appunto, di pressione dal basso, non di un confronto tra proposte di governo alternative. In un’estate in cui i fiumi europei si sono prosciugati e i governi vicini hanno messo l’acqua al centro della campagna elettorale, in Italia la stessa risorsa resta, per la politica, sostanzialmente un non tema.

Le facce di uno stesso nodo. Rimunicipalizzazione e controlli sul campo, trasvasi contesi e desalinizzazione, inquinanti eterni, e ora anche un silenzio politico che è esso stesso un dato. Sono vicende diverse, ma condividono la stessa struttura di fondo. In ciascun caso esiste una cornice europea che spinge verso una gestione più equa, trasparente e sostenibile della risorsa idrica. La Direttiva Quadro Acque, la Water Resilience Strategy, la nuova direttiva sulle acque potabili. E in ciascun caso l’attuazione concreta si scontra con interessi consolidati. Multinazionali che non vogliono perdere concessioni redditizie. Regioni che difendono un modello agricolo da cui dipendono migliaia di posti di lavoro. Industrie che fanno pressione per rallentare regole più severe. Persino il racconto pubblico della “buona gestione” dell’acqua, che raramente è privo di sponsor. È la stessa tensione, osservata da angolazioni diverse, tra un continente che inizia finalmente a trattare l’acqua come una risorsa strategica scarsa, e decenni di rendite di posizione, economiche, politiche, territoriali, persino narrative, che non si smontano con una direttiva. Né, a quanto pare, con un’estate di siccità.

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