Ambiente
La rivincita dei margini, perché il futuro ad alta quota è una questione di democrazia
Il “Futuro ad alta quota” di Andrea Ferrazzi letto oltre i cliché: se l’economia tiene ma la democrazia abdica, il populismo capitalizza la frustrazione dei margini.
Entrare nelle pagine di “Il Futuro ad alta quota” di Andrea Ferrazzi (Rubbettino, 2026) significa accettare lo shock di una narrazione che scardina i canoni della saggistica territoriale contemporanea. Uno shock che mi impone, innanzitutto, di parlare di me e del mio posizionamento: venendo io stessa dal Sud – da Napoli, nello specifico – appartengo a quella fetta di società che per una vita ha ricevuto i racconti della montagna esclusivamente sotto forma di stereotipo. Da quaggiù, l’alta quota e le terre alte arrivano quasi sempre attraverso un messaggio distorto e bidimensionale, una narrazione confezionata da altri e sospesa tra il mito dell’idillio incontaminato e l’inesorabile declino economico. Esplicitare questa mia radice non è un semplice aneddoto personale, ma una scelta di campo: significa rifiutare l’idea che esista un punto di vista unico e neutro da cui giudicare i territori, partendo proprio dal decentramento del mio sguardo. Per questo, la lettura di questo saggio è stata prima di tutto un profondo esercizio di decostruzione del mio sguardo che mi ha costretto a smantellare i preconcetti che avevo assorbito, permettendomi di comprendere il vero messaggio del testo e di accorgermi che le aree interne del Nord e del Sud condividono, in fondo, lo stesso destino. In quest’ottica, “Il futuro ad alta quota” non è un semplice libro sulla montagna, ma un libro sulla democrazia e sul diritto sacrosanto dei territori a tornare a decidere del proprio destino.
Il volume si apre proprio con il posizionamento dell’autore, direttore di Confindustria Belluno Dolomiti, ed è la prima di una serie di scelte marcatamente politiche che scandiscono l’intero testo. La narrazione procede così, alternando vissuti personali, biografie di chi abita intimamente quei luoghi e parallelismi geopolitici ed economici anticommerciali e apparentemente lontani, capaci di farsi specchio – non sempre liscio – di nuove possibilità. Già nei primi capitoli emerge un interrogativo che evoca immediatamente il classico scenario da “Houston, abbiamo un problema”, aprendo uno spazio di riflessione profondo e al tempo stesso destabilizzante: “il modello lavoro funziona, e funziona bene, eppure la gente va via”. È su questo paradosso che poggiano le pagine successive, all’interno delle quali l’autore sceglie deliberatamente una scrittura semplice e accessibile, intenzionato a trasformare un’analisi economica complessa in una sorta di manifesto democratico fruibile a tutti.
Per comprendere una simile frattura, Ferrazzi ricorre ad analisi sociometriche di grande spessore, come lo studio di Antonio Preiti sulla “montagna perduta”. Sono dati che offrono una chiave di lettura completa sulla genesi di questa marginalità, mettendo chi legge di fronte a fatti compiuti e statistiche che l’autore utilizza come unico punto di partenza per poter progettare in chiave prospettica. È proprio oltre la superficie di questi numeri, tuttavia, che il saggio cambia marcia: nel terzo capitolo, infatti, il testo risponde all’interrogativo spontaneo su chi siano le persone reali che si nascondono dietro quelle cifre, spostando l’asse dall’analisi quantitativa a quella qualitativa. Qui la voce dell’autore si fa meno istituzionale, racconta di sé, ma quasi in punta di piedi, preferendo dare spazio all’alterità. Non si tratta, però, dei consueti racconti di chi vive le terre alte dall’interno, Andrea Ferrazzi sceglie deliberatamente di dare voce a persone di contesti completamente diversi, svelando come esse condividano la stessa sensazione di isolamento, i medesimi disagi e gli stessi identici stati emotivi. Si delinea così il suo sguardo prettamente orizzontale, che non mette la montagna al centro del mondo né idealizza chi ne occupa le vette. Al contrario, l’autore si affianca ai margini, svelando biografie geograficamente distanti ma incredibilmente simili. In questa rete di analogie, persino la parabola esistenziale e politica di J.D. Vance – rintracciata nelle sue radici rurali – appare speculare e perfettamente integrata nel significato di futuro che il saggio propone. I margini del pianeta, dalla Rust Belt americana all’Appennino profondo, finiscono per parlarsi con la stessa, identica lingua.
Questa propensione a dare voce all’alterità si scontra, nel saggio, con una punta critica affilata e bilaterale, rivolta contro le due derive opposte che hanno storicamente schiacciato i territori marginali: da un lato, lo sfruttamento di chi riduce la montagna a mera industria estrattiva; dall’altro, l’approccio speculare di chi sceglie la via “sicura” di una contemplazione sterile. È quello che Ferrazzi definisce «uno snobismo intellettuale che spesso assume le sembianze di una pericolosa autoreferenzialità», una spocchia inclusiva solo a parole che finisce per escludere proprio chi abita la realtà dei fatti e, con essa, la complessità del proprio sentire.
Per scardinare questo vuoto teorico e restituire legittimità alla voce delle comunità, l’autore introduce nel libro il pensiero di Martha Nussbaum – tra le più influenti pensatrici contemporanee dell’etica e della politica – impiegandola come grimaldello per decifrare la sfera emotiva dei territori. Nella teoria neo-stoica della filosofa, come viene spiegato nel saggio, le emozioni non sono affatto impulsi irrazionali da liquidare, ma veri e propri giudizi di valore condizionati dal contesto, chiavi di lettura essenziali che attribuiscono un peso specifico e un significato profondo a luoghi, persone e oggetti. Ed è proprio questa lente a permettere a Ferrazzi di far incontrare al lettore la nostalgia, spogliandola delle sue ipocrisie attraverso un guizzo pop tanto ironico quanto preciso che il testo battezza ” Nostalgia Canaglia”.
Nelle pagine del libro prende così forma la descrizione di una dinamica identitaria sottile, l’autore analizza come la nostalgia nasca in certi casi come una commozione profonda, sottoforma di una viscerale e legittima voglia di aggrapparsi al territorio, ricordando un passato spesso idealizzato come perfetto. La tesi del saggio, tuttavia, intercetta benissimo questa falla: Ferrazzi dimostra che quel passato, in realtà, non era affatto idilliaco – essendo spesso segnato da isolamento e fatiche – ma viene romanticizzato dalla memoria per fuggire dalle mancanze del presente. Nel momento in cui questa commozione artificiale si scontra con la durezza del malcontento quotidiano e con l’assenza di fiducia nel futuro, il sentimento si ammala, e l’autore ne traccia la degenerazione finale in rabbia e frustrazione, aprendo la strada a facili strumentalizzazioni. Ferrazzi infatti, punta il dito contro una narrazione pubblica che oggi racconta i margini troppo e male, ed è un’operazione superficiale che deforma territori e identità, finendo così per bloccare ogni sviluppo. Continuare a trattare questi contesti con la supponenza di chi pensa di fare il loro bene, senza mai decentrarsi dalle proprie posizioni di potere, viene indicato nel libro come la modalità più sbagliata di intendere il recupero e la riparazione. Ciò che per la metropoli è benessere o svago, per chi abita quei luoghi e ne vive l’appartenenza può essere l’esatto opposto; un vuoto profondo che, secondo l’analisi di Ferrazzi, permette anche ai movimenti populisti di insediarsi perfettamente, limitandosi ad annuire dinanzi alla rabbia con i lacrimoni agli occhi e capitalizzando politicamente la frustrazione, senza mai risolverla.
In questo oscillare tra la conoscenza accademica e il sapere vivo del vissuto, Andrea Ferrazzi propone di rimboccarsi le maniche attraverso il paradigma dell’agentività (agency). Non si tratta di un concetto astratto, ma di una prassi concreta che trova la sua sintesi in un passaggio cruciale del testo: “Non è più tempo di storie che parlano di ciò che si è perso, ma di storie che parlano di ciò che si può costruire fatte di azioni concrete e coerenti”.
Per dare gambe a questa visione, nella prospettiva di risanamento tracciata all’interno del saggio, il libro ricorre a un modello storico reinterpretato non di certo come formula nostalgica, ma come un preciso modus operandi: il Modello Olivetti. Ferrazzi evidenzia come l’esperimento di Ivrea, nato nel secondo dopoguerra, abbia dimostrato che un’azienda può perseguire il profitto ponendo al centro la cultura, i servizi territoriali, la comunità e l’autonomia decisionale dei lavoratori. Nella chiave di lettura dell’autore, applicare oggi questa filosofia al futuro delle aree interne significa attivare quelle tre forme di leadership teorizzate dall’economista Paul Collier per il rilancio dei territori. È questa la ricetta politica con cui Ferrazzi chiama a raccolta tutti gli attori della società – la politica, le industrie, le università e le scuole –, strutturando una proposta che mantiene però la comunità locale come fonte primaria, cosciente e legittimante di questa spinta.
Il libro si conclude lasciando nel lettore la voglia di mettersi al fianco di questa battaglia. Ed è qui che la tesi di Ferrazzi svela il senso profondo dell’intera operazione: “Il futuro ad alta quota” richiede, prima di ogni altra cosa, un preliminare e severo esercizio individuale. Non si può entrare in queste pagine senza aver fatto prima i conti con se stessi, ammettendo a voce alta quanto stereotipo abbiamo sedimentato nella mente su questi territori vulnerabili. È solo attraverso questo faticoso atto di autodemolizione consapevole che diventa possibile ascoltare il reale messaggio dell’autore. Ferrazzi conclude il testo con la propria, personalissima nostalgia, citando scenari e frammenti che hanno strutturato la sua identità. La sua, però, è una nostalgia consapevole e scattante, che rifiuta la paralisi della rassegnazione per farsi rabbia felice, come un grido di piazza che rivendica il domani. Non è un caso che la celebre frase di Antonio Gramsci – “Il vecchio mondo sta morendo, e quello nuovo tarda a comparire: in questo chiaroscuro nascono i mostri” – chiuda il cerchio del saggio.
A lettura ultimata, e dopo aver smantellato i nostri personali cliché, non resta addosso il peso del passato, ma l’urgente e concreta voglia di fare davvero per restituire a tutti i margini la dignità che spetta loro.
Serena Parascandolo
Devi fare login per commentare
Accedi